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Venerdì 21 Agosto 2026 15:08

Il Foro della Repubblica: quando Roma imparò a governare il mondo

Il Foro della Repubblica: quando Roma imparò a governare il mondo


La fine della monarchia non cancellò il Foro dei re. Il nuovo ordinamento repubblicano ereditò spazi, edifici e culti nati nei secoli precedenti, ma li adattò progressivamente a un sistema politico nel quale il potere non era più concentrato nella figura del sovrano. Il Comizio continuò a ospitare le assemblee, nella Curia Hostilia si riuniva […]

Il Foro della Repubblica: quando Roma imparò a governare il mondo


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Il Foro della Repubblica: quando Roma imparò a governare il mondo


La fine della monarchia non cancellò il
Foro dei re
. Il nuovo ordinamento repubblicano ereditò spazi, edifici e culti nati nei secoli precedenti, ma li adattò progressivamente a un sistema politico nel quale il potere non era più concentrato nella figura del sovrano. Il Comizio continuò a ospitare le assemblee, nella Curia Hostilia si riuniva il Senato, mentre la Regia e il santuario di Vesta conservarono il loro ruolo nella religione pubblica.

Il Foro Romano in età repubblicana, prima delle trasformazioni di Silla [Planimetria: Cassius Ahenobarbus, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]
Il Foro Romano in età repubblicana, prima delle trasformazioni di Silla [Planimetria: Cassius Ahenobarbus, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]Come abbiamo visto, alcune delle funzioni religiose appartenute al re furono affidate al rex sacrorum. Questa figura conservava una posizione altissima nell’ordine sacerdotale: nell’antica gerarchia rituale precedeva persino il Pontifex Maximus. Con il tempo, tuttavia, fu quest’ultimo ad assumere un ruolo centrale nella direzione del culto pubblico. La Repubblica conservava così il prestigio religioso dell’antico titolo di rex, ma lo separava definitivamente dall’esercizio del potere politico.

Un ruolo centrale nella religione repubblicana spettava infatti al collegio dei pontefici, che la tradizione romana faceva risalire all’età regia. Al suo vertice si trovava proprio il Pontifex Maximus, le cui competenze riguardavano numerosi aspetti della religione pubblica e la regolamentazione del calendario religioso.

La Regia continuò a essere uno dei centri dell’attività del Pontifex Maximus e del collegio pontificale, mantenendo così una funzione centrale anche dopo la scomparsa della monarchia.

I resti della Regia nel Foro Romano, uno dei centri dell'attività del collegio pontificale in età repubblicana [Foto: Sailko, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]
I resti della Regia nel Foro Romano, uno dei centri dell’attività del collegio pontificale in età repubblicana [Foto: Sailko, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]La residenza ufficiale del pontefice massimo era invece la vicina Domus Publica. Tra coloro che vi abitarono vi fu Giulio Cesare, eletto Pontifex Maximus nel 63 a.C.

Resti attribuiti alla Domus Publica, la residenza ufficiale del Pontifex Maximus, nell'area compresa tra la Regia e il complesso di Vesta. Giulio Cesare vi abitò dopo la sua elezione a pontefice massimo nel 63 a.C. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Resti attribuiti alla Domus Publica, la residenza ufficiale del Pontifex Maximus, nell’area compresa tra la Regia e il complesso di Vesta. Giulio Cesare vi abitò dopo la sua elezione a pontefice massimo nel 63 a.C. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Durante i primi secoli della Repubblica il Comizio continuò a essere il principale spazio della vita politica romana. Qui si riunivano le assemblee popolari, nella vicina Curia Hostilia sedeva il Senato e dalla tribuna gli oratori si rivolgevano ai cittadini. Intorno al Comizio si trovavano anche altri spazi legati al funzionamento della vita politica: il Senaculum, dove i senatori potevano riunirsi o attendere prima delle sedute, e la Graecostasis, letteralmente il «luogo dove stavano i Greci», una piattaforma riservata agli ambasciatori stranieri in attesa di essere ricevuti dal Senato.

Nel corso del III secolo a.C. il Comizio fu probabilmente riorganizzato secondo una pianta circolare, con gradinate disposte intorno allo spazio centrale. Questa ricostruzione trova interessanti confronti nei comitia di alcune città dell’Italia romana, come Cosa, Alba Fucens e Paestum.

Sul margine del Comizio si trovava la tribuna dalla quale magistrati e oratori si rivolgevano al popolo. Nel 338 a.C., dopo la vittoria romana su Anzio durante la guerra latina, vi furono esposti i rostra, gli speroni bronzei sottratti alle navi nemiche. Da allora la tribuna prese il nome di Rostri; per distinguerla dalle successive tribune realizzate nel Foro, gli studiosi la indicano convenzionalmente come Rostra Vetera. Un bottino di guerra entrava così materialmente nel cuore della vita politica: chi parlava ai cittadini lo faceva davanti ai simboli della crescente potenza militare di Roma.

