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Venerdì 19 Giugno 2026 09:06

Suor Zordan e il racconto della persona “Oltre il reato”

suor Emma Zordan
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Presentato a Rebibbia il libo della religiosa, da 12 anni volontaria tra i detenuti del carcere, dove gestisce un laboratorio di scrittura creativa. Reina: «Non siamo l’errore commesso»

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suor Emma Zordan
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«Perché voi e non io?». Se lo chiedeva sempre Papa Francesco quando andava a far visita nei penitenziari. Una domanda che ha colpito il cardinale vicario Baldo Reina «fin dalla prima volta» che Bergoglio l’ha pronunciata, «tanto da ricordare perfettamente» dove si trovasse in quel momento. Lo ha raccontato ieri, 18 giugno, in occasione della presentazione del libro “Oltre il reato la persona. Testimonianze dentro e fuori il carcere”, svoltasi nel teatro della casa di reclusione di Rebibbia. Il volume è curato da suor Emma Zordan, della congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo, da dodici anni volontaria tra i detenuti della casa circondariale romana, dove gestisce un laboratorio di scrittura creativa che negli anni ha dato alle stampe nove volumi, compreso quello presentato ieri. Un servizio che il 3 marzo scorso le è valso l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana da parte del presidente Sergio Mattarella.

La prefazione del testo, pubblicato da “Il Levante”, è di monsignor Benoni Ambarus, arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, già ausiliare di Roma. Dal cardinale Reina l’osservazione su una sfumatura semantica relativa al titolo del testo. «Avrei invertito la frase in “La persona oltre il reato”, una verità messa in risalto nel libro, pagine nelle quali possiamo rispecchiarci tutti. Io non sono l’errore commesso – ha specificato -. Tendiamo sempre a identificarci con lo sbaglio. Il peccatore, la persona che ha sbagliato va sempre sostenuta e incoraggiata». Una verità racchiusa nel Vangelo di Giovanni, precisamente nell’episodio dell’adultera. Il vicario ha definito il dialogo tra Gesù e la donna come «la cifra del rapporto che dobbiamo avere con noi stessi e con chi sbaglia perché tutti siamo peccatori». Il punto di svolta sta nell’invito finale di Cristo, quel «d’ora in poi non peccare più». Un ammonimento attuale perché «anche a Rebibbia c’è un “d’ora in poi” – ha rimarcato il cardinale -, un futuro che si ricostruisce. Abbiamo la possibilità di essere liberi. Non siamo l’errore commesso e questo ci permette di essere in pace con noi stessi».

Con il laboratorio di scrittura creativa, «suor Emma semina risurrezione, vita, speranza», sono ancora le parole del vicario. Una speranza che a volte si infrange davanti alle problematiche dei penitenziari italiani. «Siamo tutti preoccupati del sovraffollamento e dei suicidi – ha concluso -. Il luogo che dovrebbe servire per riabilitare alla vita diventa per alcuni luogo di morte e questo non possiamo sopportarlo».

Alla presentazione, moderata dal giornalista Roberto Monteforte, hanno partecipato anche alcuni detenuti che grazie a suor Emma si sono «riavvicinati a Dio». Tra questi Edoardo, che undici anni fa si è iscritto al laboratorio «per curiosità» ma grazie alla scrittura è riuscito «a tirar fuori tutte le sue emozioni»; William, il quale considera la religiosa «sorella, mamma, nonna: in una parola, famiglia»; Federico, che ha cantato un brano da lui composto e ispirato a “Noi fuori”, precedente libro di suor Emma. «Una canzone che non parla di una ricostruzione verso la libertà – ha riflettuto il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Irma Conti -. Parla di ricostruire l’umanità». A tal proposito il suggerimento è quello di depennare il termine detenuti, da sostituire con la formula più ampia di “persone private della libertà personale”.

Guardando coloro che definisce i suoi «figli», la religiosa ha spiegato che quello a Rebibbia è un lavoro che ama profondamente. «L’intento è quello di abbattere lo stigma secondo cui delinquenti entrano in carcere e delinquenti escono – ha detto -. Tra chi ha frequentato il laboratorio di scrittura creativa nessuno è più tornato in cella. Loro parlano spesso del reato commesso, del dispiacere per la famiglia, del dolore per la lontananza dei figli. Ma in loro c’è anche il desiderio di riappropriarsi della propria vita e di quella dignità che nessuno potrà mai togliergli».

La voglia di riscatto e di rinascita è stata messa in risalto anche dalla direttrice della casa circondariale Maria Donata Iannantuono. «Le storie contenute nel libro devono ricordarci che dietro ogni fascicolo e condanna c’è una persona – ha affermato -. Il nostro compito non è quello di guadare al passato ma gettare le basi per il loro futuro. Scrivere la loro storia è il primo passo per cambiare il finale». Marina Finiti, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, ha posto l’accento sulla «grande battaglia» del far comprendere a chi è fuori che «le persone recluse non devono essere stigmatizzate. Va garantita la loro dignità – ha proseguito – e offerta una possibilità di reinserimento e inclusione sociale». Esigenza condivisa dalla Garante comunale Valentina Calderone, che in quest’ottica ritiene «preziosissima ogni possibilità di incontro e di scambio tra dentro e fuori».

19 giugno 2026

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