Sabato 27 Giugno 2026 12:06
Sanita’: San Camillo, contro sclerosi multipla terapie personalizzate con biomarcatori e tecnologie
Scoperte promettenti sulla sclerosi multipla: nuove prospettive prognostiche e il ruolo dei biomarcatori.
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La sclerosi multipla è una malattia neurologica cronica che colpisce oltre 145 mila persone in Italia ed è riconosciuta come una delle principali cause di disabilità neurologica tra i giovani adulti. Nonostante non esista ancora una cura definitiva, negli ultimi trent’anni la ricerca ha fatto significativi progressi, portando allo sviluppo e alla validazione di numerose terapie ad alta efficacia, in grado di modificare in modo sostanziale il decorso della malattia. Oggi, come indicato in una nota, una delle principali sfide della ricerca è quella di prevedere l’evoluzione della malattia, definendo la prognosi, al fine di poter scegliere il trattamento più appropriato e personalizzato sin dalle prime fasi per ogni paziente.
Una recente revisione sistematica, risultato del lavoro del Consorzio europeo “Magnetic Resonance Imaging in Ms – Magnims” e pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale Nature Reviews Neurology, propone di aggiornare i criteri prognostici della sclerosi multipla seguendo un modello multidimensionale. L’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini ha guidato questa ricerca, con il dottor Luca Prosperini come primo autore e il professor Claudio Gasperini in qualità di autore senior e corrispondente, sottolineando il ruolo di primo piano del centro romano nel delineare le nuove prospettive relative alla prognosi della sclerosi multipla. È quanto si legge in una nota. Inoltre, è stato fondamentale il contributo del professor Luca Battistini del Santa Lucia Irccs, in merito all’importanza e all’utilizzo dei biomarcatori, a conferma del ruolo centrale che il centro di ricerca occupa nel panorama internazionale della sclerosi multipla.
Il modello proposto identifica tre dimensioni principali da esplorare dal punto di vista prognostico. Si parte dal presupposto che non sia sufficiente valutare esclusivamente il numero di lesioni presenti nel sistema nervoso centrale, ma sia altrettanto importante considerare la loro localizzazione e quali circuiti neurologici coinvolgano, insieme alle capacità di compensazione del danno da parte del cervello. Nello specifico, la prima dimensione riguarda la quantità complessiva di danno, che può essere valutata attraverso la storia clinica, la frequenza delle ricadute, la progressione della disabilità, la risonanza magnetica e i biomarcatori presenti nel sangue, come i neurofilamenti a catena leggera. La seconda dimensione si concentra sulla localizzazione delle lesioni: danni a midollo spinale, tronco encefalico, cervelletto o aree corticali possono avere un impatto prognostico maggiore rispetto ad altre sedi. Infine, la terza dimensione riguarda la capacità di compenso individuale, influenzata da fattori quali età, riserva cognitiva, comorbidità e stile di vita.
Particolarmente significativo è il messaggio che emerge da questa ricerca, quasi rivoluzionario per una malattia spesso percepita come un destino ineluttabile: il danno patologico causato dalla malattia non è l’unico fattore determinante. La capacità di compenso dipende anche da scelte quotidiane. Il concetto chiave è quello di riserva, ossia la capacità del sistema nervoso di assorbire il danno senza tradurlo in disabilità visibile. Questa riserva, in parte, si costruisce nel corso della vita. Un livello di istruzione più elevato e una maggiore attività intellettuale sono associati a una progressione più lenta della disabilità e a migliori performance cognitive. Anche l’attività fisica, sia prima che dopo la diagnosi, è correlata a un andamento clinico più favorevole. Inoltre, l’esposizione al sole è importante: livelli adeguati di vitamina D sono associati a una minore attività della malattia e a migliori risultati cognitivi e motori; un trial recente ha dimostrato che la supplementazione precoce può ridurre l’attività della malattia. Smettere di fumare, mantenere il peso sotto controllo e seguire una dieta sana possono portare a un impatto ridotto della malattia, minore fatica, dolore, depressione e deficit cognitivi.
La revisione evidenzia anche il ruolo crescente dei biomarcatori presenti nel sangue e nel liquido cerebrospinale. Tra questi, i neurofilamenti a catena leggera si rivelano tra gli strumenti più promettenti per monitorare l’attività della malattia e la risposta alle terapie. Altri marcatori, come Gfap, Cxcl13 e Chit1, potrebbero in futuro aiutare a distinguere meglio le componenti infiammatorie, neurodegenerative e “silenti” della malattia. Le tecnologie digitali possono altresì contribuire alla medicina di precisione. Dispositivi indossabili, monitoraggio del cammino, analisi della mobilità quotidiana, test neuropsicologici e strumenti come l’Oct per lo studio della retina possono rivelare segnali di danno precoce prima che diventino evidenti durante una visita clinica tradizionale. Il messaggio centrale della revisione è che la sclerosi multipla deve essere sempre più interpretata come un continuum biologico, in cui infiammazione, neurodegenerazione e capacità di compenso evolvono nel tempo. La prospettiva futura è quella di passare da una gestione basata su categorie generali a una valutazione sempre più individualizzata, capace di guidare scelte terapeutiche tempestive, mirate e personalizzate.
