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Venerdì 7 Agosto 2026 10:08

Le origini del Foro Romano: dalla palude al primo Foro

Le origini del Foro Romano: dalla palude al primo Foro


Chi visita il Foro Romano per la prima volta è spesso portato a guardare un monumento dopo l’altro: il Tempio di Saturno, l’Arco di Settimio Severo, la Curia, la Basilica di Massenzio… In questa serie di articoli faremo il percorso opposto. Non partiremo dai monumenti, ma dal luogo. Seguiremo, in ordine cronologico, le trasformazioni che […]

Le origini del Foro Romano: dalla palude al primo Foro


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Le origini del Foro Romano: dalla palude al primo Foro


Chi visita il Foro Romano per la prima volta è spesso portato a guardare un monumento dopo l’altro: il Tempio di Saturno, l’Arco di Settimio Severo, la Curia, la Basilica di Massenzio… In questa serie di articoli faremo il percorso opposto. Non partiremo dai monumenti, ma dal luogo. Seguiremo, in ordine cronologico, le trasformazioni che hanno cambiato questa valle nel corso di quasi tremila anni, cercando di capire perché il Foro che vediamo oggi abbia assunto proprio questo aspetto. Per cominciare dobbiamo tornare alle origini, quando il Foro ancora non esisteva.



Quando si osserva il Foro Romano dalla terrazza del Palatino o dal Campidoglio, lo sguardo incontra una distesa di colonne, di templi, di archi trionfali, di basiliche. È difficile immaginare che questo stesso luogo, prima ancora che esistesse la città, fosse una valle umida e paludosa, attraversata da corsi d’acqua e soggetta alle esondazioni del Tevere. Eppure, ancora all’epoca di Augusto, i Romani conservavano il ricordo di quel paesaggio primordiale. Lo ricorda Ovidio nei Fasti (VI, 401-406):

Qui, dove ora sono i fori, un tempo erano solo stagni fangosi, il cui spazio era pieno del fiume straripato. Quel Lago Curzio, che ora è solida terra e sostiene gli altari asciutti, un tempo altro non era che un lago. Allora il Velabro, per dove oggi sogliono condurre le pompe trionfali al Circo, altro non era che salici e vuote canne.

Ovidio scriveva in una Roma ormai ricoperta di marmo. Proprio per questo le sue parole sono così suggestive: sotto la monumentalità dell’età imperiale continuava a sopravvivere la memoria di un paesaggio fatto di acqua, fango, canneti e salici.



Il Foro occupa una depressione naturale compresa tra il Campidoglio a nord-ovest, il Palatino a sud-est e la Velia verso oriente. Prima della nascita della città, piccoli corsi d’acqua scendevano dalle alture circostanti e attraversavano la valle per raggiungere il Tevere.

Il naturale deflusso delle acque interessava l’area del Velabro, che metteva in comunicazione la valle del Foro con il Tevere. Durante le piene del fiume, il fondovalle diventava una vasta area paludosa, inadatta a essere occupata stabilmente. I primi abitanti del territorio scelsero quindi di vivere sulle alture: il Palatino, la Velia, il Campidoglio, il Quirinale, l’Esquilino. Da quelle posizioni sopraelevate potevano controllare il territorio, difendersi più facilmente e restare al riparo dall’acqua. La valle, almeno inizialmente, ebbe un’altra funzione.

Tra il X e il IX secolo a.C., molto prima che vi sorgessero templi e basiliche, la futura piazza del Foro ospitava un’area sepolcrale. Le tombe appartenevano agli abitanti dei villaggi sorti sulle alture circostanti, in particolare a quelli del Palatino e della Velia. Per la maggior parte si trattava inizialmente di sepolture a incinerazione; con il passare del tempo comparvero anche tombe a inumazione.

I corredi rinvenuti nella necropoli costituiscono una testimonianza preziosa delle comunità che abitavano questo territorio prima della formazione della città. L’uso del fondovalle come spazio destinato ai morti non rappresenta un caso isolato. Un’organizzazione analoga è documentata in altri centri del Lazio protostorico: gli abitati occupavano le alture, mentre le necropoli si disponevano nelle aree più basse o marginali.

Molti dei corredi provenienti da questa necropoli sono oggi esposti nel Museo del Foro Romano, dove permettono di conoscere la vita e le usanze degli abitanti della valle prima della nascita della città.