Ricostruzione ipotetica del Comizio repubblicano, con la Curia Hostilia, lo spazio circolare gradinato e i Rostri [Elaborazione: Mark Miller (Amadscientist), Wikimedia Commons, pubblico dominio
Ricostruzione ipotetica del Comizio repubblicano, con la Curia Hostilia, lo spazio circolare gradinato e i Rostri [Elaborazione: Mark Miller (Amadscientist), Wikimedia Commons, pubblico dominioIl Comizio contribuiva anche a scandire il tempo della vita pubblica. Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, VII, 212) racconta che, prima della diffusione degli orologi solari, un assistente dei consoli, l’accensus, annunciava pubblicamente il mezzogiorno quando, osservando il sole dalla Curia, lo vedeva tra i Rostri e la Graecostasis. Annunciava invece l’ultima parte della giornata quando il sole era sceso tra la Columna Maenia e il Carcer, il carcere pubblico di Roma, tradizionalmente identificato con quello che oggi chiamiamo
Carcere Mamertino
. La colonna era stata innalzata in onore di Gaio Menio, uno dei consoli vincitori della guerra latina del 338 a.C., e divenne così anche uno dei punti di riferimento attraverso i quali i Romani scandivano il trascorrere della giornata. Il sistema, naturalmente, funzionava soltanto nelle giornate serene.

Nel 263 a.C., Nel 263 a.C., secondo Varrone, la cui testimonianza ci è conservata da Plinio (Naturalis Historia, VII, 214), il console Marco Valerio Messalla fece collocare su una colonna presso i Rostri un orologio solare portato da Catania dopo la conquista della città. C’era però un problema: essendo stato costruito per una latitudine diversa, le sue linee non indicavano correttamente le ore di Roma. I Romani continuarono ugualmente a utilizzarlo per novantanove anni, finché nel 164 a.C. il censore Quinto Marcio Filippo non ne fece collocare accanto uno più preciso.

La diffusione degli orologi non dovette essere accolta da tutti con entusiasmo. In un frammento di una commedia attribuita a Plauto, conservato da Aulo Gellio (Noctes Atticae, III, 3, 5), un personaggio maledice scherzosamente chi aveva inventato le ore e installato le meridiane:

Gli dèi mandino in rovina chi per primo inventò le ore!

Un tempo, racconta, il suo unico orologio era la pancia, che gli indicava infallibilmente quando fosse arrivato il momento di mangiare; ora, invece, persino chi aveva fame doveva aspettare l’ora stabilita.

Anche nuovi edifici cominciarono presto a esprimere le funzioni dello Stato repubblicano. Ai piedi del Campidoglio sorgeva il Tempio di Saturno, la cui fondazione era fatta risalire dalle fonti ai primi anni della Repubblica. Il santuario divenne strettamente legato all’amministrazione finanziaria dello Stato: qui aveva sede l’Aerarium populi Romani, il tesoro pubblico, affidato durante la Repubblica ai questori. Vi erano custodite le risorse finanziarie dello Stato e vi facevano capo anche importanti documenti pubblici. Nell’Aerarium erano conservate in tempo di pace anche le insegne militari, che venivano prelevate quando l’esercito partiva per una nuova campagna. Religione e amministrazione non occupavano dunque spazi separati: il tesoro della Repubblica era custodito all’interno di un santuario.

Il Tempio di Saturno nel Foro Romano. Sul fregio si legge Senatus Populusque Romanus incendio consumptum restituit = Il Senato e il Popolo Romano ricostruirono [il tempio] distrutto da un incendio. [Foto: Maria Teresa, Natale, CC BY-NC-SA]
Il Tempio di Saturno nel Foro Romano. Sul fregio si legge Senatus Populusque Romanus incendio consumptum restituit = Il Senato e il Popolo Romano ricostruirono [il tempio] distrutto da un incendio. [Foto: Maria Teresa, Natale, CC BY-NC-SA]L’espansione di Roma finì però per mettere in crisi lo stesso spazio politico che aveva ereditato dalla città arcaica. Le assemblee cambiarono, il Senato aumentò di dimensioni e l’antico Comizio divenne sempre meno adeguato alle esigenze politiche di una città ormai a capo di un vasto dominio. Nel corso del I secolo a.C. le trasformazioni di Silla e poi di Giulio Cesare modificheranno profondamente l’intero settore.

