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Lunedì 20 Luglio 2026 18:07

I luoghi dell’ Odissea esistono davvero

Dopo il film di Nolan sull’Odissea, si è tornati a parlare molto dei viaggi di...

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Dopo il film di Nolan sull’Odissea, si è tornati a parlare molto dei viaggi di Ulisse e di quanto ci fosse di storico in queste vicende. Tutti i luoghi toccati da Ulisse, per quanto si possano ricostruire, sono situati in località identificabili del Mediterraneo. Oggi storici e geografi sembrano essere abbastanza concordi riguardo all’esistenza geografica di questi luoghi.

Il Circeo è la maga Circe 
Navigando e guardando dal mare il promontorio del Circeo sembra essere un isola, all’epoca era circondato da paludi, se si guarda il promontorio del Circeo dal mare sulla cresta sembra vedere un volto di donna, questo può aver contribuito ad ispirare il mito.

Le sirene 
Ad esempio le sirene che incontra Ulisse si trovano in un luogo ben preciso dell’ Italia avanti a Capri ci sono le isole di Sirenuse dove i venti soffiando forte nelle grotte e incavature delle rocce riproducono un suono simile ad un canto.
La fonte più celebre in assoluto è l’Odissea di Omero (Libro XII). Omero non ne descrive l’aspetto fisico, ma si concentra esclusivamente sul potere letale della loro voce.

Il corpo da uccello: Lo storico greco Apollodoro, l’aspetto delle sirene lo sappiamo proprio da lui, nella sua Biblioteca racconta che un tempo erano splendide fanciulle, compagne di giochi di Persefone. Quando quest’ultima fu rapita da Ade, Demetra diede loro le ali per cercarla; secondo un’altra versione, invece, le punì trasformandole in mostri perché non avevano impedito il rapimento.

Le sirene secondo la mitologia avevano quindi volto di donna e corpo d’uccello. Allora com’è che noi le rappresentiamo oggi come mezzi pesci?

La spiegazione risiede in un manoscritto il Liber Monstrorum (Il Libro dei Mostri), un trattato anglosassone della fine del VII secolo. Qui le sirene vengono descritte esplicitamente come “fanciulle marine, che hanno il corpo di donna fino all’ombelico e una coda di pesce squamosa”. Molto probabilmente la figura greca si è fusa con i miti celtici e germanici delle ondine, delle selkie e delle divinità acquatiche dei mari del Nord, da sempre rappresentate come creature prettamente marine.

In realtà questo ” canto delle sirene” esiste tutt’ oggi ma si tratta di un fenomeno naturale che sfrutta caratteristiche specifiche di quel sito.

Il luogo delle Sirene è identificato presso l’arcipelago de Li Galli (le antiche Sirenuse, situate di fronte a Capri e Massa Lubrense) è generato dalla combinazione di due principali fenomeni fisici e idrodinamici: la risonanza acustica di Helmholtz nelle cavità carsiche e l’effetto dei vortici d’aria indotti dal vento (correnti eoliche). Questo meccanismo si verifica solo quando il moto ondoso spinge l’acqua del mare all’interno di queste cavità semisommerse, l’aria intrappolata all’interno viene compressa.

La generazione del suono: Quando l’onda si ritira, l’aria si espande bruscamente creando un’oscillazione della pressione. Questo sistema agisce esattamente come un risonatore di Helmholtz (lo stesso principio fisico per cui si genera un suono profondo quando si soffia trasversalmente sul collo di una bottiglia vuota).

