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Domenica 21 Giugno 2026 22:06

Esce “Un viaggiatore sovrappeso in Anatolia e Iraq”. Intervista a Bernardo Notarangelo

Diamo il bentornato a Bernardo Notarangelo, per i suoi lettori il Viaggiatore Sovrappeso, che oggi...

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Diamo il bentornato a Bernardo Notarangelo, per i suoi lettori il Viaggiatore Sovrappeso, che oggi ci parla della sua ultima fatica, “Un viaggiatore sovrappeso in Anatolia e Iraq”, presente sugli scaffali delle librerie italiane dal 19 giugno.

1) Con il suo libro di esordio, “Un viaggiatore sovrappeso in Iran”, ha fatto entusiasmare, divertire e commuovere i lettori con il racconto del suo viaggio in quella terra lontana. Il suo nuovo libro, “Un viaggiatore sovrappeso in Anatolia e Iraq”, è incentrato su un percorso diverso, ispirato al cammino seguito da un personaggio storico. Ci spiega qualcosa di più su questo nuovo itinerario?

Il personaggio storico è Marco Polo, come dice il sottotitolo del libro, “sulle orme di Marco Polo”.
In realtà poi i titoli sono tiranni, giusto? Era difficile dare un titolo al libro, perché è stato un viaggio interrotto e poi ripreso. Io, come tante persone che amano i viaggi, sognavo da tempo di ripercorrere l’itinerario del mercante veneziano, arrivando i Marco Polo, che è arrivato a Pechino via terra. Ma ho dovuto fare i conti con un mondo in guerra. Giunto in Iraq ho dovuto interrompere il mio viaggio, che ho poi ripreso successivamente, arrivando a fino in Cina. Quindi sì, l’intenzione di seguire l’autore del Milione c’era, ma ho dovuto adattarmi ai difficili tempi presenti.; quindi, mi sono messo in cammino con quell’intenzione. Tuttavia, a differenza di Marco Polo, non sono partito da Gerusalemme, perché nel mondo in cui viviamo se si parte da Gerusalemme arrivare in Iran non è così facile o indicato, e ho dovuto fare dei compromessi. Poi, quando sono arrivato in Iraq, Israele e l’Iran avevano già iniziato a scambiarsi i primi missili, e questo mi ha costretto a rinunciare a tornare in Iran. Ho rinunciato molto dolorosamente perché l’ultima parte del viaggio doveva svolgersi con mio figlio Michele, al quale volevo mostrare le bellezze dell’Iran; lui mi avrebbe raggiunto lì, ma questo non è potuto accadere, perché ho dovuto interrompere il viaggio.

2) Nel suo secondo libro non ha perso il suo tradizionale senso dell’umorismo. Qual è stata la situazione più divertente in cui si è imbattuto nel corso del viaggio?

Distinguerei fra divertente in quel momento e divertente a ripensarci. Rido fra me e me quando penso alla milizia sciita armata fino ai denti che voleva capire da me, visto che aveva visto sul passaporto che sono italiano, il motivo per cui si vuole abbattere lo Stadio San Siro di Milano. Io non seguo molto il calcio e loro ne sapevano più di me. Alla fine li ho salutati e il giorno dopo sono partito: non volevo incontrarli di nuovo e continuare quello strano interrogatorio. Come in altri viaggi, mi sono trovato in difficoltà a rispondere perché di calcio non so molto. Ho seguito un po’ le vicende riguardanti lo Stadio di San Siro, ma loro ne sapevano molto di più, erano anche a conoscenza del fatto che il Ministero della Cultura (lo hanno chiamato erroneamente così) si è opposto. Io non sapevo più che dire, alla fine sono fuggito per non doverli incontrare più. Mi chiedevano se dietro a questa vicenda ci fossero gli americani; io non conosco bene i fatti, ma credo che ci siano dei fondi americani che controllano, diciamo da un punto di vista azionario, le due squadre. Però, come sempre quando si parla di calcio, mi sono trovato in difficoltà, e in quel momento non era una situazione molto divertente. Allora mi sono trovato in difficoltà, ma Certo, a ripensarci adesso, sentirsi chiedere dalle milizie armate “perché volete abbattere San Siro?” è davvero un ricordo divertente. un po’, per così dire, “particolare”.

