Lunedì 20 Luglio 2026 13:07
Morto in manette a Bologna: la reazione delle associazioni


Abderrahim Fakir, 42 anni, di origine marocchina, era regolarmente in Italia. Acli: «Evento di straordinaria gravità. Servono verità e piena tutela dei diritti». Amnesty: «Ennesimo caso»
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Aveva 42 anni Abderrahim Fakir, cittadino di origine marocchina, deceduto ieri, 19 luglio, a Bologna durante un intervento delle forze delle forze dell’ordine nel quartiere Pilastro. A sollecitarlo, alcuni residenti che hanno segnalato un uomo in escandescenza, tanto che chiedendo aiuto al 118 i poliziotti intervenuti avrebbero segnalato un uomo alle prese con una crisi psichiatrica. Fermato usando lo spray al peperoncino, è stato bloccato a faccia in giù, con polsi e caviglie legati. e legandogli polsi e caviglie. Ha urlato «basta, aiuto» fino a perdere i sensi sotto gli occhi degli agenti e di alcuni soccorritori giunti sul posto. Ed è morto.
In una nota diffusa dalle Acli, il «profondo cordoglio» dell’associazione, insieme a parole di «sincera vicinanza alla moglie, ai figli, ai familiari e a quanti gli hanno voluto bene. Ogni morte che avviene durante un intervento dello Stato rappresenta un evento di straordinaria gravità – aggiungono -. Per questo è indispensabile che venga fatta piena luce sull’accaduto attraverso un’indagine rapida, rigorosa e indipendente. L’autopsia, le immagini registrate dalle bodycam degli agenti e tutti gli elementi raccolti dall’autorità giudiziaria dovranno consentire di ricostruire con precisione la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità».
In uno Stato democratico «non possono esserci zone d’ombra quando una persona perde la vita mentre è affidata al controllo delle istituzioni – si legge ancora nel comunicato -. La ricerca della verità è un diritto della famiglia della vittima, ma anche degli operatori coinvolti e dell’intera collettività». Le Acli «ribadiscono quindi il rispetto per il lavoro quotidiano delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine, chiamati ad affrontare situazioni spesso complesse e rischiose. Proprio questo rispetto – rimarcano – impone che ogni intervento sia sempre ispirato ai principi di legalità, proporzionalità, necessità e tutela della dignità della persona, affinché la sicurezza e i diritti fondamentali procedano insieme e non siano mai percepiti come valori contrapposti».
Sempre più spesso, osservano ancora dall’associazione, le forze dell’ordine si trovano a gestire «episodi in cui la sicurezza pubblica si intreccia con il disagio psichico, le dipendenze o altre condizioni di fragilità», rendendo indispensabile «un approccio multidisciplinare che coinvolga, fin dal primo intervento, anche competenze sanitarie e sociosanitarie. Questa vicenda richiama allora l’importanza di un investimento continuo nella formazione degli operatori sulle tecniche di contenimento, sulla gestione delle persone in stato di alterazione psicofisica e sull’adozione delle migliori pratiche volte a prevenire eventi tragici durante le operazioni di polizia. Solo la piena trasparenza, l’accertamento dei fatti e il rispetto delle garanzie dello Stato di diritto possono rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e assicurare che giustizia e sicurezza siano realmente al servizio della persona», concludono.
«Agghiaccianti» è l’aggettivo che usano da Amnesty International Italia per definire le immagini del fermo con esiti mortali di Abderrahim Fakir. «Fanno tornare alla memoria altre manovre di immobilizzazione come quelle che costarono la vita a Riccardo Magherini nel 2014 e ad Andrea Soldi nel 2015 – ricordano -: manovre che dovrebbero essere assolutamente evitate». Le immagini , osservano ancora, mostrano «una terza persona non in divisa collaborare coi due agenti di polizia alla manovra d’immobilizzazione mentre gli operatori sanitari presenti non intervengono e lo fanno con circospezione persino quando Abderrahim Fakir è esanime». L’auspicio di Amnesty è che «siano adottate tutte le iniziative per chiarire le circostanze di questo ennesimo caso di fermo mortale».
20 luglio 2026
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