Mercoledì 1 Luglio 2026 13:07
Le Metamorfosi di Ovidio, ogni oltre confine
La Galleria Borghese ha inaugurato Metamorfosi. Ovidio e le arti, coronando la collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam, dove da febbraio a maggio 2026 si è concretizzato il primo passo del progetto che vede il testo ovidiano come protagonista e catalizzatore di universi e arti. La mostra a Roma, visitabile fino al 20 settembre 2026,…
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La Galleria Borghese ha inaugurato Metamorfosi. Ovidio e le arti, coronando la collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam, dove da febbraio a maggio 2026 si è concretizzato il primo passo del progetto che vede il testo ovidiano come protagonista e catalizzatore di universi e arti. La mostra a Roma, visitabile fino al 20 settembre 2026, è il risultato di un confronto dal respiro internazionale che ha riunito oltre ottanta opere provenienti da prestigiosi musei europei e americani, inclusi la National Gallery londinese, il Museo del Prado a Madrid e il MoMA di New York.
La direttrice del museo romano Francesca Cappelletti, coadiuvata nella curatela dal Capo del Dipartimento di Scultura e del Rijksmuseum Fritz Scholten, si è soffermata sull’importanza della collaborazione internazionale, sottolineando come l’esposizione si differenzi dal primo approdo ad Amsterdam, in quanto interpreti autonomi dello spirito e degli spazi dei luoghi dedicati. Una visione artistica di questo tipo, in continuo divenire e aperta a trasformazioni spesso intimate, in senso figurato, dal contesto, restituisce a tutto tondo una certa fedeltà al concetto di metamorfosi e all’uso che ne fece il poeta elegiaco latino nella rielaborazione degli oltre 250 miti.
Una chiosa sul contesto è indispensabile, poiché le sale del Casino Nobile, oggi Galleria Borghese, e i giardini della villa in cui è immersa sono indissolubilmente legati al simbolismo ovidiano, dalle prime intenzioni del cardinale e mecenate Scipione Borghese ai restauri settecenteschi promossi da Marcantonio IV Borghese, ispirati a connotati decorativi vicini al poeta. Non risulterebbe blasfemo affermare che mai fu scelto luogo più congeniale da dedicare a un’esposizione che osa stabilire un contatto diretto tra mondo terrestre e mondo ultraterreno, tra l’umano e il divino, e di recuperare un’opera che ha accompagnato, e mutato, lo sviluppo della cultura occidentale, in un momento di profonda crisi della stessa.
Varcato l’ingresso, il preludio della prima sala è una dichiarazione d’intenti precisa. Si parte ab initio, dal principio, la creazione del mondo. I versi iniziali del poema vengono qui riportati in forma plastica, in una rappresentazione che sincronizza il Caos primordiale a un equilibrato disordine di forme d’arte, in cui convivono pittura, scultura, incisione e arte contemporanea. La raffigurazione del Caos nei quattro elementi, terra, acqua, aria e fuoco del pittore fiammingo Louis Finson finisce a contatto con l’incisione di Hendrick Goltzius dedicata alla reazione, dove la separazione degli elementi annuncia l’affermazione della forma sul caos. Il paradiso terrestre di Herri met de Bles rinforza un immaginario comune in cui nascita del mondo coincide con la presenza iniziale di materia informe. Di fianco, gli elementi scultorei di Rodin e Brâncuși materializzano i concetti espressi in poesia e pittura, interpretando la metamorfosi come principio universale che guida l’evoluzione. La cornice di caos si chiude con gli appariscenti bozzoli d’alghe illuminati della sudcoreana Anicka Yi, che appaiono abitati da insetti animatronici.

