Giovedì 18 Giugno 2026 12:06
Bonini: Ruini, «uomo del Concilio Vaticano II»


Il ricordo del rettore della Lumsa. A partire dal Progetto culturale: un investimento per «dare rappresentanza alle istanze del bene comune». L'idea del «“cristocentrismo aperto”»
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Bonini: Ruini, «uomo del Concilio Vaticano II»
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Il suo motto episcopale era «Veritas liberabit nos», la Verità ci farà liberi. Il rapporto con la ricerca della verità e di conseguenza con la cultura è stata una costante della vita del cardinale Ruini. Una testimonianza diretta viene dal professore Francesco Bonini, rettore dell’Università Lumsa.
Sono passati 32 anni da quando il cardinale Ruini parlò di «Progetto culturale», un’idea da cui scaturì il Servizio nazionale della Cei di cui lei è stato coordinatore scientifico fino al 2012. Cosa ha significato per quella stagione della Chiesa italiana e cosa rappresenta oggi?
Ha significato un posizionamento della Cei e del cattolicesimo italiano in un momento di grande confusione e anche di grande conflittualità. Invece di parteggiare per l’uno o per l’altro dei due poli, peraltro molto deboli e confusi, nei quali si stava dividendo il sistema politico, la Cei decise un processo di investimento per dare rappresentanza alle istanze del bene comune, ovvero le grandi questioni sulle quali si giocava, e si gioca tuttora, tanto il quadro sociale e istituzionale quanto la cosiddetta questione antropologica, cioè gli elementi essenziali della vita e dell’applicazione alla persona umana in particolare delle tecnologie, che già allora si profilavano come un dato assolutamente nuovo ma fondamentale. Di qui anche le grandi iniziative prima di tutto sulla fede e poi anche sulle questioni sociali: penso alla questione demografica, alla questione educativa e alla questione del lavoro.
Ha significato un posizionamento della Cei e del cattolicesimo italiano in un momento di grande confusione e anche di grande conflittualità. Invece di parteggiare per l’uno o per l’altro dei due poli, peraltro molto deboli e confusi, nei quali si stava dividendo il sistema politico, la Cei decise un processo di investimento per dare rappresentanza alle istanze del bene comune, ovvero le grandi questioni sulle quali si giocava, e si gioca tuttora, tanto il quadro sociale e istituzionale quanto la cosiddetta questione antropologica, cioè gli elementi essenziali della vita e dell’applicazione alla persona umana in particolare delle tecnologie, che già allora si profilavano come un dato assolutamente nuovo ma fondamentale. Di qui anche le grandi iniziative prima di tutto sulla fede e poi anche sulle questioni sociali: penso alla questione demografica, alla questione educativa e alla questione del lavoro.
Ruini è stato etichettato come conservatore, tuttavia fu un uomo di dialogo, soprattutto sul piano culturale. Basti pensare ai due grandi eventi del 2009 – «Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto» – e del 2012 – «Gesù nostro contemporaneo» -, aperti a scienziati e intellettuali di diverso orientamento. Cosa rimane di quella lezione?
Rimane proprio la personalità di Ruini. Al di là delle etichette, che lasciano il tempo che trovano, Ruini dal punto di vista culturale, teologico ed ecclesiologico è un uomo del Concilio Vaticano II. Tutta la sua importante produzione teologica, e più ampiamente culturale, è ancorata a questo riferimento e all’idea essenziale del cosiddetto “cristocentrismo aperto” che è appunto il fondamento del Concilio. Questa è la sua posizione culturale e la caratteristica di Ruini, che auspicabilmente dovrebbe essere riprodotta nel momento così complicato che stiamo vivendo oggi: tenere insieme pensiero e governo. È stato un uomo di pensiero, quindi di elaborazione culturale, e nello stesso tempo è stato un uomo di governo, capace di suscitare energie e di guidare energie. Tutto questo in piena fedeltà al Papa, in particolare a Giovanni Paolo II, che aveva proprio l’idea che la Chiesa fosse una forza sociale di un interlocutore istituzionale per il bene comune, per il bene del Paese.
