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Lunedì 29 Giugno 2026 23:06

Enrico Grosso: una legge elettorale con premio per una minoranza,  patologia della democrazia

L’intervista a Enrico Grosso,  Professore ordinario di Diritto Costituzionale  – Università di Torino sulla riforma della legge

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L’intervista a Enrico Grosso,  Professore ordinario di Diritto Costituzionale  – Università di Torino sulla riforma della legge elettorale in discussione alla Camera, registrata nell’ambito della serie di video interviste di Carteinregola Riforma della Legge elettorale: meno rappresentanza, meno democrazia a cura di Anna Maria Bianchi e Isabella Pierantoni.

Anna Maria Bianchi

Oggi parliamo della proposta di legge elettorale con Enrico Grosso, Professore ordinario di Diritto costituzionale  – dell’ Università di Torino, e  iniziamo dai principali punti critici  che sono stati evidenziati dalla maggior parte dei costituzionalisti, tra i quali c’è anche il Professor Grosso, che sono stati auditi dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera nel mese di maggio.

Enrico Grosso

I punti qualificanti della legge, su cui interviene la riforma sono sostanzialmente tre.

Il primo è l’introduzione di un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione di liste che abbia raggiunto almeno il 42% dei voti validi. A questa lista o coalizione di liste è riconosciuto come premio un numero fisso di parlamentari, pari a 70 deputati in più e a 35 senatori in più, rispetto a quelli che spetterebbero alla lista o alla coalizione di liste sulla base di un riparto proporzionale dei voti effettivamente conseguiti in ciascuna camera. La prima caratteristica, dunque, è un premio di maggioranza consistente in una cifra fissa, un numero fisso di deputati o di senatori che vengono regalati a quella coalizione se ha superato la soglia del 42% dei voti.

La seconda caratteristica è che per la scelta in concreto dei parlamentari – le persone fisiche che saranno elette deputati o senatori sulla base di questo premio di maggioranza – non si ricorrerà né a collegi uninominali
[1]
, cioè collegi nei quali il singolo elettore possa scegliere il solo candidato di ciascuna delle liste che si presentano, né con il sistema delle preferenze che consentono all’elettore di scrivere sulla scheda il nome del candidato preferito e dunque di sceglierlo direttamente.

I parlamentari saranno invece individuati sulla base di liste bloccate. Saranno bloccate sia le liste circoscrizionali, ossia quelle all’interno delle quali saranno individuati i parlamentari eletti nella quota proporzionale, sia il listone nazionale dei 70 deputati e 35 senatori che andranno a comporre il premio di maggioranza. In sintesi, il territorio nazionale viene diviso in circoscrizioni
[2]
, in ciascuna circoscrizione si presentano una serie di candidati predeterminati dai partiti; a seconda del numero di voti ricevuti da una lista in quella circoscrizione verranno eletti il primo, il primo e il secondo oppure il primo il secondo e il terzo, e così via, senza che all’elettore sia data alcuna possibilità di scelta rispetto all’ordine predeterminato dai singoli partiti. Per quanto riguarda il premio di maggioranza (i 70 deputati e i 35 senatori assegnati alla coalizione di liste che avrà ottenuto la maggioranza almeno del 42% in entrambe le camere) si prevede che quei 70 deputati e quei 35 senatori siano interamente predeterminati in una lista nazionale, scelta di nuovo dai partiti di riferimento (in questo caso – verosimilmente – da un accordo all’interno della coalizione formata dai partiti che si alleano).

Se nessuna delle liste o coalizioni di liste che si presentano raggiunge il 42% dei voti, ovvero se si raggiunge soltanto alla Camera e non al Senato o soltanto al Senato e non alla Camera, il premio non scatterà. In questo caso i deputati e i senatori verranno distribuiti secondo un criterio proporzionale, ma sempre sulla base di liste bloccate, rispetto alle quali gli elettori non avranno alcun tipo di voce in capitolo.

