Giovedì 9 Luglio 2026 07:07
Matteo Garrone: «Gomorra non è un film sulla camorra. È un film sull’uomo»
Di Miria Maiorani «Gomorra mi ha reso famoso nel mondo, ma quando ho deciso di farlo non pensavo certo che sarebbe diventato quello che è stato. Cercavo semplicemente di fare un bel film». Matteo Garrone sorride mentre ripercorre la nascita dell’opera che ha cambiato la sua carriera. Davanti al pubblico dell’Eur Social Park, ospite della [...]
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Matteo Garrone: «Gomorra non è un film sulla camorra. È un film sull’uomo»
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Di Miria Maiorani
Matteo Garrone sorride mentre ripercorre la nascita dell’opera che ha cambiato la sua carriera.
Davanti al pubblico dell’Eur Social Park, ospite della rassegna Schermi di Piombo. Ombre e poteri: l’Italia dietro le quinte, il regista riporta il discorso all’essenziale, quasi a voler sottrarre il film al peso del mito che lo accompagna da quasi vent’anni.
Eppure è proprio quel mito il punto di partenza della serata del 7 luglio, introdotta dal direttore artistico Leonardo Scuderi, che individua in Gomorra il film capace di raccontare meglio il degrado urbano e sociale dell’Italia dei primi anni Duemila.
Non semplicemente una storia di criminalità organizzata, ma la rappresentazione di un Paese in cui le periferie diventano il luogo in cui lo Stato arretra e altri poteri occupano il vuoto.
Sul palco, insieme a Garrone, ci sono la giornalista Angela Camuso, che conduce l’incontro, l’attrice Chiara Francini e il giornalista Federico Lobuono.
Presente tra il pubblico Nadia Bengala.
Ne nasce una conversazione che attraversa il cinema, la politica, la società e perfino il futuro dell’intelligenza artificiale, ma torna sempre allo stesso punto: perché Gomorra continua a parlare al presente?
«Quando ho conosciuto Roberto Saviano aveva ventisei anni e il libro era appena uscito. Non era ancora un best seller.»
Garrone ricorda quel momento come l’inizio di una concatenazione di eventi impossibile da prevedere. Il romanzo cresce, Saviano diventa un simbolo dopo le minacce della criminalità organizzata e il film trova una risonanza internazionale che nessuno, nemmeno il suo autore, aveva immaginato.
Ma il regista tiene a chiarire che l’apparente linguaggio documentaristico del film è frutto di una costruzione rigorosa.
«È tutto ricostruito. Quello che volevo era far dimenticare allo spettatore l’artificio, permettergli di vivere quella realtà come se fosse lì.»
È la stessa ricerca che, anni dopo, guiderà anche Io Capitano. Cambia il contesto, cambia il viaggio raccontato, ma non cambia il punto di vista.
«Non parto mai dal tema. Parto dalle persone. Se riesci a raccontare bene gli esseri umani, allora quella storia può emozionare ovunque nel mondo.»
Per Garrone la camorra, così come l’immigrazione, non rappresentano il fine del racconto, ma il contesto dentro il quale osservare i comportamenti umani.
È Chiara Francini a cogliere uno degli aspetti più profondi del film.
Un’affermazione che diventa quasi una chiave di lettura dell’intera opera. I personaggi non sono eroi criminali, né figure romantiche. Sono uomini e ragazzi cresciuti nella convinzione che quella sia l’unica strada possibile.
Secondo Francini, proprio questa scelta distingue il film da molte opere successive che hanno cercato di cavalcarne il successo.
Quello che Garrone aveva costruito era invece un racconto universale.
«Si parla di camorra, ma in realtà si parla di povertà, di esclusione e del bisogno di trovare un ordine quando la società non riesce più a offrirlo.»
Tra i momenti più intensi della serata c’è il racconto della preparazione del film.
Per entrare davvero a Scampia Garrone si affidò a un fotografo del quartiere, che lo mise in contatto con persone vicine ai clan. Era il periodo della guerra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti, una delle pagine più sanguinose della storia recente della camorra.
