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Mercoledì 15 Luglio 2026 09:07

La visita di Zuppi ai prigionieri di guerra russi



In Ucraina per la seconda volte come inviato speciale della Santa Sede, il cardinale si è recato nel campo di prigionia nella regione di Leopoli, iniziando da qui il suo itinerario di 4 giorni

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Dopo 3 anni dalla sua missione in Ucraina come inviato speciale della Santa Sede, nel giugno 2023, il cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi è tornato ieri, 14 luglio, nel Paese invaso dalla Federazione russa. Un itinerario di 4 giorni che ha visto come prima tappa il campo di prigionia Zakhid-1, nella regione di Leopoli, lungo il confine con la Polonia. Uno dei cinque campi di tutta la nazione in cui sono reclusi quanti hanno combattuto nell’esercito russo, catturati sui campi di battaglia. Un ex carcere sovietico, nel quale il porporato, guidato dalla polizia e dai militari ucraini, ha potuto certificare le condizioni di vita e detenzione dei prigionieri. Al suo fianco, il nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas e l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede Andriy Yurash, che sui social ha definito la visita «uno dei momenti salienti» del viaggio del cardinale. «L’Ucraina dimostra ancora una volta di essere una nazione civile, aperta al dialogo e alla ricerca di percorsi che conducano a una pace giusta e duratura per il Paes», ha scritto, spiegando che «il cardinale ha visitato una struttura che rispetta tutti gli standard internazionali ed è aperta a chiunque desideri constatare le condizioni in cui l’Ucraina detiene i prigionieri. Sua Eminenza – sono ancora le sue parole – ha ascoltato con attenzione tutti coloro che hanno voluto parlargli e condividere la propria sofferenza personale». Prima ancora, accogliendo l’arrivo di Zuppi, Yurash aveva scritto che «l’Ucraina è sempre pronta ad accogliere chi la ama e la aiuta in questo momento estremamente difficile di aggressione russa».

Nella sua visita, l’inviato speciale della Santa Sede si è recato nei diversi ambienti della struttura: le docce recentemente ristrutturate, le stanze, la sala comune con le tute mimetiche e gli scatoloni con gli effetti personali, lo spaccio dove è possibile fare acquisti, la chiesetta interna al campo, la piccola infermeria dove vengono curati problemi articolari, malattie contratte in trincea o le ferite provocate dalle schegge degli ordigni. E ha stretto la mano ai diversi detenuti, testa rasata e tuta blu. Ma non tutti russi. Sono 53 infatti le nazioni rappresentate nel centro, tra cui bielorussi, congolesi, coreani, peruviani, nigeriani e filippini.

«Papa Leone ci ha mandato qui, a me e al nunzio, per dare tanta speranza di guardare al futuro; prega per voi che finisca la guerra e possiate tornare a casa», ha ripetuto più volte Zuppi, aiutato da un sacerdote ucraino per le traduzioni. Quindi ai detenuti ha consegnato personalmente alcuni doni: un portachiavi con lo stemma pontificio – «spero che presto ci mettete la chiave di casa, per aprire la casa e abbracciare i vostri cari» -,  l’immagine di Maria Salus Populi Romani – «per i cristiani l’immagine di nostra Madre, ma per tutti l’immagine della speranza» – e un’immagine del Papa, che «mi ha mandato qui per dirvi che prega per la pace e perché finisca la guerra», ha spiegato. «Quello che vogliamo dirvi oggi è di guardare al futuro con speranza, che tornerete a casa, che finirà la guerra. E noi preghiamo tanto che finisca presto».

15 luglio 2026

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