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Giovedì 25 Giugno 2026 22:06

Intervista a Mauro Francesco Minervino

Buongiorno e grazie a Mauro Francesco Minervino, antropologo e scrittore, per questa intervista sul suo...

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Buongiorno e grazie a Mauro Francesco Minervino, antropologo e scrittore, per questa intervista sul suo nuovo libro “Le strade, la vita. Luoghi Storie Antropologie”, uscito qualche mese fa per Morcelliana-Scholé (pp. 308), nella collana Atlante letterario diretta dallo scrittore Giuseppe Lupo.

1) Vuole innanzitutto presentare il suo nuovo libro ai lettori?

R. “Questo è un libro che racconta le strade, ma soprattutto il senso delle strade. Cos’è davvero una strada? A cosa serve? Chi siamo e chi diventiamo quando ne percorriamo una, cosa ci accade  quando siamo per strada? Oggi la strada è forse il più emblematico dei luoghi della residenza impermanente che tocca in sorte dei contemporanei, è il luogo della vita così com’è. Siamo tutti spinti per strada.La nostra è una società in cui la mobilità generale è l’unica rivoluzione che ha cambiato davvero la ita di tutti. La strada è ormai al centro della nostra vita quotidiana. Siamo più fuori che dentro; la nostra vita è fatta di attraversamenti, di tempi che utilizziamo per salire su un mezzo, per attravesare altrove o semplicemente per spostarci di luogo per motivi quotidiani, banali, come andare a lavorare, fare la spesa, incontrare le persone che amiamo.

La nostra è una civiltà che vive perciò un profondo sradicamento. Nessuno può più vivere ancorato ad un unico luogo; tutti viviamo in più luoghi e in movimento, contemporaneamente. La strada è non più un tratto incidentale della vita, un luogo del passaggio, ma il luogo stesso dove consumiamo buona parte della vita. E la cosa non è priva di conseguenze:  nella vita quotidiana, nelle percezioni ordinarie e straordinarie del nostro spazio, della nostra cultura, nelle nostre relazioni umane. Tutto accade per strada oggi. E questo libro tenta di mettere a fuoco un insieme di temi che ne mettano al centro l’importanza. Cercando di dare un senso all’insieme di questi cambiamenti e a queste esperienze mobili che la strada determina, sia dal punto di vista storico, materiale e sociale, ma anche al loro valore simbolico e antropologico”.

2) Quindi il tema del suo libro è la strada, ma anche simbolicamente il viaggio.

R. “Come dicevo già prima, in realtà siamo tutti viaggiatori, nel senso che siamo tutti messi quotidianamente, costantemente, in movimento verso un altrove vicino o lontano, e sempre per strada. La nostra è una vita in cui la mobilità è un’esperienza quotidiana condivisa, anche quando non ce ne accorgiamo. I viaggi non sono più solo i grandi viaggi, sono esperienze che coinvolgono costantemente la vita quotidiana di milioni di persone: basti pensare all’indirivieni a cui siamo costretti per i più diversi motivi, a quanto ci si muove per poter vivere in uno spazio metropolitano. Ci sono piccole e grandi avventure che si svolgono anche in tratti brevi di strada. E poi c’è un’avventura percettiva e simbolica del viaggio, che è quella che possiamo incardinare alle grandi esperienze narrative, alla simbolica dell’altrove, alle ragioni storiche e culturali che hanno avuto a che fare con l’esplorazione di mondi diversi dal nostro. Esperienze che hanno cambiato molto la geografia del mondo e la cultura antropologica del viaggio. Oggi ci sono viaggi che hanno perso la loro patina di straodinarietà, dato che si svolgono quotidianamente, nella prossimità. Anche questi viaggi hanno ugualmente bisogno di osservazione, di attenzione, di sguardo, perché non ci accorgiamo di quanto il mondo cambi velocemente intorno a noi, molto più velocemente delle nostre percezioni. Quindi un viaggio nel contemporaneo, può essere fatto sia nella prossimità che nelle grandi lontananze, o nei grandi orizzonti narrati dalla letteratura, dal cinema, dai mezzi come di comunicazione come la pubblicità. Il mondo oggi si rimescola costantemente anche nella prospettiva dell’accumulazione di immagini digitali che sopravanzano anche la nostra capacità percettiva, e che vanno oltre la nostra comprensione razionale. Noi ormai percepiamo il viaggio come un evento del nostro quotidiano, perché anche quando non lo facciamo siamo ormai sempre in viaggio in altri mondi. Abbiamo sfondato e alterato gli orizzonti della nostra percezione sensibile, che però rimane profondamente ancorata al nostro stare in luogo, al nostro  corpo, ai sensi, al punto di vista sul reale. La prova di questo scostamento la danno tutti i grandi scrittori, che hanno prima o poi affrontato questo tema dell’attraversamento dello spazio. Che resta sempre un’esperienza imprevista di trasformazione, di cambiamento, di scoperta umana di nuovi orizzonti e conoscenze”.

3) Quando le è venuta l’idea di scrivere il libro?