3) Qual è la persona che l’ha colpita di più nel corso del viaggio?
Certamente la dentista col niqab. E’ andata così: ero in un negozio di profumi in Anatolia e non riuscivo a farmi capire dalla commessa, che parlava solo il turco. D’improvviso sento una voce femminile, dietro di me, che mi chiede in inglese se ho bisogno di qualcosa. Mi giro e il volto non c’è, perché è completamente velato, c’è solo una fessura che fa intravvedere gli occhi. Mi ha impressionato molto questa associazione, come dire, di immagine, perché lei è una persona che cura i denti, ma i suoi denti non li vede nessuno, dal momento che di lei quando l’ho incontrata si vedevano solo in minima parte gli occhi attraverso una sottile fessura del velo. Mi ha colpito perché Lo confesso: le persone con il volto coperto mi mettono a disagio, perché il volto è lo specchio dell’anima. suscitano, come dire, non dico paura, ma senz’altro inquietudine, insomma mi mettono a disagio, Ci siamo messi a parlare: era una ragazza siriana che studiava lì in Turchia. Cosa avrebbe fatto una volta laureata? La dentista. Ho pensato: curerà i denti degli altri, lei che ha i denti velati dal niqab. ma lei è stata di una gentilezza squisita. È un episodio che narro abbastanza estensivamente nel libro. Stavo in un negozio e avevo difficoltà a farmi capire, quando mi sento chiedere in inglese se avevo bisogno di aiuto. Mi sono voltato e non c’era il volto. C credo sia stata la prima volta in vita mia in cui ho parlato con una donna completamente velata., e tuttavia quella donna mi ha aiutato. Veniva dalla Siria, dalla città di Idlib, che poi sarebbe diventata famosa perché da lì è partita l’ultima rivolta, in seguito alla quale è stato cacciato Assad. Ogni tanto penso a lei, una donna che probabilmente non rivedrò più ma che con la sua gentilezza mi ha insegnato che dietro ogni velo c’è in realtà una persona., e questo mi ha colpito. Sì, è stato l’incontro più forte per me.

4) Nel libro è estremamente presente il tema della guerra. Cosa ci dice della situazione del suo amato popolo iraniano, che lo scorso inverno ha dato al mondo un esempio di coraggio con le sue rivolte contro il governo della Repubblica islamica e oggi si trova a fronteggiare una situazione ancora più drammatica?

Non è facile rispondere. Amo l’Iran e il popolo iraniano perché è gentile con me, è sempre stato ospitale, colto, civile, ha tutte le caratteristiche positive che fanno dell’Iran un paese in cui il viaggiatore si trova in un certo senso a casa. Certamente il regime è un regime oppressivo, illiberale, inviso alla maggioranza della popolazione, e la sua reazione alle manifestazioni di gennaio è stata terribile. , che ha prodotto una carneficina a gennaio e quindi da parte mia c’è una condanna senza appello. Però la guerra mossa da Stati Uniti ed Israele non è giustificabile sotto nessun profilo e alla fine ha causato l’effetto opposto a quello dichiarato. Il regime non solo non è caduto, ma si è rafforzato, in una eterogenesi dei fini che porta ad un allontanamento dei tempi di una evoluzione positiva. Vedremo. Quel che spero comunque, ora che il memorandum tra USA e Iran pone le basi per una possibile fragile pace, è che le condizioni materiali di vita della popolazione possano migliorare e che si rafforzino le componenti più vicine alle istanze di gran parte dei cittadini.

E’ anche vero che i bombardamenti e quindi la guerra che hanno portato gli Stati Uniti e Israele non è giustificabile sotto il profilo del diritto internazionale, indipendentemente dal regime. Però, a parte questo, io mi sono espresso fin dall’inizio con una preoccupazione, e i fatti mi stanno dando ragione: la guerra prolungherà il regime, anche se che un po’ è cambiato nella sua composizione. Secondo me, l’Iran oggi è un paese molto meno teocratico rispetto a quello che dicono la cronaca e la letteratura corrente. È diventato un paese in cui di fatto il potere è gestito da un ceto militare, i Pasdaran, anche molto tecnocratico, nel senso che usa la tecnologia per scopi di governo. Tutti parlano di regime degli ayatollah, ma qual è l’ayatollah che ha parlato in rappresentanza dell’Iran negli ultimi 100 giorni? Nessuno. Prendono la parola tutte persone che hanno la divisa o rispondono a persone in divisa. Quindi è diventata più una dittatura, un regime comunque autoritario di tipo militare, secondo me. E purtroppo io credo che l’intervento, come sempre eterogenesi dei fini, prolungherà la permanenza del regime attuale, non l’accorcerà.

5) Un altro tema molto presente nel libro è quello della memoria e della narrativa contrapposta. Ci spiega il titolo di uno dei capitoli, “Le ragioni degli altri”?