La terza caratteristica della nuova legge elettorale è che ogni coalizione, per potersi presentare alle elezioni, e quindi per poter presentare liste di candidati, deve anche indicare il nome di colui che verrà proposto, in caso di vittoria elettorale, al Presidente della Repubblica come candidato presidente del Consiglio dei Ministri. L’intento è trasparente: vi è la volontà di realizzare di fatto, attraverso la legge elettorale, ciò che l’attuale maggioranza di governo avrebbe voluto introdurre con la riforma costituzionale del cosiddetto premierato: fare in modo che il candidato presidente del Consiglio dei Ministri sia indicato preventivamente, in modo che a posteriori si possa dire che “è stato il popolo a scegliere il Premier”. Il che è un’assurdità costituzionale, perché la nomina del Presidente del Consiglio dei ministri spetta, ai sensi dell’art. 92, al Presidente della Repubblica, mentre il conferimento della fiducia spetta, ai sensi dell’art. 94, al Parlamento.

Su ciascuna di queste caratteristiche della proposta di legge elettorale ho forti perplessità, che meritano approfondimenti.

Anna Maria Bianchi

Approfondiamo allora la parte che riguarda la rappresentanza, che è quella che viene più compressa in nome di una presunta maggiore governabilità. Lei nella sua audizione ha ricordato la sentenza della Corte costituzionale, che ha definito incostituzionale ogni meccanismo che privi l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti. Ha già parlato delle liste bloccate, che tuttavia sono già una realtà nel sistema elettorale vigente. C’è poi l’aspetto dei riferimenti territoriali per gli elettori e per i candidati, dei collegi plurinominali, dei candidati eletti nel listone nazionale: non pensa che questo sistema per gli elettori si traduca in una ulteriore compressione della conoscibilità dei propri potenziali rappresentanti?

Enrico Grosso

Facciamo un passo indietro. Il nostro è l’unico paese al mondo in cui in un arco temporale di poco superiore a trent’anni, dal 1993 a oggi, si sono susseguite già quattro riforme incisive del sistema elettorale. Questa è la quinta che si appresta ad essere approvata. Il nostro è di sicuro l’unico paese al mondo in cui due delle quattro riforme entrate in vigore in tale ristretto periodo di tempo sono state dichiarate costituzionalmente illegittime: la Corte costituzionale è intervenuta due volte, nel 2014 e poi nel 2017, e ha dichiarato incostituzionali le leggi elettorali in quel momento in vigore.

Questa è un’anomalia assoluta. Affinché non venga dichiarata incostituzionale la terza legge elettorale in trent’anni, dobbiamo allora tenere conto delle indicazioni molto precise che ci ha dato la Corte costituzionale. Non dobbiamo fare finta che la Corte abbia parlato al vento nelle due sentenze del 2014 e del 2017, nelle quali sono stati affermati principi molto precisi, che riguardano sia il premio di maggioranza sia le modalità di scelta dei singoli candidati che andranno poi a comporre il Parlamento.

 Sotto il profilo del principio rappresentativo e del rapporto tra il valore costituzionale della corrispondenza tra voti e seggi che va sempre tendenzialmente assicurato in nome dell’uguaglianza del voto e la c.d. “garanzia della governabilità”, la Corte costituzionale nel 2014 ha testualmente affermato che l’alterazione del criterio del riparto proporzionale dei seggi, che avviene con il premio di maggioranza, non può essere tale da creare una eccessiva sovra-rappresentazione della lista (o coalizione) di maggioranza relativa, tale da generare in concreto una distorsione tra i voti espressi e l’attribuzione dei seggi, che, pur essendo presente in qualsiasi sistema elettorale, possa assumere una misura tale da compromettere l’uguaglianza del voto.

