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Domenica 26 Luglio 2026 14:07

Odissea: il mito smarrito nel labirinto dello spettacolo

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C’è un momento, guardando l’Odissea di Nolan, in cui si avverte una strana vertigine: il nome è lo stesso, le tappe del viaggio sembrano quelle, ma il mondo che si dispiega davanti agli occhi non è più il mondo di Omero. È un’altra cosa. È un’altra storia. È un altro universo.

E allora, inevitabilmente, chi ha conosciuto la miniserie di Franco Rossi — quel racconto lento, sacrale, quasi liturgico — sente che qualcosa è stato spezzato. Perché l’Odissea, quella vera, non è un’avventura.

È un atto di conoscenza!

È il tentativo di una civiltà antica di rispondere alla domanda più difficile: che cosa significa essere uomini?

E per secoli, per generazioni di studenti italiani, quel poema è stato una bussola: un modo per capire il dolore, il ritorno, la virtù, la finitezza. Il mondo di Omero: dove gli dei muovono gli uomini come pedine. Nel mondo omerico gli dei non sono figure lontane: sono presenze che respirano accanto agli uomini, che li osservano, li provocano, li proteggono, li tradiscono.

Il destino è una scacchiera, e gli uomini sono pedine che cercano di non essere travolte. Ulisse, in quel mondo, non è un eroe tormentato: è un uomo che resiste.

Non è un reduce, non è un fantasma della guerra: è un essere umano che affronta la vita con astuzia, con intelligenza, con virtù. Il suo viaggio è un ritorno alla misura, alla casa, alla propria identità.

Franco Rossi: il racconto come rito

Chi ricorda la miniserie del 1968 sa che non era pensata per stupire. Era pensata per educare. Le immagini erano semplici, quasi povere.

Ma dentro quella semplicità c’era un rispetto profondo: gli dei erano presenti, i mostri erano simboli, il viaggio era un cammino morale, Ulisse era un uomo, non un supereroe. Guardare Rossi significava entrare in un mondo antico con la stessa reverenza con cui si entra in un tempio.

Nolan: il mito trasformato in spettacolo

Il film del 2026 è un’altra cosa. È un turbine di immagini, creature, scenografie. È un mondo costruito per un pubblico che vuole essere travolto, non interrogato. Gli dei quasi non ci sono. Atena appare come un’ombra psicologica, non come una dea.

Il destino non è più un gioco divino: è un trauma, una ferita, un ricordo che brucia. Ulisse non è più l’uomo che pensa: è l’uomo che soffre. Un eroe tragico, moderno, tormentato. Un personaggio che appartiene più a Shakespeare che a Omero. E i mostri? Non sono più simboli. Sono creature digitali, effetti visivi, spettacolo puro. Polifemo non è la barbarie: è un gigante da videogame. Le Sirene non sono la seduzione della conoscenza: sono un’attrazione visiva. Scilla e Cariddi non sono la metafora della scelta impossibile: sono un livello da superare. Il mito diventa fantasy.

L’epica diventa intrattenimento. Il punto di rottura: quando il nome non basta più. E allora accade qualcosa di strano: il film porta il nome Odissea, ma non porta più il suo senso. Per chi ha studiato Omero, per chi ha attraversato quel poema nelle scuole italiane della seconda metà del Novecento, il tradimento è evidente. Non è questione di gusti. Non è questione di nostalgia.

È questione di verità del mito. L’Odissea è un testo che parla della condizione umana.

Il film di Nolan parla della condizione spettacolare.

L’Odissea è un poema che educa.

Il film di Nolan è un’opera che intrattiene.

L’Odissea è un viaggio morale.

Il film di Nolan è un viaggio visivo.

Conclusione: il mito smarrito

E così, alla fine, resta una domanda sospesa: che cosa rimane dell’Odissea quando si toglie il suo cuore? Rimane un film grandioso, certo. Rimane un’opera potente, visivamente magnetica. Ma non rimane Omero!

Per questo, nel confronto con Rossi, il film di Nolan non può essere promosso; non perché sia brutto, non perché sia sbagliato, ma perché non è l’Odissea.

È un’altra storia che usa il mito come pretesto, non come fondamento. E chi conosce il poema, chi lo ha letto, studiato, vissuto, non può che sentire — dietro le immagini, dietro gli effetti, dietro il rumore — il silenzio di ciò che è stato perduto.

Bruno Carboniero

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