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Venerdì 26 Giugno 2026 12:06

Il primato dell’Assoluto: liberi di amare Dio, per amare tutti nella Verità



Davanti a tante dipendenze, compresa quella dalle persone, la novità radicale e liberante del Vangelo, che è invito a ritrovare il centro e il senso della vita, per abitare la città con un cuore capace di risorgere e far risorgere anche gli altri

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,37-42

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Nella quotidianità della nostra città, siamo costantemente sollecitati da una miriade di tentazioni che promettono, illusoriamente, di colmare il nostro vuoto interiore. Dai circuiti classici delle dipendenze, che ancora oggi mietono vittime silenziose, fino alle nuove e pervasive forme di schiavitù digitale – i social network e le nuove IA che fagocitano il nostro tempo, l’algoritmo che detta i nostri gusti, la ricerca spasmodica di un’approvazione virtuale – il rischio è sempre lo stesso: smarrire il centro, perdere il riferimento e il senso della nostra vita, attaccarci e fissarci su ciò che non è vita.

Eppure, esiste una forma di dipendenza ancora più insidiosa, perché si nasconde dietro il volto dell’affetto: la dipendenza dalle persone. Il Vangelo di questa domenica ci propone una novità tanto radicale quanto liberante: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me”. Sono parole scandalose, che non ammettono compromessi. Ma non leggiamole come un invito a recidere i legami o a coltivare l’indifferenza, piuttosto a mettere le priorità, definire ciò di cui non possiamo fare realmente a meno, e ciò che deve discendere da questo con ordine.

Quando assolutizziamo una persona – il partner, il genitore, il figlio – la trasformiamo, magari involontariamente, in un dio. In quel momento, il rapporto smette di essere uno scambio di vita e diventa una relazione che fa male. Diventiamo schiavi del compiacere, incapaci di dire la verità per paura di deludere, prigionieri di un gioco di proiezioni dove l’altro deve rispecchiare le nostre aspettative per confermarci che esistiamo. Un amore che divinizza l’altro impedisce sia a noi che all’altro di crescere nella libertà dei figli di Dio. Eccoci allora sempre sulla soglia, tra la vita naturale, destinata alla biologia, e la vita soprannaturale, destinata all’Eterno. Scegliere Cristo come priorità significa accettare di “perdere” la vita intesa come narcisismo e possesso, vissuta banalmente schiavi di altri, o ancora schiavi pure di sé stessi.

In città, essere cristiani oggi significa proprio questo: tra palazzi grigi e anonimi, essere portatori di un’Alterità con la A maiuscola. Significa coltivare relazioni che non siano “minacce”, dove la paura dell’altro non blocca la nostra parola. Accogliere Dio significa dissetare in noi la profezia, non avere paura di andare controcorrente per essere autenticamente come il Signore ci vede e ci vuole, sapendo che solo chi mette Dio al di sopra di ogni affetto terrestre è, paradossalmente, capace di amare davvero, senza distruggere e senza farsi distruggere.

La nostra “sfida urbana” settimanale allora è questa: passare dalla dipendenza all’appartenenza. Solo appartenendo a Dio, diventiamo finalmente liberi di abitare la città con un cuore capace di risorgere e far risorgere anche gli altri.

26 giugno 2026

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