L’articolo 48 della Costituzione stabilisce che il voto di ciascun cittadino deve valere come quello di ciascun altro. Tutti i voti valgono in modo tendenzialmente uguale, dice la Costituzione, e quindi non si può provocare una distorsione nella rappresentanza delle singole liste, tale per cui il voto di qualcuno valga la metà dell’altro. Quindi non sarebbe solo incostituzionale introdurre un premio di maggioranza sganciato dal raggiungimento di una soglia percentuale minima di voti, come avveniva per esempio per la legge Calderoli (il c.d. “Porcellum”), dichiarata incostituzionale nel 2014. Sarebbe comunque incostituzionale un premio troppo distorsivo, che alterasse eccessivamente la distribuzione dei seggi rispetto al normale criterio proporzionale, quale che fosse la percentuale di partenza.

Ora, riconoscere per esempio un numero fisso di deputati, che può arrivare a 70, a chi ha ottenuto già il 45%-46% dei voti, significa dare a quella lista un numero di seggi in più che può arrivare al 60% o più (nonostante l’esistenza di una sorta di “criterio moderatore” che limiterebbe il numero massimo di deputati assegnabili alla coalizione vincente a 220, e il numero massimo di senatori a 113, il quale però non tiene conto dei parlamentari aggiuntivi che potrebbero essere assegnati a tale coalizione in Trentino-Alto Adige e in Valle d’Aosta, ove è mantenuto il collegio uninominale, oltre che nella pattuglia di parlamentari eletti all’estero). Ciò costituisce un’alterazione a mio giudizio eccessivamente distorsiva.

Prendiamo ad esempio la Camera, in cui sono eletti 400 deputati. Se io assegno dei deputati in più alla lista che vince, quei deputati sempre 400 alla fine dovranno essere; di conseguenza, quei 70 deputati che do in più al vincitore sono deputati sottratti alle liste degli sconfitti. Ottengo in tal modo un doppio effetto, di aumento dei deputati assegnarti alla lista che vince e di corrispondente diminuzione dei deputati assegnati alle liste che non accedono al premio.

Inoltre la distorsione potrebbe risultare talmente alta da rischiare di mettere in pericolo le c.d. “soglie di garanzia”.

Che cosa sono le soglie di garanzia? Sono quei quorum di maggioranza previsti dalla Costituzione per tutti i casi in cui si ritiene (cioè i Costituenti ritennero) che la decisione non possa essere presa a maggioranza semplice. La maggioranza di governo non deve avere la possibilità di scegliere da sola i cinque giudici costituzionali eletti dal Parlamento in seduta comune, o i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Allo stesso modo non deve avere la possibilità di approvare da sola una revisione costituzionale con una maggioranza tale da impedire che su di essa possa essere chiesto dalle opposizioni un referendum confermativo. Ed infine, non dovrebbe neppure – da sola – procedere all’elezione del Presidente della Repubblica (almeno nelle prime tre votazioni). In tutti questi casi la Costituzione prevede maggioranze qualificate, pensate per “costringere” la maggioranza di governo a raggiungere il necessario compromesso con l’opposizione. Con un’alterazione così accentuata della rappresentanza, quelle soglie di garanzia rischiano di saltare. La conseguenza è che una lista/coalizione, che per esempio abbia avuto il 42% dei voti (il che significa che il 58% di chi è andato a votare, ossia una maggioranza assoluta di elettori, ha votato in senso contrario) vede per incanto il suo consenso artificialmente gonfiato fino a oltre il 60% dei seggi. Con quel 60% dei seggi, la coalizione che ha vinto con il 42% può cambiare da sola la Costituzione, eleggere da sola il Presidente della Repubblica al primo scrutinio, i giudici costituzionali e così via.

Ciò, secondo la Corte costituzionale, è un pericolo, una minaccia per l’equilibrio democratico, oltre che per il principio di uguaglianza del voto. Questa è la prima e una delle principali ragioni di incostituzionalità di questa legge.

Ce ne è poi un’altra. Indipendentemente dal premio di maggioranza, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale “qualsiasi meccanismo di distribuzione dei seggi ai singoli candidati, che privi l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti. Le attività dirette alle selezioni dei candidati devono essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini e alla realizzazione di linee programmatiche, che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati”.