La celebre scena iniziale del film nasce proprio da quella frattura interna: un’organizzazione che fino a poco prima appariva compatta e che improvvisamente inizia a combattersi al proprio interno.
Ogni storia scelta per il film, spiega Garrone, rispondeva però a un’esigenza narrativa precisa. «Ognuna raccontava prima di tutto un tema umano.»
Persino il modo in cui i criminali costruiscono la propria immagine diventa significativo. Alcuni boss arrivano a copiare il cinema americano per legittimare il proprio potere.
La villa ispirata a quella di Scarface, con tanto di vasca identica a quella di Tony Montana, non è un’invenzione cinematografica.
«Io non ho inventato nulla.» prosegue Garrone. «La forza di Gomorra è stata mostrare quel mondo senza glamour.»
Nel film convivono attori professionisti come Toni Servillo e persone realmente appartenenti a quei territori.
«Li mettevo davanti alla macchina da presa così come li vedevo. Sarebbe stato disonesto trasformarli in altro.»
Il confronto si sposta poi sul piano politico con l’intervento di Federico Lobuono, che propone una riflessione sul modo in cui la sinistra italiana affronta il tema della sicurezza.
Richiamando la propria esperienza politica, Lobuono sostiene che per anni il tema sia stato spesso accantonato o ricondotto a letture legate al fascismo o al razzismo, finendo così per essere marginalizzato nel dibattito pubblico.
Secondo il giornalista, questa impostazione continua ancora oggi a pesare sul confronto politico, contribuendo a lasciare senza risposte chiare una questione che interessa da vicino i cittadini.
La chiusura è stata affidata a un aneddoto personale che racconta meglio di qualsiasi teoria il metodo di lavoro del regista.
Il fotografo che lo aveva introdotto a Scampia gli presentò una ragazza di ventinove anni, madre di una bambina avuta da giovanissima con un boss della criminalità organizzata. Avrebbe potuto interpretare un ruolo nel film.
Nel suo ufficio la giovane osserva le fotografie che Garrone aveva raccolto come riferimento per costruire l’immaginario dei camorristi.
Volti duri, cicatrici, facce consumate.
Lei scuote la testa.
«Quella è la malavita di vent’anni fa.»
Il regista resta sorpreso.
La ragazza continua.
«Oggi sono cambiati. Sono giovani ed eleganti. È come nel calcio: una volta i calciatori sembravano operai, oggi sembrano modelli. Anche i criminali sono cambiati.»
È un’osservazione che colpisce Garrone più di qualsiasi dossier investigativo.
«Mi resi conto che stavo raccontando un mondo che non esisteva più.»
Da quella conversazione nascerà una delle intuizioni più celebri del film: aprire Gomorra con la scena del solarium, mostrando una criminalità profondamente diversa da quella sedimentata nell’immaginario collettivo.
Solo alla fine del racconto arriva la rivelazione più intima: quella ragazza, conosciuta durante la preparazione del film, sarebbe poi diventata la madre di suo figlio.
È un finale inatteso, quasi cinematografico, che chiude idealmente una serata dedicata a un’opera che continua a sfuggire alle definizioni. Perché Gomorra non è mai stato soltanto un film sulla criminalità organizzata. È il racconto di un vuoto lasciato dalle istituzioni, della ricerca disperata di un’identità e della capacità del cinema di trasformare una storia profondamente italiana in un’opera universale.
E forse è proprio questa la ragione per cui, a distanza di quasi due decenni, continua ancora a interrogare il presente.
Il calendario della manifestazione proseguirà martedì 14 luglio con la proiezione di “Suburra”, altro film simbolo del racconto cinematografico dedicato ai rapporti tra potere, criminalità e trasformazioni della società italiana.
Eur Social Park
Viale di Val Fiorita 3
Eur Magliana.
L’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti.
Per informazioni:
https://www.eursocialpark.it
.ph: Giancarlo Fiori
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