Giovedì 18 Giugno 2026 12:06
Cooperazione e migrazione: l’Europa alla sfida di politiche coerenti


La scelta è decidere se essere uno spazio politico capace di assumersi le proprie responsabilità o un continente che trasferisce altrove il costo umano delle proprie paure. Lo diranno i prossimi passaggi
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Le parole pronunciate da Papa Leone XIV nei suoi recenti viaggi in Africa e in Spagna indicano una direzione esigente e difficilmente equivocabile. Dal 13 al 23 aprile il pontefice ha visitato Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale; dal 6 al 12 giugno ha poi compiuto il viaggio apostolico in Spagna, concluso nelle Canarie, dove il tema migratorio è emerso con particolare forza. A Tenerife, incontrando le realtà di integrazione dei migranti, ha ricordato che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra, ma si trovano spesso nello sguardo, nella paura e nell’indifferenza. È dentro questa cornice morale che va letta anche la questione degli aiuti allo sviluppo: la cooperazione tra i popoli non può essere subordinata alla logica dei muri, dei respingimenti e dei centri di rimpatrio collocati lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica.
In questa prospettiva, il voto del Parlamento europeo del 16 giugno sulla relazione A10-0147/2026, dedicata al rafforzamento della cooperazione allo sviluppo per affrontare i movimenti irregolari di popolazione e le loro cause profonde nei Paesi partner, rappresenta un passaggio politico rilevante. La relazione, presentata nell’ambito della procedura 2025/2111(INI) e affidata alla commissione Sviluppo, è stata approvata in plenaria con 344 voti favorevoli, 237 contrari e 66 astensioni. Dal testo approvato sono state escluse le forme più esplicite di condizionalità migratoria, così come l’ipotesi di trasformare i Paesi terzi in una sorta di retrobottega delle frontiere europee: luoghi chiamati, nelle intenzioni di alcuni, a contenere ciò che i popoli dell’Unione non dovrebbero vedere né gestire sul proprio territorio.
La cooperazione internazionale, per sua natura, nasce con finalità diverse. Essa dovrebbe contribuire alla riduzione delle disuguaglianze, al rafforzamento dei sistemi educativi e sanitari, alla promozione del lavoro dignitoso, alla tutela dei diritti delle donne, all’adattamento climatico, alla sicurezza alimentare, alla lotta contro la corruzione e al consolidamento dello Stato di diritto. Utilizzarla come strumento di pressione verso comunità già fragili significherebbe rovesciarne il senso originario, trasformando la solidarietà in leva negoziale e la povertà in terreno di ricatto politico. È lo stesso orizzonte richiamato dal Papa dopo il viaggio africano, quando ha parlato della necessità di distribuire equamente le ricchezze, superare la corruzione e opporre al neocolonialismo una cooperazione internazionale lungimirante.
Le migrazioni, del resto, non si governano esternalizzando responsabilità, ma costruendo politiche coerenti, fondate su canali legali e sicuri, sul contrasto alle reti criminali, alla tratta e allo sfruttamento, sul sostegno alle comunità locali e alle organizzazioni della società civile. La stessa relazione europea riconosce che controlli di frontiera sempre più rigidi, se non accompagnati da alternative legali, possono rendere i viaggi più precari, spostare le rotte e aumentare l’esposizione dei migranti a reti di trafficanti, estorsioni e violenze. La gestione dei movimenti migratori richiede visione, cooperazione paritaria e rispetto dei diritti fondamentali, non accordi opachi pensati per spostare più lontano il confine morale e giuridico dell’Europa.
Il quadro, tuttavia, resta profondamente accidentato. Il regolamento sui rimpatri, approvato dal Parlamento europeo a Strasburgo il 17 giugno, sembra muoversi in direzione opposta: più detenzione, maggiori automatismi, più spazio all’esternalizzazione delle espulsioni e alla creazione di “return hubs” in Paesi terzi. Il Parlamento europeo ha approvato il testo con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. Le nuove norme prevedono l’obbligo di cooperazione per i cittadini di Paesi terzi destinatari di una decisione di rimpatrio, la possibilità di trattenimento fino a 24 mesi, misure investigative più incisive e il trasferimento verso Stati non appartenenti all’Unione sulla base di accordi specifici. I minori non accompagnati sono esclusi dal trasferimento verso i “return hubs”, ma la previsione resta politicamente e giuridicamente delicata, perché apre alla possibilità di collocare fuori dal territorio dell’Unione persone che restano comunque sotto la responsabilità morale e normativa europea.
La contraddizione è evidente. Da un lato, il Parlamento afferma che la cooperazione allo sviluppo deve restare ancorata alla lotta contro la povertà, alla riduzione delle disuguaglianze, allo sviluppo sostenibile e al rispetto dei diritti umani. Dall’altro, il nuovo impianto sui rimpatri rischia di alimentare la tentazione di usare i rapporti con i Paesi terzi come strumenti di contenimento, deterrenza e rimozione del problema. Non si tratta solo di tecnica legislativa, ma di una scelta di fondo: decidere se l’Europa voglia essere uno spazio politico capace di assumersi le proprie responsabilità o un continente che trasferisce altrove il costo umano delle proprie paure.
Saranno dunque i prossimi passaggi sul nuovo bilancio europeo e su Global Europe, lo strumento finanziario della politica esterna e di cooperazione dell’Unione per il periodo 2028-2034, a chiarire quale idea di Europa prevarrà. La proposta di bilancio della Commissione prevede circa 200 miliardi di euro per rafforzare i partenariati con il resto del mondo. Sul dossier Global Europe, le commissioni Sviluppo e Affari esteri del Parlamento europeo dovrebbero votare la relazione congiunta a settembre 2026, mentre il voto in plenaria è atteso nella prima sessione di ottobre. Sarà quello uno snodo decisivo per capire se la cooperazione europea resterà fedele ai propri principi o se verrà progressivamente piegata alle esigenze del controllo migratorio.
Difendere gli aiuti allo sviluppo significa affermare che la sicurezza non nasce dalla chiusura dei confini, ma dalla giustizia sociale, dalla dignità delle persone e dalla capacità di costruire futuro nei luoghi da cui molti sono costretti a partire. Significa riconoscere che nessun muro, nessun respingimento e nessun centro di rimpatrio lontano dagli occhi dei cittadini europei potrà mai sostituire ciò che dovrebbe essere il cuore della politica: prevenire le disuguaglianze, proteggere la vita umana, creare opportunità reali e custodire la responsabilità comune verso chi è costretto a mettersi in cammino.
18 giugno 2026
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