Domenica 12 Luglio 2026 21:07
Carè: La riforma deve avvicinare eletti e elettori, non allontanarli
Inchiesta - Tredici domande ai parlamentari eletti nelle circoscrizioni estere sulla riforma elettorale in discussione al parlamento -
#italiani nel mondo
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Alla luce della discussione sulla riforma elettorale per quanto riguarda la rappresentanza degli italiani residenti all’estero, abbiamo chiesto l’opinione degli attuali parlamentari eletti nelle circoscrizioni estere. Il primo a rispondere alle domande della nostra inchiesta è l’on. Nicola Carè (nella foto) del Partito Democratico, eletto nella circoscrizione Africa, Asia, Oceania, Antartide. Queste le tredici domande e risposte raccolte da Pier Francesco Corso.
D.1. Il Governo valuta una riforma che ridurrebbe le attuali quattro ripartizioni della Circoscrizione Estero a due macro-ripartizioni. È favorevole o contrario? Perché?
R.1. Sono contrario all’ipotesi così come è stata anticipata, e non per una posizione conservatrice. Una riforma può essere necessaria, ma deve avvicinare gli eletti agli elettori, non aumentare ulteriormente le distanze.
La mia ripartizione comprende già Africa, Asia, Oceania e Antartide: territori immensi, comunità diverse per storia, dimensioni ed esigenze. Accorpare ulteriormente queste realtà significherebbe trasformare la distanza geografica in disuguaglianza democratica.
Le ripartizioni elettorali non sono semplici linee su una carta geografica: garantiscono che ogni comunità possa riconoscersi in chi la rappresenta. Semplificare la mappa, complicando la rappresentanza, sarebbe una cattiva riforma.
D.2. Con due sole macro-ripartizioni, il voto di preferenza rischia di diventare poco incisivo. Non teme che, di fatto, siano i partiti a determinare chi verrà eletto?
R.2. Non direi che i partiti determinerebbero formalmente gli eletti, perché il voto di preferenza resterebbe. Il rischio, però, è più sottile e forse ancora più serio: la libertà di scelta degli elettori diventerebbe molto meno effettiva.
In una ripartizione grande quanto mezzo mondo, per farsi conoscere servirebbero risorse economiche considerevoli, strutture organizzative molto forti o una concentrazione di voti nelle comunità numericamente maggiori. Il candidato radicato in un territorio più piccolo partirebbe inevitabilmente svantaggiato. I partiti hanno il diritto e il dovere di selezionare candidature credibili. Ma gli elettori devono conservare la possibilità concreta, non soltanto teorica, di scegliere. Altrimenti la preferenza rischia di diventare una ratifica di decisioni assunte altrove.
D.3. Questa riforma rafforzerebbe o indebolirebbe la rappresentanza degli italiani all’estero?
R.3. La indebolirebbe, anche se il numero complessivo dei seggi rimanesse invariato. La rappresentanza non è soltanto aritmetica: conta anche la sua distribuzione geografica.
L’attuale sistema garantisce una presenza minima a ciascuna delle quattro ripartizioni. Con due sole macro-ripartizioni, invece, intere aree del mondo potrebbero rimanere senza un proprio rappresentante. Le comunità più piccole sarebbero formalmente comprese nel collegio, ma politicamente invisibili. Si può lasciare immutato il numero dei parlamentari e, nello stesso tempo, svuotare la qualità della rappresentanza. In democrazia un territorio può essere contato e, tuttavia, non essere realmente ascoltato.
D.4. Quali modifiche proporrebbe per migliorare il sistema senza ridurre il peso degli elettori all’estero?
R.4. Partirei da un principio molto semplice: nessuna riforma dovrebbe cancellare la garanzia territoriale oggi assicurata dalle quattro ripartizioni. Occorre poi aggiornare costantemente l’AIRE e le liste elettorali, rendere più sicura e tracciabile la circolazione dei plichi, garantire la trasparenza delle campagne elettorali e rafforzare il legame effettivo tra candidati e territori. Sarebbe utile anche una piattaforma istituzionale sulla quale tutti gli elettori possano conoscere, in condizioni di parità, curricula, programmi e attività dei candidati.
Qualsiasi intervento dovrebbe inoltre essere preceduto da un confronto vero con CGIE, Comites e rappresentanze delle comunità. Una riforma degli italiani all’estero non può essere scritta senza gli italiani all’estero.
D.5. Qual è il risultato concreto più importante che ha ottenuto in questa legislatura per gli italiani all’estero?