L’effetto eolico, tubi sonori e fischio idrodinamico, la struttura a canne d’organo: Gli isolotti presentano fessure verticali e canali scavati dall’erosione del vento e del mare. Quando forti correnti eoliche attraversano queste strette aperture rocciose, l’aria subisce una variazione di velocità e pressione (fenomeno legato alla generazione di vortici di Von Kármán

Scilla e Cariddi 

Nel Libro XII dell’Odissea, Omero descrive Scilla e Cariddi come due mostri marini invincibili che delimitano uno stretto (identificato nella tradizione con lo Stretto di Messina). Entrambe incarnano i letali pericoli della navigazione antica.
Ma anche qui c’è una spiegazione scientifica infatti: L’incontro di due mari opposti: Lo Stretto collega il Mar Tirreno e il Mar Ionio. Questi due bacini hanno maree sfasate di circa 6 ore: quando nel Tirreno c’è alta marea, nello Ionio c’è bassa marea (e viceversa). Questo dislivello (fino a 27 cm) genera uno squilibrio idrostatico che spinge enormi masse d’acqua a fluire alternativamente verso nord (corrente montante) e verso sud (corrente scendente) con velocità che superano i 2-3 metri al secondo e oltre 10 km/h.

La morfologia del fondale è a forma di doppio imbuto. Tra Ganzirri (Sicilia) e Punta Pezzo (Calabria), lo stretto si restringe a soli 3 km e il fondale risale bruscamente da oltre 1000 metri a una “sella” di appena 80-110 metri.I Garofali (Vortici): Quando le correnti di marea sbattono contro questa barriera sottomarina e incontrano acque di densità, salinità e temperatura differenti, si generano moti turbolenti verticali e stazionari. Si formano così i vortici ciclonici, chiamati localmente “garofali”. Il vortice più famoso e violento si genera proprio davanti a Capo Peloro (il mito di Cariddi). Questi gorghi creano veri e propri “buchi” d’acqua, un ribollire caotico e onde di scontro superficiali (le scale di mare) che per le piccole navi di epoca greca e romana erano fatali, poiché rompevano i timoni e facevano ruotare le navi su se stesse fino a capovolgerle.

La strategia degli antichi portò al calcolo delle Effemeridi: I capitani fenici e greci compresero rapidamente la ciclicità delle maree. Non entravano mai nello Stretto di Messina in un momento casuale. Attendevano la fase di “stanca” (il brevissimo intervallo di circa 10-15 minuti tra la marea montante e quella scendente, in cui la velocità della corrente si azzera e i vortici spariscono).
( https://iris.enea.it/retrieve/dd11e37c-d67e-5d97-e053-d805fe0a6f04/Report%20RdS%202012-171.pdf)

Isole Eolie 
Le isole Eolie, dove abitava Eolo, dio del vento, si dice in base alla descrizione dell’ odissea che fosse un isola galleggiante che fluttua e non fosse mai stabile . L’attività vulcanica ed il calore fa spesso apparire dal mare lisola come se stesse volando. Le Isole Eolie sono nate da imponenti eruzioni sottomarine. Hanno profili molto scoscesi e imponenti , come nel caso del vulcano di Stromboli, con vette che spesso bucano le nuvole o la foschia marina, esaltando ulteriormente l’effetto di trovarsi di fronte a un castello fluttuante.

Ciclopi

L’Odissea descrive Polifemo con un occhio solo al centro della testa. Questo è dovuto al fatto che in Sicilia sono stati trovati teschi di elefanti europei, più piccoli rispetto agli altri elefanti, poiché nel centro della testa avevano un buco per i muscoli della proboscide. Questo evento portò i Greci a pensare ai ciclopi che vivevano alle falde dell’Etna e che forgiavano i fulmini per Zeus. I faraglioni di Aci Trezza sono stati identificati dai Greci come i massi lanciati da Polifemo.

Il poema omerico riflette le conoscenze geografiche dell’VIII secolo a.C., l’epoca della grande colonizzazione greca verso l’Occidente e l’Africa. Inserire tappe in Libia o in Italia serviva a mappare e “mitizzare” le rotte commerciali e coloniali che i Greci stavano esplorando in quegli esatti secoli.

Inoltre era frequente che le navi dell’ epoca non potevano governare bene. Quando il vento era in poppa e soffiava nella direzione desiderata tutto andava bene ma se cambiava all’ improvviso ci si trovava con facilità fuori rotta.

