Venerdì 24 Luglio 2026 11:07
Criminalità minorile: cambiano le regole


Il governo Meloni vara una norma che presume la capacità di intendere e volere del minore che commette reato, fino a prova contraria. Save the Children: «Rischioso rendere la risposta penale agli errori degli adolescenti uguale a quella degli adulti»
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«Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». La premier Giorgia Meloni commenta così il provvedimento approvato dal governo – che attende il vaglio del Parlamento – secondo cui la capacità di intendere e di volere del minorenne che commette un reato «si presume fino a prova contraria». Cambiano, insomma, le regole sull’imputabilità dei ragazzi dai 14 ai 18 anni. Se finora infatti il giudice doveva accertare caso per caso se il minorenne fosse capace di intendere e di volere, con il disegno di legge approvato nel pomeriggio di ieri, 23 luglio, dal Consiglio dei ministri ora «viene invertito l’onere della prova».
«Chi aggredisce, chi rapina chi devasta – sono ancora le parole della premier – deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni. Per questo abbiamo agito e continuiamo ad agire: arresto per i minorenni sorpresi con un’arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli, pene più dure per i danneggiamenti di gruppo. La fermezza senza alternative non basta – aggiunge – ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema».
Da Save the Children ricordano che «le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni emesse dal giudice per l’udienza preliminare sono passate nell’ultimo ventennio da 256 nel 2004 a 60 nel 2024 (erano 110 nel 2014); anche i proscioglimenti disposti per lo stesso motivo dal Tribunale per i minorenni sono stati solo 4 nel 2024. Di fronte a questi numeri – osservano – non sembra ragionevole voler limitare la discrezionalità del giudice minorile nel procedimento penale, irrigidendo di fatto un sistema già messo a dura prova dagli ultimi interventi legislativi. Di fronte a episodi che ci colpiscono e ci preoccupano, soprattutto quando coinvolgono ragazzi e ragazze molto giovani, è comprensibile chiedere risposte efficaci. Ma non tutte le risposte sono quelle giuste».
Nell’analisi dell’organizzazione, la violenza giovanile rappresenta «una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti. Considerare di regola imputabile un minore ultraquattordicenne rischia di trasmettere un messaggio semplice quanto rischioso: che la risposta penale agli errori degli adolescenti debba essere uguale a quella degli adulti, senza considerare la delicata fase evolutiva di vita di ragazzi e ragazze che entrano in contatto con la legge». Nel sistema italiano, «tra i 14 e i 18 anni l’imputabilità non è automatica ma deve essere accertata dal giudice caso per caso, proprio perché il legislatore ha riconosciuto che il percorso di maturazione degli adolescenti non è uguale per tutti e che la responsabilità penale di un minore non può essere presunta come quella di un adulto – evidenziano -. Limitare la discrezionalità dei giudici in questa fase vuol dire snaturare la specializzazione del sistema penale minorile, che è stato invece creato proprio per rispondere alle esigenze evolutive dei giovanissimi».
La vera sfida – è la tesi di Save the Children – è «che ci siano meno autori di reato, non che ne siano processati di più. Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato – rilevano dall’organizzazione -, dobbiamo chiederci cosa è mancato prima: nella scuola, nella comunità, nei servizi, nelle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono interventi strutturali sulle dinamiche educative e relazionali dei giovani, non un’estensione della risposta penale». Quelli tra i 14 e i 19 anni sono «giovanissimi che stanno costruendo la propria identità, che possono compiere errori anche gravi, ma che hanno davanti a sé enormi possibilità di cambiamento. È proprio su questa possibilità che si fonda il sistema della giustizia minorile italiana, costruito attorno alla finalità educativa, alla centralità del recupero del minore e al principio che il ricorso alla sanzione penale dovrebbe essere l’ultima risposta. Il nostro ordinamento non mira a punire il minorenne come un adulto in miniatura, ma lavora per comprenderne il percorso, responsabilizzarlo e favorirne il reinserimento nella società. Una risposta che penalizza i percorsi di crescita dei ragazzi e delle ragazze senza affrontare le radici della violenza semplicemente non funziona».
Per Save the Children, «è necessario allora un cambio di paradigma da parte della politica e dell’intero mondo adulto, che devono spostare lo sguardo da soluzioni esclusivamente penali e investire sull’ascolto, sulla prevenzione e sulla partecipazione». Servono «comunità educanti solide e responsabili, adulti capaci di accompagnare e sostenere, non soltanto di controllare e punire». Ancora, «occorrono territori che sappiano offrire opportunità concrete di crescita, aggregazione e protagonismo, attraverso sportelli di ascolto nelle scuole, percorsi di sostegno alla genitorialità, attività culturali, sportive e sociali accessibili e spazi sicuri in cui ragazze e ragazzi possano sviluppare competenze, relazioni e senso di appartenenza alla comunità».
24 luglio 2026
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