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Martedì 21 Luglio 2026 12:07

Quando l’azzardo è patologia

ludopatia, azzardo, disperazione, gioco d'azzardo, slot machine, bancarotta
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Le storie di un 22enne e di un 52enne legate al gioco compulsivo, provenienti dallo sportello di ascolto Caritas per giocatori e familiari. «Dite un gioco e io l’ho fatto. Quando guadagnavo veramente molto andavo anche nei casinò. E mi bruciavo tutto»

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Franco (nome di fantasia), 22 anni, ha iniziato a “giocare” a 18 anni. A raccontarci la sua storia è Simone Cocciante, psicologo, coordinatore dello sportello di ascolto per giocatori patologici e i familiari della Caritas diocesana. «Non stiamo seguendo direttamente lui ma la mamma. Ci ha chiesto aiuto, perché il figlio svolge lavori saltuari che gli fruttano solo soldi per poter giocare, soprattutto online». La signora ha meno di 50 anni, è separata, il padre si è disinteressato del ragazzo, figlio unico. Il ragazzo vive prevalentemente in casa, non parla con nessuno se non per chiedere soldi alla mamma. Una donna modesta, fa le pulizie e non è che possa poi dargli chissà cosa.

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«Siamo andati a incontrare la mamma una prima volta in parrocchia. Abbiamo proposto di andare a casa per incontrare il figlio ma lui non ha accettato. È ancora convinto di potersi gestire». Così insieme alla comunità parrocchiale si sta cercando di sostenere la mamma. «Non solo ha un carico suo personale ma poi resta coinvolta nella dipendenza del figlio. Purtroppo continua a dargli i soldi, cerca di sottrarsi, a volte ci riesce a volte no, e ci chiama molto spesso». Nell’ultima telefonata era disperata. «Franco mi ha fatto una scenata perché voleva i soldi dicendo che gli servono per le scarpe». Ovviamente una bugia. «Allora noi cerchiamo di incoraggiarla e qualche volta riesce a resistere». Ma tante altre volte deve cedere. Forse il ragazzo è anche andato oltre. «È talmente compulsiva la sua richiesta di soldi che probabilmente quando non riesce a sopperire con i suoi lavori e con i soldi dei familiari, si sarà indebitato con altre persone». Col rischio di finire in mano agli usurai.

«Lei sa che i soldi non glieli deve dare, ma alla fine glieli dà anche per scongiurare il peggio». Perché dietro alla patologia dell’azzardo c’è altro. «Il parroco dice che è molto ombroso, irritabile e isolato. Chiuso, collegato al suo cellulare. Ipotizziamo un problema depressivo o un qualche altro tipo di disagio psicologico. Ma lui nega. Purtroppo devono arrivare proprio a delle condizioni limite per accettare di chiedere aiuto e lui ancora non vuole».

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Altra storia, quella di Giuseppe (nome di fantasia), 52 anni, in passato un buon lavoro da cuoco anche per buoni ristoranti, arrivando a guadagnare discretamente. «Ma tutto quello che guadagnava lo giocava – ci racconta Cocciante -. Ci ha detto: “Dite un gioco e io l’ho fatto. Quando negli anni d’oro guadagnavo veramente molto andavo anche nei casinò. E mi bruciavo tutto”». Dopo la morte della madre ha addirittura convinto il padre anziano a vendere casa per 250mila euro, che ha poi buttato nel gioco. Così da circa 10 anni vivono in affitto, lui figlio unico e il padre di 85 anni allettato. «Sono venuti due zii e il viceparroco a chiederci aiuto. Lui si era rivolto al parroco perché non riusciva più a pagare l’affitto, le utenze e gli mancavano anche i soldi per i pannoloni. Gestiva lui la pensione del padre di circa duemila euro, ma pure quella la giocava». Così Giuseppe ha accettato di essere aiutato.

«I primi tempi ci ha messo un po’ a dura prova perché presentava una situazione depressiva gravissima. Parlava di idee suicidarie dicendo “non riesco più a fermarmi, faccio vivere mio padre in una condizione pessima, sono un figlio degenere”». Un campanello d’allarme. Così è stato preso in cura dal Serd e ha ripreso a lavorare. «Che non giochi più, io sinceramente la mano sul fuoco non la metterei. Però la situazione è diventata più gestibile. È stato molto bravo il giovane viceparroco. Ha accettato di gestire la pensione del papà e quindi le spese necessarie vengono veicolate tramite lui».

Giuseppe, diversamente da Franco, ha accettato di essere aiutato perché si è visto proprio sull’orlo dell’abisso. Diceva: «Certi giorni torno a casa e non c’è neanche una scatoletta da dare da mangiare a mio padre». Sono stati però necessari più incontri con lui, con il parroco, con gli zii. «Incontri anche molto “tosti”, perché all’inizio la sua compulsione lo portava a non accettare e quindi chiamava inviperito dicendo “mi dovete dare i soldi perché la macchina mi si è rotta”. Noi abbiamo fatto tutti quadrato e questo aspetto compulsivo si è spento».

21 luglio 2026

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