Ho letto un passo significativo della sentenza della Corte costituzionale n. 1/2014. Che cosa significa che sono vietate le liste bloccate di dimensioni abnormi, come quelle a suo tempo previste dalla legge Calderoli, che fu infatti dichiarata incostituzionale? Perché le liste bloccate di dimensioni abnormi impediscono di fatto all’elettore un’effettiva conoscenza dei candidati che, con il suo voto, egli concorrerà ad eleggere.

Secondo me tutto ciò è particolarmente offensivo nei confronti degli elettori. Facciamo un esempio. Io sono iscritto nelle liste elettorali del Comune di Torino. Voterò pertanto nella circoscrizione elettorale di Torino e provincia. Sulla mia scheda elettorale saranno presenti, per ciascuna lista o coalizione di liste, cinque o sei nomi corrispondenti ai candidati da eleggere nella quota proporzionale, più altri quattro o cinque corrispondenti ai candidati al premio di maggioranza che dovrei contribuire a eleggere nella mia provincia. Prescindiamo un momento dal fatto che, con riferimento ai candidati della quota proporzionale, io mi limiterò a dare un voto “generico” che contribuirà a determinare il numero dei candidati di quella lista che saranno effettivamente eletti, ma non avrò alcuna voce in capitolo sulla selezione delle singole persone fisiche che occuperanno il seggio (che dipenderà solo ed esclusivamente dall’ordine con cui il loro partito di riferimento le avrà collocate all’interno della lista). Soffermiamoci invece sulla seconda lista, quella contenente i nomi dei candidati assegnati con il premio di maggioranza.  In realtà questa seconda indicazione è un inganno, perché il premio di maggioranza, che io contribuisco a formare attraverso il mio voto nella provincia di Torino, in realtà sarà composto non da quei candidati che io trovo sulla mia scheda, ma da tutti i 70 candidati che verranno eletti automaticamente in blocco, se scatterà il premio a livello nazionale. Cioè io col mio voto nella provincia di Torino non contribuisco soltanto a eleggere i quattro o cinque candidati indicati sulla mia scheda a Torino, ma contribuisco ad eleggere anche i candidati del premio di maggioranza che stanno a Messina, a Bolzano, a Roma e in tutto il resto d’Italia. Ma io non li conosco, perché sono collocati in un listone di 70 persone, “spezzettate” circoscrizione per circoscrizione ma destinate ad essere elette (o ad essere bocciate) in blocco. Io vengo indotto a credere di votare per i quattro candidati di cui trovo indicazione sulla scheda, ma in realtà sto votando per settanta persone insieme, in larghissima parte a me ignote, disseminate su tutto il territorio nazionale. Ora questo è un meccanismo palesemente incostituzionale perché il mio voto viene utilizzato per eleggere anche una serie persone di cui io nulla so, in quanto sono “apparentemente” candidate in una circoscrizione diversa.

C’è un elemento ancora più grave, che provo a descrivere con un altro esempio. Io voto a Torino e contribuisco, nella mia circoscrizione, a far vincere la coalizione “blu” (che magari trionfa nella mia circoscrizione proprio in quanto sono particolarmente apprezzati i candidati che tale coalizione ha inserito nella lista destinata al premio di maggioranza). Poiché però la coalizione “blu” non vince a livello nazionale, in quanto sopravvanzata dalla coalizione “gialla”, il mio voto a Torino non serve a eleggere i candidati blu del premio di maggioranza, anche se nella mia circoscrizione la coalizione “blu” ha effettivamente vinto, e magari con distacco, perché il premio di maggioranza scatterà a livello nazionale. Quindi il mio voto non sarà servito a niente, ma in compenso anche i voti di Torino che sono andati alla coalizione “gialla” (perdente a Torino) saranno serviti a eleggere i candidati del premio di maggioranza nazionale di quella coalizione.

Questa è di nuovo una distorsione, perché all’elettore non resta nessun margine di scelta. Non è neanche in grado di capire fino in fondo quali sono i candidati che, con il suo voto, egli contribuirà ad eleggere. Ciò mi sembra macroscopicamente incostituzionale, oltre ad essere profondamente lesivo della fiducia che i cittadini devono continuare ad avere nei confronti dei meccanismi di formazione della rappresentanza politica.