Ci tengo a precisare che il libro è dedicato a Andy Rocchelli, fotoreporter pavese ucciso nel Donbass nel 2014, per il quale è giusto continuare a chiedere verità e giustizia. Io ho studiato all’università di Pavia e non l’ho conosciuto personalmente, ma conosco i genitori che hanno frequentato studiato nel lo stesso mio collegio universitario. in cui ho studiato io.
Il capitolo su “Le ragioni degli altri” parte da un celebre apologo di Borges celebre, molto bello, in cui Caino e Abele si incontrano e mangiano insieme. A un certo punto Abele dice: “ma sono io che ho ucciso te o tu che hai ucciso me? Non me lo ricordo più.” E la conclusione è che solo l’oblio, solo la dimenticanza di fatto genera l’autentico perdono e quindi, alla fine, la pace. Ecco, l’apologo è molto bello, ma io ritengo che Borges non abbia ragione, perché di fatto noi ricordiamo solo quello che vogliamo ricordare, che sono i torti che ci sono stati inflitti, e dimentichiamo quello che vogliamo dimenticare, che sono le ragioni degli altri.
Gli israeliani vedono solo si concentrano sul 7 ottobre, i palestinesi ricordano la Nakba. insistono sulle stragi che sono avvenute, e questo genera delle narrative contrapposte. Quindi, in realtà l’oblio diventa un oblio selettivo, che genera una memoria e delle narrative identitarie contrapposte. Il capitolo finale è proprio una lunga meditazione su questo tema, di come gioca la memoria. Se uno va in Serbia incontra persone che dicono: “Il genocidio di Srebrenica è una montatura. C’era la guerra, ma tanti sono ritornati e non era vero che erano stati uccisi”. Al tempo stesso, dicono: “voi non conoscete le stragi che sono state fatte a danno dei civili serbi da parte dei bosniaci!” Questo è un tema che io ho toccato lungo il viaggio in diversi luoghi. Chi visita Trebisonda si rende conto che, lì, per da 2000 anni, si è parlava greco e si è continuato a farlo fino ad un secolo fa. Eppure, quanti conoscono il genocidio dei greci del Ponto? La memoria è un tema davvero difficile da inquadrare e in questo senso spesso, soprattutto nei conflitti, Abele non è così buono, e ciascuna parte crede di essere Abele, e che l’altro sia Caino. Uno vede le proprie ragioni e nega le ragioni degli altri. Il motivo del titolo è questo qui.
È ovvio che questo è un ghiaccio sottile, lo so. Perché da qui passa anche si passa facilmente al il revisionismo., specialmente ora, in epoca di social, però è proprio così. E la ragione è una, cioè che la guerra trasforma le persone in bestie e le trasforma spesso al di là delle ragioni. Uno vede le proprie ragioni e nega le ragioni degli altri. Il motivo del titolo è questo qui.

6) Se dovesse definire il suo viaggio in Iran con un solo aggettivo, quale sarebbe?
Meraviglioso.

7) E quale sarebbe quello per il percorso in Anatolia e Turchia?
Inquieto.

8) Lei ha una pagina Facebook molto seguita. Durante il viaggio in Anatolia e Turchia, i suoi followers hanno mostrato la stessa entusiastica partecipazione rispetto a quello in Iran?

Sì, la partecipazione c’è stata, ma forse l’Iran cattura l’attenzione in modo particolare. Anche il viaggio in Anatolia e Iraq è stato molto seguito dalle persone che apprezzano il modo in cui io racconto le cose. Però, forse l’Iran è un luogo che affascina ancora di più, non so nemmeno io bene perché, anche perché io ci sono stato, invece tanti di quelli che mi seguono non ci sono stati. Molti mi dicono: “non ci andrò mai, ma mi è sembrato di viaggiare con te”.

9) Avendo imparato a conoscerla, viene il sospetto che qualcosa bolla in pentola. Sta già pensando al suo prossimo viaggio?

Confesso di no. Il mese prossimo mi laureo in Giurisprudenza e ora sono focalizzato su questo. Poi, poco tempo fa sono stato in Algeria e Tunisia; è un viaggio che volevo fare, proprio il viaggio di Sant’Agostino. Tra l’altro, la settimana dopo che ci sono stato io ci è andato anche il Papa, quindi ho fatto da apripista. É stato un viaggio molto interessante, non so se ne trarrò un libro, però gli spunti ci sono tutti. Poi mi piacerebbe ritornare nei Balcani, che è un’altra area che ho nel cuore e che mostra dei punti interrogativi che animano la mia curiosità di viaggiatore che cerca l’alba dentro l’imbrunire. e ai quali spesso non riesco a dare una risposta vera, concreta, come nell’ultimo libro.

Federica Focà

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