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Mercoledì 15 Luglio 2026 10:07

Stretto di Hormuz, Martinelli: «Far tacere le armi e rifiutare ogni violenza nel nome di Dio»



La ripresa degli scontri pesa sulle comunità cattoliche del Golfo. Il vicario apostolico descrive le difficoltàe indica nella mediazione dell’Oman e nel dialogo interreligioso la via per fermare l’escalation

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«Nelle nostre chiese preghiamo costantemente per la pace e perché prevalga il senso del bene comune e non gli interessi di parte». Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, guarda con preoccupazione alla ripresa degli scontri nello Stretto di Hormuz dopo la tregua dello scorso aprile. Frate cappuccino, dal 2022 alla guida della circoscrizione ecclesiastica che comprende Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen, racconta la vita delle comunità cattoliche del Golfo, in larga parte formate da lavoratori migranti, e il ruolo che la Chiesa può svolgere per la riconciliazione.

Eccellenza, qual è oggi la situazione nelle comunità cattoliche di Oman ed Emirati?
Con l’inizio della tregua nel mese di aprile, la vita quotidiana è gradualmente tornata alla normalità. Solo nell’emirato di Dubai, per precauzione, l’accesso ai luoghi di culto è stato limitato nel numero di fedeli. Tuttavia, recentemente anche questa restrizione è stata rimossa. In Oman la situazione è stata sempre sotto controllo e non ci sono stati problemi o restrizioni per le nostre comunità. Posso dire che la vita nelle nostre parrocchie, al momento, è tornata alla normalità ovunque, anche se il numero dei fedeli è diminuito, a causa dei rimpatri dei mesi scorsi.

La ripresa degli scontri nello Stretto di Hormuz alimenta la preoccupazione tra i fedeli?
Ci amareggia e ci preoccupa, anche perché non si capisce quale possa essere la prospettiva futura. Per ora non ci sono ricadute immediate sulla vita ecclesiale. Inoltre, nel periodo estivo molte attività sono ridotte (catechismo, scuole) e tanti fedeli sono tornati nei loro Paesi di origine per un periodo di vacanza. La preoccupazione e l’incertezza riguardano la ripresa delle attività a settembre. Se il conflitto dovesse di nuovo allargarsi e continuare certamente nascerebbero nuovi problemi. Nelle nostre chiese preghiamo costantemente per la pace e perché prevalga il senso del bene comune e non gli interessi di parte.

Lo Stretto di Hormuz rischia di diventare uno strumento di pressione politica, militare ed economica?
È molto difficile per me entrare in un’analisi della situazione dello Stretto. Credo fermamente che gli attacchi siano da condannare. Allo stesso modo penso che usare lo Stretto come strumento di pressione non possa che deteriorare le relazioni tra le parti coinvolte. Occorre rispettare la vocazione internazionale dello Stretto per il trasporto a servizio del bene comune.

Esiste ancora uno spazio concreto per la mediazione dell’Oman?
Lo speriamo. Il Sultanato dell’Oman ha una tradizione forte di mediazione nei conflitti. Lo abbiamo visto anche in altre situazioni nella regione in passato. È un Paese abitato per lo più da persone miti e accoglienti e la classe dirigente, per quello che conosco, è molto preparata. Tuttavia, occorre la volontà da parte di tutti di riprendere il dialogo e far tacere le armi.

I fedeli del Vicariato sono in larga parte lavoratori migranti. Che ruolo hanno nelle società del Golfo?
I Paesi del Golfo hanno nei lavoratori migranti un punto di riferimento decisivo. La capacità di crescita economica, culturale e sociale è stata possibile in questi decenni grazie a un’accurata politica migratoria. Gli Emirati Arabi Uniti, da questo punto di vista, sono emblematici: il 90% della popolazione è migrante e occupa diversi livelli nella società emiratina, dai ruoli di alta dirigenza e competenza fino a quelli più umili. (Riccardo Benotti)

15 luglio 2026

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