Domenica 21 Giugno 2026 19:06
Quando la Farnesina guarda ai Caraibi ma pensa alle urne
C’è una parola che ricorre spesso nei comunicati ufficiali: “strategico”. È strategico il consigliere, strategica la nomina, strategico il raccordo con le comunità italiane all’estero. Talmente strategico che, a volte, il cittadino finisce per chiedersi per chi lo sia davvero -
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Ogni volta che la politica usa la parola “strategico” conviene tenere una mano sul portafoglio e l’altra sulle urne. Perché dietro molte nomine strategiche si nasconde spesso una strategia molto meno nobile di quella raccontata nei comunicati ufficiali. L’ultima vicenda arriva dalla Farnesina dove un sottosegretario agli Esteri ha nominato un consigliere personale per i rapporti economici e di raccordo con comunità, associazioni e istituzioni dell’area Nord America, Centro America e Caraibi. Una formula altisonante che sembra uscita da un manuale di diplomazia internazionale ma che, letta con attenzione, racconta soprattutto una storia di relazioni, contatti e consenso.
Nessuno mette in discussione il curriculum del nominato, il suo impegno nelle comunità italiane all’estero o la sua esperienza associativa. Ciò che merita attenzione è invece il metodo che continua a caratterizzare una certa politica italiana: collocare nei punti nevralgici figure che presidiano territori elettorali strategici. In questo caso non siamo davanti a un giurista di fama internazionale, a un diplomatico di carriera o a un esperto di trattati internazionali. La qualifica valorizzata è piuttosto quella di uomo di raccordo con il mondo degli italiani all’estero, un settore che da anni rappresenta una miniera di voti per partiti, movimenti e candidati. Del resto la coincidenza è difficile da ignorare.
Da una parte un esponente di vertice di una realtà politica radicata nelle Americhe, dall’altra un sottosegretario espressione di una forza della maggioranza impegnata a consolidare il proprio peso politico. In mezzo ci sono milioni di italiani residenti all’estero che continuano a rappresentare una delle più importanti riserve di consenso della Repubblica.
Naturalmente nessuno può sostenere che una nomina venga effettuata per raccogliere voti. Sarebbe una conclusione priva di prove. Ma è altrettanto legittimo osservare come questi incarichi contribuiscano a rafforzare reti di relazioni, contatti e influenze che nel tempo possono trasformarsi in consenso politico. Il punto centrale resta un altro. Quali benefici concreti produrrà questa nomina per gli italiani residenti all’estero? Quali risultati dovranno essere raggiunti? Quali obiettivi saranno verificati? E soprattutto l’incarico è gratuito o retribuito? Perché se si utilizzano risorse pubbliche il contribuente ha il diritto di conoscere non soltanto il nome del nominato ma anche il valore aggiunto che la sua attività apporterà al sistema Paese.
Sullo sfondo si muove intanto il grande cantiere della riforma elettorale. Se le preferenze nella circoscrizione estero dovessero sopravvivere e se il numero dei seggi non venisse ridotto, il peso delle comunità italiane oltreconfine resterebbe enorme. Se invece il Parlamento decidesse di ridimensionarne il ruolo, molte delle attuali geometrie politiche perderebbero improvvisamente interesse. Forse è anche per questo che il presidio delle comunità italiane nel mondo continua a essere considerato così strategico. Non per costruire ponti tra i popoli, come recitano i comunicati, ma per mantenere ben saldi quelli che conducono alle urne.
Perché in Italia le poltrone cambiano indirizzo, i governi cambiano colore, gli slogan cambiano veste, ma una tradizione resiste a ogni stagione politica: trasformare gli incarichi pubblici in strumenti di coltivazione del consenso. E quando il confine tra interesse nazionale e interesse elettorale diventa troppo sottile, il rischio è che la diplomazia finisca per assomigliare a una lunga e costosa campagna elettorale permanente. (Pier Francesco Corso)