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Nella prima metà dell’VIII secolo a.C. qualcosa cambiò profondamente. I diversi nuclei abitati sulle alture iniziarono un processo di avvicinamento e unificazione che gli storici indicano con il termine sinecismo: comunità originariamente autonome cominciarono a riconoscersi come parti di una realtà politica comune. Non si trattò di una fusione improvvisa, ma di un processo graduale che trasformò villaggi distinti in una città sempre più integrata. La tradizione colloca proprio in questo periodo la fondazione di Roma, convenzionalmente datata al 754-753 a.C.

Naturalmente l’archeologia non può dimostrare l’esistenza di un singolo giorno nel quale la città venne fondata. Può però riconoscere trasformazioni profonde nel modo in cui le comunità organizzavano il territorio. Le piccole necropoli legate ai singoli villaggi vennero progressivamente abbandonate e la principale area funeraria della nuova comunità si spostò sull’Esquilino. Nel Foro continuarono a essere sepolti soprattutto i membri non adulti della popolazione. La deposizione dei bambini all’interno o in prossimità dell’abitato è attestata anche in altri centri protostorici del Lazio, come a Colle della Noce ad
Ardea
. Verso la fine del VII secolo a.C. anche queste ultime sepolture cessarono. La valle non era ancora una piazza, ma aveva ormai perso la propria funzione funeraria. Poteva iniziare una trasformazione completamente nuova.

La fondazione di Roma è un momento simbolico. La vera conquista urbana, però, fu la possibilità di occupare stabilmente il fondovalle. Per trasformare la palude in uno spazio pubblico era necessario risolvere prima di tutto un problema tecnico: raccogliere le acque, regolarne il corso e convogliarle verso il Tevere.

La tradizione attribuisce a Tarquinio Prisco, primo sovrano della dinastia etrusca, l’avvio degli interventi di drenaggio della valle, considerati l’origine della futura Cloaca Massima. Non dobbiamo però immaginare fin dall’inizio il grande condotto in muratura che conosciamo dalle fasi successive. Le prime realizzazioni furono probabilmente semplici canalizzazioni a cielo aperto, progressivamente ampliate, coperte e restaurate nel corso dei secoli. Parte di questo antico sistema di drenaggio continua ancora oggi a convogliare le acque verso il Tevere. Ad ogni buon conto, gli scavi archeologici confermano che tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. la valle fu interessata da un vasto intervento di bonifica.

Intorno al 600 a.C. venne realizzata una prima grande pavimentazione in terra battuta. È il momento nel quale nasce il primo Foro Romano. Roma aveva conquistato la propria valle.

Proprio nel punto in cui il sistema della Cloaca Massima raggiungeva la piazza si trovava un piccolo santuario: il Sacello di Venere Cloacina. Il monumento oggi riconoscibile appartiene a una sistemazione molto più tarda, ma il culto affondava le proprie radici nell’età arcaica.



Il nome Cloacina era interpretato dagli antichi come un appellativo di Venere legato al verbo latino cluere, “purificare”. Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XV, 119) racconta che

In quel luogo cresceva un mirto che la tradizione dice esistesse già prima della fondazione di Roma.

Dopo la guerra seguita al ratto delle Sabine, Romani e Sabini avrebbero deposto le armi e si sarebbero purificati con rami di mirto, pianta sacra a Venere, dea delle unioni, e dotata di un forte valore purificatorio. Il racconto sovrappone pertanto diversi significati nello stesso luogo: il corso dell’acqua, il confine tra due comunità; la guerra; la purificazione; la riconciliazione; l’unione matrimoniale. Il Velabro, che inizialmente separava i popoli in lotta, diventava così il punto presso il quale veniva conclusa la pace.

Osservando oggi il piccolo sacello davanti alla Basilica Emilia, prova a cancellare mentalmente le pavimentazioni e i monumenti successivi. Al loro posto dobbiamo immaginare l’acqua che attraversava il fondovalle e il punto nel quale il paesaggio naturale cominciava a essere trasformato dalla città. Per il momento, però, ciò che più ci interessa è la sua posizione: il sacello conserva ancora la memoria del punto nel quale l’acqua entrava nella futura piazza.

La bonifica trasformò radicalmente il paesaggio. Il primo Foro Romano fu, prima di tutto, uno spazio condiviso. La grande piazza monumentale sarebbe arrivata molto più tardi.

Nel prossimo articolo entreremo nel Foro dei re, quando la nuova piazza iniziò a ospitare le prime istituzioni politiche e religiose della città.

[Maria Teresa Natale]

 

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