Pochi anni dopo, un’altra guerra entrò nella memoria monumentale del Foro. Secondo la tradizione, durante la battaglia del Lago Regillo, tradizionalmente datata al 496 a.C., due misteriosi cavalieri combatterono al fianco dei Romani. Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, VI, 13 li descrive come due giovani straordinari per bellezza e statura:

due uomini a cavallo, straordinari per bellezza e statura […] caricarono alla testa della cavalleria romana

Erano Castore e Polluce. Terminato lo scontro, gli stessi cavalieri sarebbero apparsi nel Foro per annunciare la vittoria e avrebbero abbeverato i loro cavalli presso la sorgente di Giuturna. Il dittatore Aulo Postumio avrebbe votato loro un tempio durante la battaglia; il santuario fu dedicato da suo figlio nel Foro Romano nel 484 a.C. , proprio accanto al Lacus Iuturnae, dove secondo la tradizione i Dioscuri erano apparsi per annunciare la vittoria e avevano abbeverato i loro cavalli. Il monumento legava così nello spazio del Foro il ricordo della prodigiosa apparizione alla vittoria del Lago Regillo.

Il culto dei Dioscuri acquistò inoltre un rapporto particolare con la cavalleria romana. Una solenne processione annuale degli equites, la transvectio equitum, attraversava la città e raggiungeva il Tempio dei Dioscuri nel Foro, rinnovando il legame tra Castore e Polluce, la cavalleria romana e la memoria della vittoria. Anche il tempio, con il tempo, assunse funzioni che andavano oltre il culto: vi si riunì il Senato e i suoi spazi furono utilizzati anche per attività legate alla vita economica e politica della città.

Il Tempio dei Dioscuri nel Foro Romano, riconoscibile dalle tre colonne superstiti e dall'imponente basamento [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Il Tempio dei Dioscuri nel Foro Romano, riconoscibile dalle tre colonne superstiti e dall’imponente basamento [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Accanto al tempio, il Lacus Iuturnae era il bacino alimentato dalla fonte sacra alla ninfa Giuturna, le cui acque erano considerate salutari. Secondo un’altra tradizione, i Dioscuri sarebbero apparsi nello stesso luogo anche dopo la vittoria romana di Pidna del 168 a.C. Presso il bacino fu inoltre collocato un gruppo statuario raffigurante i Dioscuri con i loro cavalli, i cui originali sono conservati nel Museo del Foro Romano, messo in relazione proprio con la celebrazione di questa vittoria di Lucio Emilio Paolo.

La Fonte di Giuturna nel Foro Romano. Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
La Fonte di Giuturna nel Foro Romano. Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Anche la Via Sacra partecipava alla rappresentazione pubblica delle vittorie di Roma. Era uno degli assi percorsi dalle grandi processioni che attraversavano il Foro e, nel caso del trionfo, conduceva infine verso il Campidoglio, dove il generale vittorioso concludeva la cerimonia con il sacrificio a Giove Ottimo Massimo nel tempio a lui dedicato.

Plutarco ci ha lasciato una straordinaria descrizione del trionfo celebrato da Lucio Emilio Paolo nel 167 a.C., dopo la vittoria di Pidna. Nel Foro furono innalzate impalcature dalle quali la popolazione poteva assistere al passaggio del corteo (Vita di Emilio Paolo, 32-34):

Il popolo fece innalzare delle impalcature […] intorno al Foro e occupò gli altri luoghi della città dai quali si poteva vedere la processione; gli spettatori assistevano vestiti di bianco. […] Tre giorni furono destinati al corteo trionfale. Il primo bastò appena all’esposizione delle statue, dei dipinti e delle figure colossali catturate, trasportate su duecentocinquanta carri.

Il secondo giorno sfilarono le armi macedoni e grandi quantità d’argento; il terzo vennero mostrati l’oro e gli oggetti appartenuti a Perseo. Infine comparve lo stesso re sconfitto, preceduto dai figli e condotto come prigioniero nel corteo. Dietro di lui sarebbe apparso Emilio Paolo sul carro trionfale.

Battaglia di Pidna, fregio del monumento di Lucio Emilio Paolo a Delfi, poco dopo il 168 a.C. Il monumento celebrava la vittoria romana su Perseo di Macedonia, che Emilio Paolo avrebbe poi portato a Roma prigioniero nel trionfo del 167 a.C. [ Foto: Colin Whiting, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0]
Battaglia di Pidna, fregio del monumento di Lucio Emilio Paolo a Delfi, poco dopo il 168 a.C. Il monumento celebrava la vittoria romana su Perseo di Macedonia, che Emilio Paolo avrebbe poi portato a Roma prigioniero nel trionfo del 167 a.C. [ Foto: Colin Whiting, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0]Con il passare dei secoli questo rapporto tra guerra, conquista e spazio pubblico divenne sempre più evidente. Nel 338 a.C. i rostri delle navi di Anzio furono esposti sulla tribuna degli oratori; nel III secolo l’orologio portato dalla Sicilia conquistata raggiunse il Comizio; generali e magistrati vittoriosi cominciarono a lasciare nel Foro statue e monumenti celebrativi. La crescita territoriale di Roma stava cambiando anche il paesaggio della sua piazza principale.

