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Lunedì 22 Giugno 2026 16:06

Genocidio: quando una parola diventa un’arma retorica

Nel dibattito pubblico contemporaneo la parola genocidio è diventata un detonatore. Viene usata come accusa...

#attualità
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Nel dibattito pubblico contemporaneo la parola genocidio è diventata un detonatore. Viene usata come accusa morale assoluta, come marchio infamante, come strumento di mobilitazione politica. Ma proprio per questo, il suo uso disinvolto è spesso improprio, fuorviante e profondamente distorcente.

Per il diritto internazionale, il genocidio è il crimine più grave che esista. Per l’opinione pubblica, è diventato un’etichetta da applicare al nemico.

La distanza tra questi due piani è il cuore del problema.

1. Il genocidio è un concetto giuridico, non uno slogan

La Convenzione del 1948 stabilisce criteri rigidissimi: atti tipizzati, prove documentali, e soprattutto l’intenzione di distruggere un gruppo “in quanto tale”.

Senza un accertamento giudiziario, parlare di genocidio significa confondere un’opinione con un fatto giuridico. Eppure, 9nei cortei, nei talk show, sui social, il termine viene usato come se bastasse pronunciarlo per trasformare un conflitto in un verdetto. Questo non è dibattito: è retorica incendiaria.

2. Entrambi gli eventi recenti presentano, in teoria, elementi valutabili in sede giuridica Un punto fondamentale, quasi sempre ignorato nel dibattito pubblico, è che sia l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, sia le operazioni militari israeliane a Gaza, presentano — secondo varie analisi accademiche e giuridiche — elementi che potrebbero essere valutati da un tribunale internazionale alla luce della definizione di genocidio. Questo non significa che siano genocidi.

Significa che solo un tribunale può stabilirlo, sulla base di prove, testimonianze e accertamento dell’intenzione. Il dato cruciale è che ad oggi nessuno dei due eventi è stato riconosciuto come genocidio da una corte internazionale. Eppure, nel discorso pubblico, uno dei due viene spesso proclamato come genocidio certo, mentre l’altro viene sistematicamente oscurato. Questa è una distorsione politica, non giuridica.

3. L’uso politico del termine crea una distorsione speculare Oggi assistiamo a un paradosso comunicativo: il presunto “genocidio israeliano contro i palestinesi”, non riconosciuto da alcun tribunale, è diventato un pilastro di molte narrazioni antisioniste e un motore di mobilitazioni sociali anche violente. Il presunto “genocidio di Hamas contro gli ebrei” il 7 ottobre, anch’esso non riconosciuto da alcun tribunale, viene spesso minimizzato o rimosso dal discorso pubblico, nonostante presenti elementi giuridicamente valutabili. Il risultato è una asimmetria narrativa: si invoca il genocidio quando serve a sostenere una posizione politica, e lo si ignora quando contraddice la propria posizione ideologica.

In entrambi i casi, il termine viene usato senza alcun fondamento giuridico.

4. Il numero delle vittime non decide se un evento è genocidio La legge internazionale non prevede soglie numeriche.

Un genocidio può avvenire anche con poche vittime, se è provata l’intenzione di distruggere un gruppo, dunque:

non è il numero dei morti non è la gravità percepita non è la narrazione dominant a determinare la qualificazione giuridica, ma solo un giudizio internazionale. Attribuire il termine in assenza di una sentenza significa sostituire la giustizia con la propaganda.

5. L’uso improprio del termine alimenta radicalizzazione e disordini

Quando si grida al genocidio senza basi giuridiche, si ottengono tre effetti:

si polarizza il dibattito, perché si trasforma l’avversario nel male assoluto

si legittimano comportamenti estremi, perché si crea l’illusione di reagire a un crimine assoluto

si banalizzano i genocidi riconosciuti, come la Shoah, il Ruanda o Srebrenica

Il termine diventa così un acceleratore di conflitti sociali, non uno strumento di comprensione.

6. Perché l’uso improprio va stigmatizzato e perché il termine nasce da un trauma storico preciso

Il genocidio non è solo un concetto giuridico: è un termine nato dalla Shoah.

Raphael Lemkin lo coniò nel 1944 proprio per dare un nome allo sterminio sistematico degli ebrei europei, un crimine talmente radicale da richiedere una parola nuova. Ricordare questa origine è essenziale:

significa riconoscere che il termine porta con sé un peso storico e morale enorme, che non può essere ridotto a slogan politico. Usarlo con leggerezza significa svuotarlo di significato, tradire la memoria delle vittime e trasformare un concetto nato per proteggere i popoli in un’arma retorica da brandire contro l’avversario.

Un dibattito pubblico maturo dovrebbe distinguere tra: analisi giuridica analisi storica opinione politica e non confondere questi piani per ottenere consenso o indignazione.

Conclusione

Parlare di genocidio senza un riconoscimento giuridico non è solo improprio: è un atto che deforma la realtà, alimenta tensioni sociali e riduce uno dei crimini più gravi del diritto internazionale a un semplice slogan politico.

E soprattutto, oscura il fatto che — in teoria — entrambi gli eventi recenti presentano elementi che solo un tribunale potrà valutare, senza scorciatoie retoriche.

Il linguaggio ha un peso o come diceva Nanni Moretti: “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”.

Quando si parla del crimine più grave che l’umanità abbia codificato, nato dal trauma della Shoah, usarlo con leggerezza significa tradire la verità, la giustizia e la memoria.

(Bruno Carboniero)

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