Rimane proprio la personalità di Ruini. Al di là delle etichette, che lasciano il tempo che trovano, Ruini dal punto di vista culturale, teologico ed ecclesiologico è un uomo del Concilio Vaticano II. Tutta la sua importante produzione teologica, e più ampiamente culturale, è ancorata a questo riferimento e all’idea essenziale del cosiddetto “cristocentrismo aperto” che è appunto il fondamento del Concilio. Questa è la sua posizione culturale e la caratteristica di Ruini, che auspicabilmente dovrebbe essere riprodotta nel momento così complicato che stiamo vivendo oggi: tenere insieme pensiero e governo. È stato un uomo di pensiero, quindi di elaborazione culturale, e nello stesso tempo è stato un uomo di governo, capace di suscitare energie e di guidare energie. Tutto questo in piena fedeltà al Papa, in particolare a Giovanni Paolo II, che aveva proprio l’idea che la Chiesa fosse una forza sociale di un interlocutore istituzionale per il bene comune, per il bene del Paese.
Nel 2006 al Convegno di Verona, ultimo grande atto della sua presidenza della Cei, parlò della questione antropologica come di una grande novità con cui si sarebbero dovuti confrontare i cristiani. Oggi tale sfida è ancora più evidente. Cosa è cambiato in questi venti anni?
Si sono accelerati i processi. Dal punto di vista della Chiesa in Italia è cambiato radicalmente il rapporto tra la Conferenza episcopale italiana e la Santa Sede. Si tratta per molti aspetti di rafforzare un ordinato processo di governo perché questa istituzione così importante possa giocare appieno il proprio ruolo di interlocuzione sociale e istituzionale per rappresentare i grandi nodi del bene comune. Vorrei ricordare che l’ultimo atto “ufficiale” del cardinale Ruini è stata l’udienza con il nuovo pontefice e la prima enciclica di Leone XIV, proprio sulla questione della dottrina sociale della Chiesa, credo che vada esattamente in questa direzione: stimolare tutti i soggetti a farsi carico di questa interlocuzione per il bene comune. Interlocuzione aperta, culturalmente avveduta, spiritualmente fondata e che parta e arrivi dai bisogni concreti delle persone.
Si sono accelerati i processi. Dal punto di vista della Chiesa in Italia è cambiato radicalmente il rapporto tra la Conferenza episcopale italiana e la Santa Sede. Si tratta per molti aspetti di rafforzare un ordinato processo di governo perché questa istituzione così importante possa giocare appieno il proprio ruolo di interlocuzione sociale e istituzionale per rappresentare i grandi nodi del bene comune. Vorrei ricordare che l’ultimo atto “ufficiale” del cardinale Ruini è stata l’udienza con il nuovo pontefice e la prima enciclica di Leone XIV, proprio sulla questione della dottrina sociale della Chiesa, credo che vada esattamente in questa direzione: stimolare tutti i soggetti a farsi carico di questa interlocuzione per il bene comune. Interlocuzione aperta, culturalmente avveduta, spiritualmente fondata e che parta e arrivi dai bisogni concreti delle persone.
Il Santo Padre nel suo telegramma di condoglianze ha scritto di Ruini: «Ha servito con discrezione e abnegazione il Vangelo e la Chiesa, penso al suo proficuo lavoro per la Conferenza episcopale italiana e per un fecondo dialogo con il mondo della cultura». È questa la sua eredità più importante?
Sicuramente: la sua eredità è questo stile che tiene insieme capacità di governo ed elaborazione culturale e quindi la capacità di suscitare e tenere insieme tutte le migliori energie del mondo cattolico per un dialogo proficuo con la società, per il bene di tutti. Lo ha fatto in modo discreto, senza strombazzamenti, senza clamore, lavorando con fedeltà, prima di tutto al Papa, e poi alla missione, perché, non dimentichiamo, la personalità del cardinale Ruini era frutto di una fede limpida, semplice. Era una persona che credeva in Dio in maniera molto semplice e questo traspare anche dai suoi scritti più ponderosi; non a caso ha dedicato anche delle pagine molto importanti, proprio alla fine, alla morte e quindi, all’apertura al trascendente che questo passaggio comporta.
Sicuramente: la sua eredità è questo stile che tiene insieme capacità di governo ed elaborazione culturale e quindi la capacità di suscitare e tenere insieme tutte le migliori energie del mondo cattolico per un dialogo proficuo con la società, per il bene di tutti. Lo ha fatto in modo discreto, senza strombazzamenti, senza clamore, lavorando con fedeltà, prima di tutto al Papa, e poi alla missione, perché, non dimentichiamo, la personalità del cardinale Ruini era frutto di una fede limpida, semplice. Era una persona che credeva in Dio in maniera molto semplice e questo traspare anche dai suoi scritti più ponderosi; non a caso ha dedicato anche delle pagine molto importanti, proprio alla fine, alla morte e quindi, all’apertura al trascendente che questo passaggio comporta.
18 giugno 2026
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