R. “Questo è un libro che in realtà ho scritto e riscritto costantemente per decine di anni, perché il tema della strada, dello spazio, della mobilità è uno dei temi di ricerca e di racconto cui mi occupo da sempre, come antropologo e scrittore. Dialetticamente si potrebbe dire, in modo molto semplice, che la strada è l’opposto del restare, dello stare. In realtà oggi, nella contemporaneità, queste due alternative si sono completamente aperte e confuse. Non c’è più uno stare in luogo, così come non c’è più  ragione per restare costantemente e definitivamente confinati in un lontano altrove. Noi viviamo in un mondo in cui siamo costretti ad un continuo e costante via vai, ad una ininterrotta presa di misure con una realtà mobile, fatta di spazio e di relazioni”.

4) Quanto la sua professionalità di antropologo ha influenzato la scrittura del libro?

R. L’ha influenzata non poco, perché l’antropologo è prima di tutto colui che deve dimostrare di essere stato altrove, di essere stato là. E questo lavoro non si può fare a casa. Non possiamo essere spettatori del mondo e stare davanti ad una scrivania o a un monitor e basta. Certo viene poi un momento in cui occorre sistematizzare conoscenze, appunti, note di viaggio; ma l’esperienza fondamentale dell’antropologo è andare là, dimostrare di essere stato là e di avere incontrato l’altrove e i suoi abitanti. Questo è un libro in cui l’altrove viene qualche volta molto avvicinato, altre volte viene riallontanato e riportatato alla sua profonda alterità, all’interrogazione di un suo orizzonte più lontano. Ne è prova appunto la varietà di sguardi, di osservazioni, di percezioni che ho raccolto nel volume. Molte provengono anche dalla letteratura. Nel libro io ho affrontato autori che hanno messo a fuoco in modo originale il tema della strada, da Kerouac a Borges, passando per Elsa Morante, Pier Vittorio Tondelli, Ballard, Camus, Calvino. Ho esteso il confronto con capolavori del cinema che sono anche manifesti della trasformazione antropologica e culturale italiana del secondo dopoguerra, come il “Sorpasso” di Risi o “La Strada” di Fellini. Inseguo sempre, infine, la traccia segnata dal mio maestro Marc Augé,  il grande antropologo francese che ha studiato e approfondito l’ambito etnografico e antropologico della strada e dei luoghi di transito nella vita del mondo contemporaneo. La sua lezione è parte costitutiva del mio lavoro scientifico. Insomma, l’impostazione di questo libro è nuova e originale proprio perché mette assieme storie, luoghi e antropologie della strada”.

5) Fra tutti gli straordinari scrittori e registi con cui si è confrontato nelle pagine del libro, qual è quello che le è rimasto più impresso, se ce n’è uno in particolare?

“Posso fare in particolare due esempi: quello di Calvino e quello di Camus. Calvino diventa lo scrittore che conosciamo perché anche la sua letteratura si produce da un atto generativo che riporta alla strada. Calvino volle esattamente allontanarsi, diseratare anzi, da una strada quotidiana e domestica a lui ben  conosciuta, lo scriverà ne La strada di San Giovanni, un libro pubblicato postumo, ma l’eco di questa agnizione giovanile si spande in tutta la sua narrativa. Era la strada che lo riportava a casa, al confine di un luogo nel quale il padre avrebbe voluto destinarlo, cioè alla sua stessa carriera, quella di botanico. Lui ad un certo punto  spezza questo vincolo  e fugge, si allontana dalla strada di casa, anzi prende esattamente una strada opposta per scoprire luoghi che diventeranno poi i luoghi della sua vita altrove, i luoghi della sua ribellione costante. Riveste si da allora di parole questa esigenza vitale di andare oltre e di allontanarsi dal consueto, dal padre e dal paesaggio conosciuto.

Riguardo a Camus, c’è un episodio folgorante che ho narrato nel libro. Riguarda la vita, anzi purtroppo le circostanze della sua morte. Una morte improvvisa che è proprio collegata al suo fatalismo, e insieme alla sua ritrosia per i viaggi, alla sua diffidenza per i viaggi in automobile. Camus però muore in automobile, in circostanze veramente paradossali e incredibili; da morto gli trovano in tasca il biglietto del treno che aveva già comprato per tornare tranquillamente a Parigi con un treno della notte. Ma successe che il suo editore e amico Gallimard, aveva lo convinse a prendere un passaggio con lui in auto per il viaggio di ritorno. Gallimard proprio in quei giorni aveva un’automobile nuova, potentissima.  Per una serie di circostanze mai chiarite, Camus muore durante quel viaggio in auto con Gallimard a causa della velocità e di un inspiegabile incidente stradale, accaduto quando già erano alle porte di Parigi. L’assurdo di questa morte sulla strada di Camus, è il fatto che lui appunto detestasse l’automobile e che la cosa che più temeva era proprio di morire in un incidente stradale. Ma era più che un presentimento; Camus sentiva incombere il paradosso e l’assurdità come regola della vita degli uomini del nostro tempo. E la cosa ancora più pazzesca di questa carambola che il destino ha giocato sulla strada di Albert Camus è che a constatare la morte dello scrittore è stato un medico legale che si chiamava Antoine Camus: un suo omonimo, uno sconosciuto col suo stesso cognome, e questa è una circostanza che ho scoperto scrivendo il mio libro, e nessuno l’aveva mai scoperta e raccontata prima”.

6) Un’ultima domanda. Vuole darci qualche anticipazione sui suoi progetti per il futuro?

R. “Mi piace scrivere di scrivere di strade, di incontri, di vite in movimento; e forse proverò a scriverne in un altro modo, forse con un romanzo. Vedremo”.

MFM, 25 giugno 2026

Federica Focà

 

 

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