R.5. Non considero mai un risultato parlamentare una conquista esclusivamente personale: le norme serie si costruiscono insieme. Il risultato più concreto al quale ho contribuito è la possibilità, per gli iscritti all’AIRE, di richiedere la Carta d’identità elettronica presso qualsiasi Comune italiano. La disposizione nasce anche da un emendamento presentato insieme agli altri deputati del Partito Democratico eletti all’estero — Ricciardi, Di Sanzo e Porta — ed è operativa dal 1° giugno 2026. È una misura apparentemente semplice, ma risolve una difficoltà reale: riduce attese, distanze e dipendenza esclusiva dalla sede consolare.
Per me la politica è utile proprio quando trasforma un problema quotidiano in un diritto più facile da esercitare. La misura è prevista dalla legge n. 11/2026.
D.6. Molti connazionali lamentano una presenza dei parlamentari limitata ai periodi elettorali. Ritiene questa critica fondata?
R.6. La critica è fondata ogni volta che un parlamentare si presenta soltanto per chiedere un voto. Non va respinta con fastidio, perché la fiducia si conquista con la continuità.
In una ripartizione grande quanto continenti interi, le distanze spiegano le difficoltà, ma non possono diventare un alibi. La presenza, però, non si misura soltanto dal numero dei viaggi o delle fotografie davanti a un tricolore. Si misura dalla capacità di ascoltare, essere reperibili, seguire i problemi e tornare nelle comunità con delle risposte, anche quando una battaglia non è stata ancora vinta. Le distanze spiegano, ma non assolvono. È su questo criterio che chiedo di essere giudicato.
In una ripartizione grande quanto continenti interi, le distanze spiegano le difficoltà, ma non possono diventare un alibi. La presenza, però, non si misura soltanto dal numero dei viaggi o delle fotografie davanti a un tricolore. Si misura dalla capacità di ascoltare, essere reperibili, seguire i problemi e tornare nelle comunità con delle risposte, anche quando una battaglia non è stata ancora vinta. Le distanze spiegano, ma non assolvono. È su questo criterio che chiedo di essere giudicato.
D.7. Quali sono oggi le tre principali emergenze per gli italiani all’estero e come intende affrontarle?
R.7. Le riassumerei in tre parole: tempo, diritti e voce.
La prima emergenza è il tempo perso per ottenere passaporti, documenti, appuntamenti e servizi consolari. Servono più personale, strumenti digitali realmente integrati e standard pubblici sui tempi delle pratiche.
La prima emergenza è il tempo perso per ottenere passaporti, documenti, appuntamenti e servizi consolari. Servono più personale, strumenti digitali realmente integrati e standard pubblici sui tempi delle pratiche.
La seconda riguarda i diritti sociali: pensioni, fiscalità, assistenza sanitaria, riconoscimento dei titoli e accordi bilaterali di sicurezza sociale. Su questi temi occorre un coordinamento stabile tra ministeri, INPS, rete diplomatica e Paesi di residenza.
La terza è la voce politica. Dobbiamo difendere la rappresentanza parlamentare, rafforzare Comites e CGIE e coinvolgere le nuove generazioni. Senza servizi, diritti e rappresentanza, il legame con l’Italia rischia di diventare soltanto sentimentale.
D.8. Il voto per corrispondenza è spesso criticato per problemi di sicurezza e trasparenza. Ritiene necessario riformarlo? Se sì, quali le sue proposte?
R.8. Sì, deve essere migliorato, con un obiettivo preciso: rendere il voto più sicuro senza renderlo più difficile. Non sostituirei il voto per corrispondenza con l’obbligo di recarsi al consolato, perché in territori enormi significherebbe impedire a molti cittadini di votare. Proporrei invece l’aggiornamento continuo e interoperabile dell’AIRE e delle liste elettorali; codici univoci contro duplicazioni e contraffazioni; la tracciabilità del plico, mai della scheda o della preferenza; controlli più rigorosi sulla stampa, sulla consegna, sulla raccolta e sullo scrutinio; la possibilità facoltativa di consegnare il plico presso consolati o punti istituzionali autorizzati.
La tecnologia deve aiutarci a seguire il materiale elettorale, non a conoscere la scelta dell’elettore. Dobbiamo tracciare il viaggio del plico, mai il voto del cittadino. Sono inoltre contrario a un sistema che obblighi soltanto chi vive all’estero a “prenotare” preventivamente il proprio diritto di voto. La sicurezza non può trasformarsi in un ostacolo selettivo.
D.9. La passata riduzione del numero dei parlamentari ha inciso anche sulla rappresentanza estera. È stato un sacrificio giustificato?
