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Domenica 26 Luglio 2026 14:07

ANOMALIA ITALIANA

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In Italia c’è un fenomeno curioso, quasi antropologico: il passato non passa mai, ma in alcuni casi passa in modo selettivo.

Ci sono memorie che diventano monoliti e altre che diventano vapori.

Il fascismo è un monolite.

Il comunismo è un vapore.

E così, nel dibattito pubblico, succede qualcosa di strano:

si demonizza il fascismo non solo per ciò che è stato — cosa sacrosanta — ma per ciò che potrebbe essere, come se ogni decisione di un governo che non sia di sinistra fosse un preludio alla Marcia su Roma.

E allo stesso tempo si sorvola sul fatto che il comunismo storico, quello delle origini, quello sovietico, quello rivoluzionario, abbia praticato violenza, repressione, epurazioni, persecuzioni, censura, polizia politica ben prima che il fascismo esistesse.

Non è una tesi di parte. È una constatazione storica ma in  Italia c’è il riflesso condizionato: “fascista”! In Italia, la parola “fascista” è diventata un interruttore emotivo.

Si usa per: un decreto severo, una riforma impopolare, un controllo di polizia, una decisione autoritaria, un comportamento rigido, un’opinione non allineata.

È un marchio, non un’analisi. Un riflesso pavloviano della sinistra radicale e di una parte dell’intellettualità che ha trasformato il fascismo in un fantasma sempre pronto a tornare, anche quando non c’è nessuna condizione storica, sociale o politica che lo renda possibile. Il fascismo diventa così un monolite morale: tutto ciò che non piace, è fascista.

Il comunismo, invece, vive in Italia una strana beatificazione culturale.

Nonostante: la violenza rivoluzionaria delle origini, la soppressione del pluralismo, la polizia politica, le epurazioni, i gulag, le persecuzioni etniche e politiche, la repressione armata, la censura totale, la costruzione di un regime a partito unico, non esiste un reato di apologia del comunismo.

E non esiste nemmeno un riflesso culturale che associ automaticamente un comportamento autoritario alla parola “comunista”. Il comunismo, nella narrazione italiana, è spesso un movimento virtuoso, un ideale nobile, un sogno infranto, un mito romantico e chi lo critica viene facilmente accusato di fascismo.

Il paradosso storico però dimostra che il comunismo ha fatto tutto prima: tutto ciò che imputiamo al fascismo — violenza politica, repressione del dissenso, soppressione dei partiti, polizia politica, propaganda totalizzante, persecuzioni — esiste già nel comunismo delle origini. Non come eccezione. Come struttura.

Rivoluzione russa introduce: la Čeka, il Terrore Rosso, la soppressione dell’Assemblea Costituente, la guerra civile con violenze di massa, la repressione di Kronštadt, le deportazioni dei kulaki, le epurazioni politiche, la censura totale.

Il fascismo nasce dopo, e nasce anche come reazione a quella aggressività rivoluzionaria che in Italia, tra 1919 e 1920, aveva assunto forme insurrezionali. Il fascismo è nuovo. Il comunismo no. Il fascismo è un prodotto italiano. Il comunismo è un prodotto importato. Il fascismo nasce dentro lo scontro sociale. Il comunismo arriva prima dello scontro sociale.

La violenza politica: chi la usa davvero oggi?

Questo è un altro paradosso: chi oggi usa la parola “fascista” come insulto politico è spesso parte di ambienti che praticano: violenza nelle piazze, intimidazione, occupazioni illegali, aggressioni a forze dell’ordine, censura culturale, ostracismo verso chi non la pensa allo stesso modo. I centri sociali, le frange antagoniste, le aree più radicali della sinistra extraparlamentare, usano metodi che ricordano più la violenza rivoluzionaria del comunismo delle origini che la violenza istituzionale del fascismo storico. Eppure, nessuno li chiama “comunisti”! Nessuno parla di “ritorno del comunismo”. Nessuno invoca un reato di apologia.

Il fascismo come colpa eterna, il comunismo come innocenza eterna. Il fascismo è finito nel 1945. Il comunismo, come ideologi e come propensione alla violenza, non è mai finito.

Ha cambiato forma, nome, linguaggio, ma è rimasto un orizzonte culturale vivo. E così, nel dibattito italiano: il fascismo è un peccato originale eterno; il comunismo è un ideale eterno innocente. Il fascismo è un trauma. Il comunismo è un sogno. Il fascismo è un monolite. Il comunismo è un vapore.

L’Italia è un Paese che ha deciso di ricordare il fascismo come minaccia eterna e il comunismo come speranza eterna.

Ma la storia non funziona così.

La storia di queste due aberrazioni è simmetrica, anche quando la memoria non lo è. Il fascismo è stato violento, repressivo, antidemocratico, razzista.

Il comunismo è stato violento, repressivo, antidemocratico, persecutorio.

Il fascismo è stato sconfitto. Il comunismo è stato metabolizzato.

Il fascismo è un reato. Il comunismo è un ricordo.

E così, nel dibattito pubblico, succede che chi usa metodi autoritari, violenti, intimidatori, si permette di chiamare “fascista” chi non la pensa come lui, dimenticando che la violenza politica, in Italia, non è mai stata monopolio di una sola ideologia. Il fascismo è finito (per fortuna). Il comunismo no.

E questa asimmetria culturale è la vera anomalia italiana.

Bruno Carboniero

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