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Lunedì 27 Luglio 2026 13:07

La scelta di Andrea Pirlo

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La scelta di Andrea Pirlo come possibile commissario tecnico della Nazionale italiana si colloca in un momento storico che richiederebbe, più di ogni altra cosa, lucidità, rigore e una severa aderenza ai criteri della competenza. Dopo dodici anni senza Mondiali, tre qualificazioni mancate e un movimento calcistico che fatica a ritrovare identità, la Federazione si trova davanti a una ricostruzione che somiglia più a un’emergenza nazionale che a un normale avvicendamento tecnico. È in questo contesto che il nome di Pirlo emerge, sostenuto da Paolo Maldini e Leonardo, e diventa improvvisamente il fulcro di una discussione che non riguarda soltanto il calcio, ma il modo in cui si prendono decisioni ai vertici di un sistema che dovrebbe essere meritocratico.La carriera da allenatore di Pirlo, osservata con freddezza, non offre appigli solidi. L’esordio alla Juventus, senza alcuna esperienza precedente, fu un salto nel vuoto: una Coppa Italia e una Supercoppa non bastarono a compensare un campionato deludente e un’eliminazione agli ottavi di Champions contro il Porto. L’esonero arrivò dopo una sola stagione. In Turchia, al Fatih Karagümrük, Pirlo mostrò qualche intuizione, ma non riuscì a dare continuità e fu sollevato dall’incarico a tre giornate dalla fine. Alla Sampdoria, in Serie B, la prima stagione si chiuse con un playoff, la seconda con un esonero precoce. L’esperienza negli Emirati non ha aggiunto elementi significativi al suo curriculum.

In sintesi: nessun progetto tecnico compiuto, nessuna crescita strutturale delle squadre, nessuna esperienza internazionale, nessuna dimostrazione di saper gestire cicli lunghi o ricostruzioni complesse. Eppure, proprio Pirlo viene indicato come l’uomo della rifondazione. È qui che nasce la perplessità, non tanto emotiva quanto razionale. In un contesto aziendale, quando un’impresa attraversa la crisi più profonda della sua storia, la scelta del nuovo dirigente punta su profili con competenze solide, risultati verificabili, capacità di gestione e visione strategica. La Nazionale italiana, oggi, è esattamente quell’azienda in crisi. E Pirlo, per quanto figura iconica del calcio mondiale, non presenta un curriculum che risponda a queste esigenze. La domanda, dunque, non è se Pirlo sia stato un grande calciatore — lo è stato, e nessuno lo mette in discussione — ma se sia oggi un allenatore in grado di guidare una ricostruzione tecnica e culturale di un intero movimento.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il nodo delle relazioni personali. Maldini, Pirlo e Leonardo condividono una storia comune, un rapporto di stima che risale ai tempi del Milan e della Nazionale. Pirlo è stato allenato da Leonardo nel suo unico anno da tecnico del Milan, esattamente come Maldini aveva condiviso con Leonardo, nel Milan, un rapporto professionale e umano consolidato. I tre, dunque, non sono semplicemente figure che si stimano: sono uomini che hanno attraversato insieme una stagione della loro carriera, che hanno condiviso spogliatoi, visioni calcistiche, sensibilità tecniche. È un triangolo di sintonia che precede di molti anni la scelta attuale e che inevitabilmente alimenta il sospetto che la decisione non nasca da una valutazione oggettiva del curriculum, ma da una continuità di rapporti, da una fiducia personale sedimentata nel tempo.

Non ci sono prove di favoritismi impropri, ma è evidente che la scelta non nasce da un curriculum superiore rispetto ad altri candidati. Nasce dalla convinzione, tutta interna a questo gruppo, che Pirlo possa rappresentare un nuovo ciclo, un nuovo modo di intendere la Nazionale, quasi un ritorno a un’idea romantica del calcio italiano. Il problema è che il romanticismo, da solo, non basta. Non basta quando si deve ricostruire un sistema che ha perso credibilità, risultati, capacità di formare talenti. Non basta quando si è fuori dai Mondiali da dodici anni. Non basta quando il Paese chiede una guida forte, competente, capace di affrontare una crisi strutturale. Pirlo, ad oggi, non ha dimostrato di essere quell’uomo. La sua idea di calcio è affascinante, moderna, teoricamente brillante, ma non ha mai trovato una traduzione stabile sul campo. Le sue squadre hanno mostrato identità solo a tratti, senza continuità, senza quella solidità che serve per costruire un progetto nazionale. E allora la riflessione si chiude con una domanda che non riguarda Pirlo come persona, ma il metodo della scelta: siamo davanti a una decisione professionalmente ineccepibile, fondata su criteri tecnici, oppure a una scelta che nasce dalla fiducia personale, dall’amicizia, dalla storia condivisa?

In un momento così delicato, la risposta non è irrilevante. Perché la Nazionale non è un club, non è un laboratorio sperimentale, non è un luogo dove si può rischiare per affetto o per nostalgia alla luce dei recenti fallimenti.

È un patrimonio nazionale.

E la sua guida dovrebbe essere scelta con la stessa severità con cui si seleziona chi deve risollevare un’azienda in crisi.

Se Pirlo sarà davvero il nuovo CT, la domanda resterà sospesa: è stato scelto per ciò che ha fatto o per ciò che rappresenta emotivamente per coloro che lo hanno scelto?

Bruno Carboniero

(Fotografia: https://depositphotos.com/it)

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