Mercoledì 8 Luglio 2026 11:07
Centri per migranti in Albania: il Tai fa luce sui costi nascosti


Prende forma sui canali digitali la campagna "Renditi conto", promossa dal Tavolo asilo e immigrazione. «Quanto accade lì non riguarda solo le persone trattenute ma l'intera società italiana»
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È focalizzata sui costi umani e “democratici” dei centri per migranti costruiti dal governo Meloni in Albania la campagna lanciata dal Tavolo asilo e immigrazione (Tai) “Renditi conto. Centri in Albania. Il costo non è solo economico”. «Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei Cpr italiani, i centri italiani di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo», spiegano.
La campagna dunque prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di ben 74 milioni di euro (dati dal Report Trattenuti, ActionAid 2025) per la costruzione dei centri – «la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania» – e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra». Dal Tavolo sottolineano il costo economico «esorbitante», che «ha sottratto fondi alla collettività», ma evidenziano che la campagna «punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania. Il costo più alto di questi centri – rilevano – lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente difficile». E molte delle persone trattenute «sperimentano una situazione di grave sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi». Lo dimostrano le testimonianze raccolte durante le visite ai centri effettuate dal Tai.
Ma non basta: c’è anche un costo in termini di democrazia. «L’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari; una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri – riferiscono dal Tavolo -. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto».
Infine, esiste un costo economico «che ricade sull’intera collettività»: oltre 670 milioni di euro fino al 2028, stando a quanto preventivato dal governo. «Risorse sottratte a servizi davvero essenziali che andrebbero a beneficio di tutta la società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare».
L’analisi del Tai arriva dopo l’accesso ai centri reso possibile dalla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei e il monitoraggio indipendente che ne è conseguito, con cui ha denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie sia nella fase iniziale del progetto sia nella sua successiva estensione al trattenimento delle persone provenienti dai Cpr italiani. «Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma l’intera società italiana – osservano -: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in Europa. Per questo il Tai da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in quanto luoghi di sofferenza non riformabili».
Le diverse realtà che fanno parte del Tavolo – tra cui Caritas italiana, Centro Astalli, Fondazione Migrantes, Missionari Comboniani, Sant’Egidio, Salesiani per il sociali, Acli e tante altre ancora – non hanno dubbi: «Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione – aggiungono -, in atto da diversi anni anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere eliminato». Per tutte queste ragioni, «il Tai torna a chiedere con forza la chiusura dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania».
8 luglio 2026
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