Se io non ho più alcuna voce in capitolo su coloro che verranno eletti, ma perché devo continuare ad andare a votare? Ci lamentiamo da anni del drammatico crollo della partecipazione al voto e dell’aumento abnorme dell’astensionismo, ma che cosa ci aspettiamo, se continuiamo a fabbricare sistemi elettorali che espellono letteralmente i cittadini dal circuito della rappresentanza e della decisione politica? Se ai cittadini non è più data alcuna concreta possibilità di scegliere i loro rappresentanti, o almeno di controllare in qualche modo chi verrà effettivamente eletto, allora perché dovrebbero continuare ad andare a votare?

Anna Maria Bianchi

Come giudica il sistema elettorale attuale e quale sarebbe a suo avviso il sistema migliore per garantire una partecipazione democratica dei cittadini elettori?

Enrico Grosso

Su questo ho una posizione precisa, che ovviamente non pretendo sia condivisa da tutti. Parto da una constatazione: abbiamo parlato poc’anzi della crescente disaffezione al voto, una disaffezione che caratterizza ormai endemicamente ogni appuntamento elettorale e che mi preoccupa particolarmente perché alla fine mette in discussione lo stesso principio democratico in quanto tale.

Noi ci troviamo di fronte a cittadini sempre più insoddisfatti, sempre meno capaci di essere integrati politicamente, proprio per l’incapacità del sistema politico di intercettarne adeguatamente i bisogni e le esigenze, che disertano sempre di più le urne perché non credono più in un meccanismo di selezione che è sempre più artificiale, sempre più etero-diretto, in cui la loro capacità di scegliere i loro rappresentanti è sempre meno valorizzata.

Ho l’impressione che la crisi del rapporto tra cittadini e rappresentanti, quindi tra cittadini e Parlamento, non sia stata adeguatamente contrastata dalle modifiche sempre più insistenti e parossistiche delle leggi elettorali che si sono susseguite ad ogni livello a partire dal 1993. Riforme, già quelle della grande stagione referendaria di Mario Segni che tanta retorica ha sviluppato, che erano state tutte accomunate da un’unica cifra stilistica, forse da un unico obiettivo strategico: l’esaltazione del principio maggioritario, cioè l’idea che ai cittadini non spettasse scegliere i parlamenti, bensì i governi, e che a tal fine fosse auspicabile che il voto generasse la formazione di due sole forze politiche (o quantomeno due sole coalizioni politiche) che si fronteggiassero per “la conquista del governo”. L’obiettivo era dunque quello della semplificazione, della “binarizzazione”, della polarizzazione del quadro politico, infine della verticalizzazione del potere e di una sempre più spiccata personalizzazione.

Si costringeva l’elettore a votare Berlusconi o Prodi, adesso si pretende che voti Meloni o Schlein. Come se non ci fosse nulla in mezzo, o di lato. L’idea è che al cittadino non spetti eleggere un Parlamento costruito in base a un’articolazione plurale di soggetti, ma che gli tocchi di scegliere lo schieramento bianco o quello nero, quello rosso o quello blu, senza alternative.

Una delle ragioni di questo vero e proprio disfacimento dell’idea di rappresentanza è proprio da ascriversi alla fastidiosa retorica della semplificazione che ha cominciato ad essere agitata fin dagli anni ‘90 da parte dei fautori delle riforme elettorali maggioritarie.

All’idea della democrazia che serve a integrare il pluralismo attraverso il confronto e il compromesso – le nostre società sono società pluralistiche, nelle quali per fortuna non la pensiamo solo in due modi, per cui non si capisce perché dovremmo essere costretti a dividerci in due soli schieramenti – si è sostituita l’idea della democrazia come contrapposizione continua, anzi come guerra tra due opposti eserciti, di cui ogni elezione andrebbe vissuta come la battaglia risolutiva. Alla concezione delle elezioni come momento di confronto democratico tra forze politiche che sanno di dover poi trovare, in Parlamento, gli opportuni compromessi politici quotidiani che lo Stato costituzionale esige, si è sostituita quella delle elezioni come ordalia, una sorta di rito tribale tra due – e possibilmente non più di due – schieramenti che si scontrano all’ultimo sangue per ottenere dal “popolo sovrano” il mandato a “decidere” in suo nome.