L’Odissea lo dice esplicitamente (Libro IX). Mentre Ulisse cercava di doppiare Capo Malea per risalire verso Itaca, la corrente, il riflusso e il vento del nord (il Borea) lo spinsero violentemente fuori rotta, trascinandolo per nove giorni in mare aperto fino alla terra dei Lotofagi (identificata storicamente con l’isola di Djerba, in Tunisia/Libia). Nel Mediterraneo antico, una tempesta improvvisa poteva facilmente spingere una flotta a vela quadra verso le coste africane senza alcuna possibilità di opporsi. Questo spiega le peripezie di Ulisse e il piccolo cabotaggio non poteva essere applicato sempre.

Il Mediterraneo antico alla fine dell’ età del bronzo era diverso dal nostro Mediterraneo climaticamente parlando.

In quel periodo il Mediterraneo fu colpito da un severo cambio climatico che prese la forma di una “megasiccità” globale e prolungata, durata quasi 300 anni (noto scientificamente come evento climatico di 3.2 ka BP). Dal punto di vista meteorologico, quel periodo fu significativamente diverso dal nostro, poiché si trattò di un repentino ciclo naturale di forte aridità combinato a un raffreddamento delle temperature marine, mentre oggi viviamo un riscaldamento globale antropico caratterizzato da temperature d’aria e di mare in rapido aumento .(https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0305440312000416)

Questo cambiamento innescò eventi a catena di migrazioni forzate e guerre, con popoli dediti alla pirateria e al nomadismo. Sembrerebbe che l’impossibilità di mantenere la rotta da parte di Ulisse e il suo pellegrinare di terra in terra siano dovuti all’instabilità meteorologica di quel periodo. Si può riassumere che il viaggio di Ulisse rappresenti il Mediterraneo allora conosciuto, con le rotte commerciali dei Greci e i pericoli raccontati dai naviganti.

Nel Mito: Ulisse incontra i Ciclopi (Sicilia), i Lestrigoni (Sardegna o Lazio), Scilla e Cariddi (Stretto di Messina) e i passaggi vicino a Eolo (Isole Eolie). Nella Realtà: Questi luoghi coincidono esattamente con i punti chiave della Rotta Tirrenica micenea. L’archeologia ha confermato la presenza di ceramiche micenee dell’XI-XII secolo a.C. a Lipari, a Mozia (Sicilia) e in Sardegna.

I mostri dell’Odissea rappresentano soltanto metaforicamente i pericoli reali che si affrontavano percorrendo queste rotte, come i vulcani, le correnti dello stretto e le popolazioni locali, spesso ostili, anche a causa del periodo di crisi dovuto alla siccità della fine dell’età del bronzo. Non a caso, Ulisse deve fermarsi per i rifornimenti, che spesso non vengono concessi, come nel caso dei Lestrigoni, che, infuriati, distruggono la sua flotta di dodici navi.

Itaka il ritorno ricco di simbolismi 

Il Nostos: Tema cardine della letteratura epica, rappresenta non solo lo spostamento fisico, ma anche il ripristino della propria identità, del proprio status sociale e dei propri affetti. Il ritorno a casa è una rinascita e una riabilitazione. Fuori, il re è nessuno (Οὖτις – Oûtis) e rimane tale finché non torna a casa e viene riconosciuto come Ulisse, re di Itaca.
Non fare ritorno, perdere il nòstos significa morire nell’anonimato. Lontano da casa, l’eroe non ha diritti, non ha protezione e perde il suo status sociale. La patria è l’unico luogo dove l’eroe può esercitare il suo potere (timé) e ricevere onore.

Il viaggio di ritorno di Ulisse è catartico e purificatore; il re di Itaca si libera del peccato dell’inganno. Ulisse ha creato un dono pacificatore per la città assediata, il cavallo, e attraverso di esso espugna Ilio. Vince con l’inganno ciò che nessuno poteva conquistare: le sacre mura di Ilio, infatti: Secondo la mitologia greca, la loro inespugnabile struttura non fu realizzata da mani umane, ma fu il frutto del lavoro di Poseidone e Apollo e per questo rese sacre e inespugnabili se non con l’inganno.
Omero ci mostra Ulisse come uomo dalle molte astuzie (polùmētis).

