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Venerdì 7 Agosto 2026 17:08

Il portachiavi #Museodelviaggio

Il portachiavi #Museodelviaggio


Le chiavi di casa. Il segreto è metterle sempre nello stesso posto! Facile. Poi però al momento di uscire, quel punto esclamativo svettante e sicuro si piega vergognoso e diventa un punto interrogativo: ma dove avrò nascosto le chiavi di casa? Nel mio mazzetto ce ne sono cinque e da alcuni anni le tengo insieme […]

Il portachiavi #Museodelviaggio


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Il portachiavi #Museodelviaggio


Le chiavi di casa. Il segreto è metterle sempre nello stesso posto! Facile. Poi però al momento di uscire, quel punto esclamativo svettante e sicuro si piega vergognoso e
diventa un punto interrogativo: ma dove avrò nascosto le chiavi di casa?

Nel mio mazzetto ce ne sono cinque e da alcuni anni le tengo insieme con un
portachiavi di corda. E questa è la storia di quel portachiavi.

Come si può vedere dalla foto è una pallina perfetta nella sua rotondità. È poco meno di una pallina da ping-pong ed è stata realizzata intrecciando e avvolgendo ben stretto all’incirca un metro di corda.



L’ho comprato a Paimpol una piccola baia sulla costa settentrionale della Bretagna non ancora affollata dal turismo estivo in quei primi giorni di maggio. Siamo capitate in un
giorno di mercato. Banchi di pesce, formaggi che arrivano dai pascoli dell’entroterra, frutta e verdure locali. Nel mio ricordo il banchetto di oggetti artigianali è l’unico di quel genere.

Le mani di chi li vende sono di quelle che raccontano una vita. Nodose, scurite dal sole. Mani forti di un vecchio pescatore abituate a tirare su reti pesanti di pesci che ancora si agitano e annaspano e cercano di resistere. Nei giorni di mare grosso in cui non può uscire con la barca, lo vedo seduto al riparo a lavorare con quelle stesse mani che diventano agili e leggere.

Dei suoi portachiavi ne ho presi tre. Uno per ognuna di noi. L’amico con il quale dovevamo andare a Chalon per raggiungere sua moglie, e poi partire tutti insieme per la Bretagna, ha fatto il tampone. Positivo! Claire insiste perché Renata ed io si vada lo stesso. Siamo “sane”, in regola con i Green Pass richiesti e allora, pur con qualche esitazione, si parte.

Claire, per evitarci un terzo cambio di treno, ci aspetterà in una stazione intermedia con la macchina per accompagnarci, ospiti nella sua nuova casa affacciata su un grande ortogiardino dove fa ombra un ciliegio maestoso. Fra qualche settimana, ci dice, si colorerà di rosso. Ciliegie sui rami e tra le foglie come note di una canzone d’amore sul pentagramma.

Ci guardiamo e senza dircelo intoniamo la prima strofa di Le temps de cherises che conosciamo come simbolo della Comune di Parigi.

È la mia prima volta a Chalon-sur-Saône. Claire deve andare al lavoro ancora per un paio di giorni e la incontriamo solo la sera a cena. Sul tavolo, nello spazio tra un piatto e l’altro apre la mappa della città sulla quale ci indica i luoghi da vedere “assolutamente” e qualche locale “alternativo” dove potremmo fermarci per un pranzo veloce.

Si chiacchiera, tanto. Siamo tre donne. Per la prima volta noi tre sole senza la presenza di Marco, costretto in Italia dal Covid. Di fatto è il nostro trait d’union e nel gruppo gli piace porsi come leader.  Delle conversazioni, della giornata, dei film da guardare, delle mostre da non perdere. E adesso senza il tracciato sul quale avrebbe incanalato il nostro viaggio, noi ci lasciamo andare a raccontarci, gustando calici di un ottimo rosso della regione, la Borgogna.

Un po’ organizziamo, un po’ improvvisiamo. Ci conosciamo meglio e, attraverso un fitto parlare, il filo dei discorsi ci intreccia e ci unisce in un’amicizia che ha messo su un vestito nuovo. Arrivate in Bretagna, quel portachiavi mi era sembrato una perfetta metafora del legame che andavamo tessendo in quei giorni, conservava il grido dei gabbiani, le vele in attesa del vento e la ritmica delle maree. Mi faceva piacere che Claire, Renata ed io avessimo un oggetto comune per ricordare.

Sono passati alcuni anni, non tanti poi, e il rapporto fra noi è cambiato. Continuiamo a vederci ma di rado e non è più successo che fossimo solo noi tre.

Il mio portachiavi resiste bene nella sua funzione quotidiana. Il più delle volte lo afferro al volo nella fretta di uscire. Un gesto automatico dei tanti che si ripetono. Può capitare però che il pensiero prenda una direzione inaspettata e da quella pallina di corda intrecciata escano emozioni. Non più solo l’immagine della relazione in cui ci eravamo strette noi tre amiche.

Tornano i passi lungo il Cammino dei Doganieri. In alto rispetto alla costa e al mare che appare e scompare tra i cespugli delle ginestre già rigogliose di fiori.

Torna il volto di Gille Caron che mi sorride, un fororeporter incontrato per caso attraverso i suoi scatti nell’Irlanda del Nord durante i Troubles. Leggendo le note in un pannello che accompagna la mostra, scopro che è morto nel 1970 a trent’anni. Scomparso sulla strada tra il Vietnam e la Cambogia controllata dai Khmer Rossi. Il corpo mai ritrovato. Era giovane, coraggioso, un bravo fotografo e aveva un sorriso gentile.

E torna nel cuore anche la casa dove sono vissuti i nonni di Claire. Si trova all’interno, in una Bretagna senza mare. C’è un silenzio profondo, assoluto, che mi disorienta. Mentre sto lì ferma sul prato che circonda la casa, mentre cerco di cogliere un rumore, anche lontano, anche solo un brusio che non arriva, sento l’eco dei versi de L’infinito di Leopardi:

e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo;
ove per poco il cor non si spaura.

Un silenzio sconosciuto che non ho più ritrovato, uno stordimento al quale mi sono abbandonata e che oggi so che esiste solo perché è stato.

Mentre scrivo mi viene da pensare che forse la corda del portachiavi si stia consumando senza che me ne sia accorta.


Vado subito a controllare. È ancora forte, un po’ sporcata dall’uso ma non dà segni di cedimento. E quando si romperà – perché prima o poi accadrà – mi viene da domandarmi: si spezzeranno anche i ricordi e l’incantesimo di quel viaggio andrà perduto?

No, sono sicura che c’è un tempo che gli orologi non misurano, un tempo che resta, come nella stazioncina di Pontrieux dove i treni continuano ad andare e venire e fermarsi anche se l’orologio non ha più le lancette.

 



[Testo e immagini inviati da Clara Stroppiana il 7 agosto 2026, CC BY NC SA]

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