Bene, tutto ciò, alla fine ha logorato il sistema, perché è una concezione di un artificialismo e di un semplicismo sconfortante. Non esisteranno mai, in natura, due soli modi di vedere il mondo. Possono tutt’al più esistere compromessi tra forze diverse che, in Parlamento (ossia essenzialmente “parlandosi”) si sforzino di raggiungere i necessari accordi politici. E difatti cos’è avvenuto negli ultimi trent’anni? Che le coalizioni formatesi per vincere le elezioni spesso si sono dimostrate delle accozzaglie artificiali, eterogenee, intrinsecamente deboli e incapaci di assumere responsabilmente le decisioni che toccano a chi deve governare. Magari hanno saputo dimostrare grande “stabilità di governo” (ossia grande motivazione a continuare a stare insieme al governo), ma quasi mai una decente stabilità dell’”azione” di governo, che è cosa assai diversa.

Insomma, l’ossessione semplificatrice dell’ultimo trentennio, retoricamente esaltata come il rimedio ai presunti mali della democrazia italiana, ha finito per produrre una rappresentazione distorta della funzione delle elezioni. Che non servono a scegliere il Governo, ma a eleggere il Parlamento. Esse hanno sicuramente – anche – il compito di provare a “costruire” maggioranze politiche, e dunque – in una forma di governo parlamentare – di consentire auspicabilmente la formazione di governi stabili. Ma ciò non può avvenire al prezzo di sacrificare fino al punto di annichilire il fondamentale compito assegnato alla legge elettorale: quello di consentire una effettiva rappresentanza del pluralismo politico e sociale, e di rendere immediatamente percepibile nei cittadini – elezione dopo elezione – tale corrispondenza tra le articolazioni del pluralismo presenti nella società, le loro proiezioni parlamentari e gli indirizzi politici che da tale concorso dovrebbero scaturire.

Nel Parlamento italiano si è persa la capacità di parlarsi. Parlarsi stando in Parlamento significa abituarsi a parlare con le persone che non la pensano come te. Questa attitudine, che era propria degli statisti del passato, sembra ormai completamente scomparsa. In Parlamento non ci si parla più. Spesso raccolgo l’invito a recarmi in audizione presso le commissioni parlamentari, per offrire il mio punto di vista su progetti di legge concernenti questioni che attengono alle mie competenze giuridiche. Tutte le volte che mi reco in tali consessi ho l’impressione che, tra di loro, i parlamentari della maggioranza e quelli dell’opposizione non si parlino più, forse abbiano perduto la capacità, e sicuramente in ogni caso l’interesse, a farlo. Le audizioni si trascinano come un rito stanco e sostanzialmente inutile, in attesa che arrivi il momento del voto, il momento della conta, quello in cui “non ci si perde più in chiacchiere”. Tutto ciò è davvero deprimente, se pensiamo a cosa sono serviti, e per cosa sono nati, i parlamenti.

Per uscire da questa vera e propria malattia della democrazia, occorre ricostruire quel tessuto lacerato e provare a ridare ai cittadini fiducia nelle istituzioni, offrendo un rimedio che spezzi la retorica di una pretesa “democrazia decidente” rozza e semplificata, fatta di “vincitori” e “vinti”, i primi destinati a “governare” e i secondi – nella migliore delle ipotesi – ad attendere in silenzio il proprio turno. Sebbene oggi, nella retorica dominante della soi disante “democrazia decidente”, ciò possa apparire paradossale, sono convinto che il difetto solitamente ascritto ai sistemi elettorali proporzionali, ossia il fatto di non essere, tendenzialmente, “majority- assuring”, costituisca in realtà il suo maggior pregio. I sistemi funzionali a “costruire” artificialmente maggioranze politiche attraverso ancor più artificiali “premi”, e poi ad alimentare retoricamente la “vittoria” elettorale conquistata, per trasformarla in legittimazione a “governare” in splendida autonomia, consegnano in realtà il potere nelle mani di una minoranza che ormai non si sente neppure obbligata a “parlare” con la maggioranza degli “sconfitti”, e sempre meno si avvede – tanto meno riesce a venire a capo – della complessità dei problemi che investono una società sempre più divisa, impaurita e fragile.