Di ritorno, Ulisse, poiché maledetto dagli dei, deve superare l’ultima prova per riconquistare la sua casa, insidiata dai Proci, i pretendenti al trono. Ma perché i pretendenti? Il re Laerte, padre di Ulisse, è vivo ma vecchio. Penelope è regina, ma non può governare perché donna; Telemaco, legittimo erede al trono, è troppo giovane e non ha le credenziali. Infatti, non bastava essere figlio di un re; dovevi essere valido e possedere alcune credenziali.

Nel mondo omerico il re doveva essere:
capo militare;
giudice;
garante dei sacrifici religiosi;
guida politica della comunità.
Un re doveva dimostrare:
areté (eccellenza);
kleos (gloria conquistata con le imprese);
timé (onore e prestigio riconosciuti dagli altri);

Tutte caratteristiche che si acquistavano con il tempo .

Telemaco, il figlio del re era il candidato naturale, ma se era troppo giovane, incapace o privo di prestigio, altri nobili potevano contestarne il diritto. È proprio ciò che accade a Telemaco..

Poiché non esisteva un'”elezione” nel senso moderno. Il nuovo re doveva ottenere il riconoscimento di più soggetti:
l’aristocrazia (i principali capi e proprietari);
il consiglio degli anziani (boulḗ), che aveva un ruolo consultivo e politico;
l’assemblea (agorà), che poteva approvare o contestare, ma aveva un potere limitato;
infine, non meno importante, nella mentalità dell’epoca, il favore degli dèi, manifestato attraverso il successo nelle imprese.

Per regnare il re doveva continuamente ricoprirsi di due elementi: l’onore (timé) e la gloria (kleos).
Se venivano sia Kleos che Timè a mancare:
i nobili smettevano di seguirlo;
gli alleati lo abbandonavano;
un rivale più forte poteva imporsi.

Per questo partire per la guerra era rischioso politicamente.

Non a caso sappiamo dal Ciclo Troiano (raccoglie canti della guerra di Troia, di cui fanno parte anche l’Iliade e l’Odissea) che tutti gli eroi greci cercano di non partire. Tuttavia, si trattava di una guerra santa perché Paride aveva rapito Elena, violando la xenia, dissacrando l’ospitalità e facendo torto a Zeus (Zeus Xenios), protettore e garante dell’ospitalità.

I Proci saranno puniti perché non si comportano da buoni ospiti, approfittando dell’ospitalità. Per questo moriranno uccisi dall’unico che ha il diritto sovrano: il re Ulisse, di ritorno vittorioso da Troia (pieno di Kleos e Time), finalmente riappacificato con gli dei, poiché ha scontato le sue colpe (l’inganno del Cavallo, il sacco dei Ciconi, l’accecamento di Polifemo). Solo allora può dirsi a casa, purificandola dalla contaminazione arrogante dei pretendenti.

La casa del re (l’oikos) era uno spazio sacro. I Proci avevano violato la legge divina dell’ospitalità (xenia), consumando i beni del sovrano e insidiandone la sposa.

Poi Ulisse deve partire e seppellire il remo per placare definitivamente Poseidon.

Infatti Tiresia nel regno dei morti (Libro XI dell’Odissea), il viaggio fisico di Ulisse termina a Itaca, ma l’eroe potrà dirsi davvero “a casa”, cioè libero dalla maledizione e in pace, solo dopo aver compiuto un ultimo, paradossale viaggio sulla terraferma seppellire il remo. Infatti il remo piantato nel terreno era, nella cultura greca, il tipico segnale funebre per i marinai morti lontano da casa (come accade per Elpenore nel Libro XII, la cui tomba viene sormontata dal suo remo).Per Ulisse, seppellire il remo ha il valore di un funerale simbolico. L’eroe seppellisce la sua identità di uomo dalle mille astuzie, di eterno naufrago, di guerriero errante e di “Nessuno”, per poter rinascere definitivamente come re, sposo e padre.

Emiliano Salvatore

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