La visita prosegue risparmiandoci la sala della Paolina Borghese capolavoro di Canova, che esige comunque uno sguardo fugace e solitario, sfuggendo ai meno attenti. Nei fatti, si giunge senza deviazioni alla sala dell’Apollo e Dafne del Bernini, che dialoga e contrasta per dimensioni con una gemma 30×20 cm del Pollaiolo proveniente dalla National Gallery. L’eleganza e la sobrietà del quadro per certi versi adombra la pomposità del gruppo scultoreo, e l’ossidazione irreversibile verso toni più cupi del verde degli arti superiori di Dafne, trasformati in foglie d’alloro per sfuggire ad Apollo, ne esalta paradossalmente la raffinatezza. Due impostazioni diverse per il medesimo soggetto, testimonianza dell’innata capacità del testo di adattarsi a molteplici contesti culturali. Poi, il confronto tra il Ratto di Proserpina, che troneggia maestoso immancabilmente al centro della sala successiva, e un Ercole e Cerbero risalente al II secolo d.C. Pertanto, ci si immerge nel regno degli inferi, nutrito dalla fumosità e le tenebre del Plutone di Agostino Carracci e l’Orfeo ed Euridice di Rubens.
La Galleria possiede la stessa idea di movimento del poema ovidiano, non è casuale la non sistematicità e il ritmo serrato delle sezioni. Nel reinterpretare quell’enciclopedia mitologica classica viene scelto un approccio visibilmente fedele alle continue variazioni di prospettiva delle Metamorfosi. La vicenda di Aracne, narrata da Ovidio nel VI libro, che in una sfida di tessitura con Minerva sceglie di mostrare gli inganni con cui gli dèi seducono gli esseri umani suscitandone l’ira, poi tradotta nella trasformazione della giovane tessitrice in ragno, trova piena espressione nelle tele di Tintoretto al momento della tessitura, di Rubens al momento della punizione, ricongiunte dalla serie di arazzi che riproducono frammenti dei racconti. Alla sala adiacente viene dedicato il mito di Leda e il cigno, nel testo introdotto all’interno dell’arazzo tessuto da Aracne, che dona quel tono di erotismo ricercato e mai eccessivo, attraverso le attribuzioni a Leonardo e Michelangelo, oltre al marmo di Bartolomeo Ammannati.
A seguire, è notevole la giustapposizione tra il mito di Pigmalione e il mito di Perseo, dove l’espediente della metamorfosi ricorre in traiettorie opposte. La statua femminile modellata da Pigmalione, ormai disilluso dalle donne, si trasforma in corpo vivente, mentre la testa di Medusa, un tempo sacerdotessa di Minerva poi trasmutata in volto mostruoso, viene utilizzata da Perseo per pietrificare gli avversari una volta sconfitta. Il Pigmalione e Galatea di Gérôme riassume l’estenuante ricerca di contatto e forgiatura tra arte e realtà, con l’armonia e la grazia di un gesto di danza classica. La testa di Medusa di Rubens impressiona per durezza e scabrosità, la massa contorta di serpenti aggrovigliati che compongono la folta capigliatura, il pallore del viso che contrasta con le labbra violacee. Una contrapposizione tra i due miti che funziona alla perfezione a livello visivo.

La mostra si chiude con un tributo all’amore, tra l’Amor Sacro e Amor Profano di Tiziano e una riflessione sul mito di Narciso e il suo epilogo drammatico. Affianco all’arazzo millefleurs che domina la sala, un dipinto di Nicolas Poussin congeda il visitatore con un velo di malinconia, un Narciso disteso e abbandonato alla natura ed Eco, rassegnata, che osserva il vuoto di un amore non corrisposto. Il percorso espositivo ha un inizio, ma non possiede un finale definito, essendo dotato di uno sviluppo compositivo a tratti anticonvenzionale. Ciò che è importante è il flusso, seppur discontinuo, di una narrazione che è più accumulazione che sistematicità. Come assecondato in Ovidio, viene plasmata una unità e parentela di tutto ciò che esiste al mondo, un chiaro omaggio a colui che voleva rendere tutto compresente e vicino, e poi verrà trasformato in esule da Augusto, saccheggiando Calvino e il suo celebre saggio introduttivo al poema nel ’79, Gli Indistinti Confini. In effetti, il progetto cancella confini sul piano geografico, sul piano comunicativo e nella direzione artistica, costruendo una vera e propria narrazione credibile e appassionante, un viaggio nelle radici della tradizione latina, quando potevano essere semplicemente riunite opere.
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