Non è affatto una cosa di per sé desiderabile che “la sera delle elezioni” si conosca il Presidente del consiglio; anche se lo conosciamo un mese dopo, non succede proprio niente. Anzi, magari un governo uscito all’esito di una approfondita e complessa trattativa tra forze politiche forti e autonomamente legittimate sarà più autorevole e meglio capace di sostenere e portare avanti un programma condiviso e dunque un’azione di governo davvero stabile.

In breve, secondo me per invertire la rotta e superare la drammatica crisi della rappresentanza politica che ha portato ultimamente a percentuali di disaffezione al voto davvero preoccupanti l’unica strada è un ritorno a un sistema a base proporzionale. Non esiste un sistema elettorale perfetto, valido sempre in ogni momento storico. In questo momento storico, caratterizzato da crescenti problemi di legittimazione parlamentare, di difficoltà di funzionamento della rappresentanza politica e anche di carenza della continuità dell’azione di governo, occorre una legge che reintroduca un sistema elettorale tendenzialmente proporzionale. Un sistema proporzionale senza particolari correttivi o aggettivi, se non quelli, già ampiamente sperimentati in paesi caratterizzati da solide tradizioni parlamentari, idonei a limitare l’eccesso di frammentazione politica, quali potrebbero essere la previsione di soglie di sbarramento implicite (attraverso il sapiente governo della dimensione territoriale delle circoscrizioni o del recupero dei resti) ovvero esplicite.

Anna Maria Bianchi

Un’ultima domanda: cosa possiamo fare? Non sarà possibile per le opposizioni impedire l’approvazione di questa proposta di legge e molti dicono che anche la Corte costituzionale non avrà il tempo materiale per intervenire prima delle prossime elezioni. Che cosa si può fare a livello politico e cosa può fare la società civile?

Enrico Grosso

Innanzi tutto bisogna parlarne. Sono reduce da un’entusiasmante campagna referendaria e una cosa quella campagna mi ha insegnato: che se si spiega agli elettori – magari incontrandoli personalmente e non soltanto parlando loro attraverso il video o i social networks – qual è la vera posta in palio nei momenti in cui i grandi nodi politici in discussione vengono al pettine, la gente alla fine capisce.

Quindi innanzitutto sarà necessario spiegare alle persone di che cosa questa legge le stia scippando: le sta scippando sostanzialmente del valore del loro voto e del valore della loro partecipazione democratica.  

Dopodiché, dal punto di vista strettamente giuridico, il giorno in cui la legge entrasse in vigore, in tutti i tribunali d’Italia si può presentare un ricorso per accertamento della lesione individuale del diritto di voto, che potrebbe portare qualunque giudice a sollevare la questione di costituzionalità della legge appena approvata. E vedremo cosa ne penserà la Corte costituzionale, alla luce dei suoi precedenti.

Mi aspetto tuttavia che, appena la legge sia stata approvata, il Governo chiederà al Presidente della Repubblica lo scioglimento delle camere, e quindi sono scettico sul fatto che la Corte costituzionale arriverà in tempo a pronunciarsi su questa legge elettorale prima delle prossime elezioni, anche se non lo escludo. Può anche darsi che i tempi tecnici lo consentano; in tal caso, sono abbastanza fiducioso sul fatto che questa legge non possa restare così com’è e che quindi la Corte costituzionale non possa che dichiararla incostituzionale, almeno parzialmente.