R.9. L’obiettivo di rendere più efficienti le istituzioni era legittimo, ma, per la Circoscrizione Estero, quel sacrificio non è stato compensato da adeguate garanzie. La rappresentanza degli italiani nel mondo è passata da 18 a 12 parlamentari — da 12 a 8 deputati e da 6 a 4 senatori — mentre il numero degli iscritti all’AIRE e la complessità delle nostre comunità continuavano a crescere. La scelta è stata confermata democraticamente dai cittadini e va rispettata, ma rispettare una decisione non significa ignorarne gli effetti.
Il punto non è difendere dei seggi in astratto. È chiedersi quanta distanza possa esserci tra un eletto e milioni di cittadini prima che la rappresentanza diventi soltanto formale. Per questo considero inaccettabile aggiungere oggi un ulteriore indebolimento. I numeri della riforma costituzionale sono riportati nel dossier istituzionale.
D.10. Perché un giovane italiano all’estero dovrebbe ancora credere che il suo voto possa fare la differenza?
R.10. Non chiederei mai a un giovane di credere nella politica per fede. Gli chiederei di partecipare, controllare e pretendere risultati.
L’astensione non lascia vuota una poltrona: permette semplicemente a qualcun altro di occuparla e decidere. E rende le esigenze di chi non partecipa più facili da ignorare.
L’astensione non lascia vuota una poltrona: permette semplicemente a qualcun altro di occuparla e decidere. E rende le esigenze di chi non partecipa più facili da ignorare.
I giovani italiani all’estero non sono la parte finale della storia dell’emigrazione, ma l’inizio di una nuova Italia internazionale. Parlano più lingue, attraversano culture diverse, costruiscono reti economiche, scientifiche e professionali. Il loro voto può cambiare le priorità dei partiti e la qualità dei candidati. Un voto non è una promessa di miracoli. È un mandato, accompagnato dal diritto di chiedere conto a chi lo riceve.
D.11. Qual è, a suo avviso, il principale errore che lo Stato italiano continua a commettere nei confronti degli italiani all’estero?
R.11. Lo Stato continua troppo spesso a considerare gli italiani all’estero, alternativamente, come una cartolina da mostrare o come una pratica amministrativa da sbrigare. Li celebriamo come ambasciatori del Made in Italy, della cultura e del talento italiano; poi li costringiamo ad attendere mesi per un documento, li penalizziamo sui servizi o discutiamo di ridurne la rappresentanza.
Il vero errore è non considerarli una dimensione permanente della Repubblica. Non sono italiani “lontani”: sono una parte dell’Italia presente nel mondo. Occorre passare dalla retorica dell’appartenenza a una politica concreta di pari cittadinanza.
Il vero errore è non considerarli una dimensione permanente della Repubblica. Non sono italiani “lontani”: sono una parte dell’Italia presente nel mondo. Occorre passare dalla retorica dell’appartenenza a una politica concreta di pari cittadinanza.
D.12. Se la riforma proposta venisse approvata, quale posizione assumerebbe personalmente?
R.12. Sul testo concreto valuterò ogni disposizione, ma su questo punto la mia posizione è già chiara: se resterà il passaggio da quattro a due ripartizioni senza garanzie reali per la rappresentanza territoriale e per l’effettività del voto di preferenza, voterò contro.
Prima del voto lavorerò per modificare il testo e per costruire un fronte trasversale, perché la rappresentanza degli italiani all’estero non dovrebbe essere una questione di maggioranza o opposizione.
Non si tratta di proteggere il seggio di qualcuno. I parlamentari passano, le comunità restano. Personalmente, non baratterei mai un diritto collettivo con una garanzia individuale di candidatura o di elezione.
Non si tratta di proteggere il seggio di qualcuno. I parlamentari passano, le comunità restano. Personalmente, non baratterei mai un diritto collettivo con una garanzia individuale di candidatura o di elezione.
D.13. Tra dieci anni, la rappresentanza degli italiani nel mondo sarà più forte o più debole? E quale ruolo pensa di avere in questo percorso?
R.13. Non è un destino già scritto. Sarà più debole se continueremo a considerarla un costo da comprimere. Sarà più forte se costruiremo un sistema nel quale Parlamento, Comites, CGIE, rete consolare, scuole, associazioni e realtà economiche italiane lavorino in modo stabile e coordinato.
Dobbiamo anche permettere ai giovani di partecipare senza costringerli a ereditare strutture pensate per l’emigrazione di cinquant’anni fa. E io personalmente tra 10 anni farò il nonno e contribuirò facendoli innamorare pazzamente del nostro Paese.