Se ciò non avvenisse, sarebbe molto grave, perché significherebbe che noi saremmo nuovamente chiamati a votare (come già è successo nel 2006, nel 2008 e nel 2013) con una legge elettorale incostituzionale.

Credo infine che questa battaglia per la correttezza della rappresentanza, che alla fine è una battaglia per la Costituzione, possa e debba diventare un pezzo della campagna elettorale delle opposizioni. Come avvenne nel 1953. Nel 1953 fu approvata una legge che prevedeva un premio di maggioranza, passata poi alla storia con il nome di “Legge truffa” Si trattava di un premio infinitamente meno invasivo rispetto a quello che ci viene proposto oggi, che assicurava circa il 64% dei seggi alla coalizione che avesse comunque raggiunto almeno il 50% +1 dei voti, una maggioranza già di per sé autonomamente “assoluta” e autosufficiente.

Orbene, le forze politiche di opposizione – che avevano contrastato duramente l’approvazione della legge in Parlamento, ma non avevano potuto alla fine impedire che entrasse in vigore stante l’atteggiamento della maggioranza tetragono a qualsiasi cambiamento o compromesso – trasformarono quella battaglia parlamentare in una successiva battaglia politico-elettorale. In campagna elettorale denunciarono sistematicamente i pericoli che, se fosse scattato il premio, avrebbero potuto minacciare la tenuta dell’equilibrio costituzionale. Alla fine molti elettori, anche di tendenze politiche moderate, si rifiutarono di votare per la coalizione centrista, che si fermò al 49,8% dei voti. Il premio non scattò, e nella legislatura successiva la legge fu abrogata.

Credo che, sulla scorta di quell’insegnamento, le forze di opposizione dovrebbero caricarsi sulle spalle una battaglia politico-elettorale di denuncia dell’ennesima forzatura costituzionale che la maggioranza politica attualmente al governo ha voluto fare con l’approvazione di questa legge elettorale, impegnandosi solennemente ad abrogarla come primo atto del nuovo Parlamento, qualora vincessero le elezioni.

Può darsi che, se sapranno spendere bene i propri argomenti, almeno una parte di quel corpo elettorale che tre mesi fa ha dato ascolto all’allarme per l’attentato alla Costituzione che veniva perpetrato con la modifica costituzionale della magistratura, torni a far sentire la sua voce. Anche la società civile organizzata dovrà fare la sua parte, contribuendo alla mobilitazione popolare come già avvenuto in occasione del recente referendum. E forse, questa volta, tanti cittadini che ormai avevano deciso di non votare più, usciranno di casa come hanno fatto il 22 e il 23 marzo, e torneranno a gustare il piacere della partecipazione.

Anna Maria Bianchi

Con l’occasione la ringraziamo anche per il suo contributo alla campagna referendaria con  il Comitato “Giusto dire  No” di cui è stato Presidente.

Segnaliamo  che martedì 30 giugno dalle 15 alle 18 al teatro dei Servi a Roma in via del Mortaro  22, ci sarà “1000 voci per un voto uguale – Legge elettorale: torniamo alla Costituzione” organizzato da Demo, La Fondazione e Costituzione e democrazia. È naturalmente importante che sia un incontro molto partecipato, perché più le persone, i cittadini, le cittadine partecipano a queste battaglie, come abbiamo visto per il referendum per la riforma costituzionale della magistratura, e più l’eco suscitata può contribuire a un cambiamento anche sul piano politico.

Intervista registrata il 23 giugno 2026

vedi 
Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali

per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com

29 giugno 2026

NOTE

[1]
Nei collegi uninominali ciascuna coalizione di liste o la singola lista presenta un solo candidato e nel collegio uninominale si elegge un solo candidato, quello che prende un voto in più. Nei collegi plurinominali si eleggono più candidati sulla base dei voti ricevuti.

[2]
Per eleggere 400 deputati per la Camera ci sono 28 circoscrizioni e 47 collegi plurinominali. Per eleggere 200 senatori al Senato ci sono 20 circoscrizioni (le regioni) e 26 collegi plurinominali.



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