La conquista non era più soltanto raccontata: attraversava materialmente la città davanti agli occhi dei Romani.

Con l’espansione della Repubblica il Foro cominciò a popolarsi di statue, colonne e monumenti onorari. Generali vittoriosi, magistrati, ambasciatori morti nell’esercizio delle loro funzioni e cittadini che avevano reso particolari servizi alla comunità potevano essere ricordati nel cuore della città. Il Foro diventava così anche il luogo nel quale Roma costruiva e rendeva visibile la propria memoria pubblica.

Plinio (Naturalis Historia, XXXIV, 20) ricorda, tra gli esempi più antichi di monumenti onorari su colonna, quello dedicato a Gaio Menio, uno dei consoli protagonisti della vittoria nella guerra latina del 338 a.C. Il suo nome rimase legato alla Columna Maenia, che abbiamo già incontrato come punto di riferimento per scandire le ore della giornata.

Ma proprio la crescente presenza di immagini onorarie sollevava una questione politica: chi aveva il diritto di occupare con la propria memoria lo spazio comune?

Nel 158 a.C. i censori Publio Cornelio Scipione Nasica e Marco Popilio Lenate fecero rimuovere le statue poste intorno al Foro di uomini che avevano ricoperto magistrature, quando non fossero state collocate per decisione del popolo o del Senato. Plinio, che conserva la notizia attribuendola a Lucio Calpurnio Pisone, ricorda anche un caso particolarmente significativo: secondo la tradizione, la statua che Spurio Cassio, accusato di aspirare al potere regio, avrebbe fatto innalzare a sé stesso presso il Tempio di Tellus fu addirittura fusa (Naturalis Historia, XXXIV, 30).

La memoria pubblica non poteva dunque dipendere soltanto dall’ambizione individuale. Era la comunità politica, attraverso il popolo e il Senato, a stabilire chi avesse diritto a essere rappresentato nello spazio pubblico.

Nel Foro si trovava anche una statua molto diversa dalle immagini dei magistrati e dei generali: Marsia, il satiro della mitologia greca che aveva osato sfidare Apollo. Non sappiamo con certezza quando la statua fosse stata collocata nella piazza, ma divenne uno dei suoi monumenti più riconoscibili e la figura di Marsia fu strettamente associata alla libertas.

La statua è perduta, ma possiamo riconoscerne l’aspetto grazie alle immagini che ce ne sono pervenute. Particolarmente significativa è una moneta coniata nell’82 a.C. da Lucio Marcio Censorino: sul diritto compare Apollo, mentre sul rovescio Marsia è raffigurato con un braccio sollevato e un otre sulla spalla. Alle sue spalle compare una colonna, generalmente identificata, seppure con qualche cautela, con la Columna Maenia.

Secondo un’interpretazione, la figura di Marsia potrebbe essere stata collegata anche all’abolizione della schiavitù per debiti; l’ipotesi rimane tuttavia discussa. Anche attraverso un’immagine così diversa da quella dei grandi uomini dello Stato, il Foro rendeva dunque visibili idee e valori nei quali la comunità poteva riconoscersi.

Denario di Lucio Marcio Censorino, 82 a.C. Sul diritto, testa di Apollo; sul rovescio, Marsia con l'otre sulla spalla e, alle sue spalle, una colonna probabilmente identificabile con la Columna Maenia. Münzkabinett, Staatliche Museen zu Berlin [Foto: Reinhard Saczewski, Wikimedia Commons, CC0 1.0]
Denario di Lucio Marcio Censorino, 82 a.C. Sul diritto, testa di Apollo; sul rovescio, Marsia con l’otre sulla spalla e, alle sue spalle, una colonna probabilmente identificabile con la Columna Maenia. Münzkabinett, Staatliche Museen zu Berlin [Foto: Reinhard Saczewski, Wikimedia Commons, CC0 1.0]
Fin dalle sue origini il Foro era stato anche uno spazio di mercato. Botteghe e attività commerciali occupavano i suoi margini, ma con la crescita di Roma e con il peso sempre maggiore assunto dalla vita politica, giudiziaria e finanziaria, anche questa parte della piazza cominciò a cambiare. Le attività legate soprattutto alla vendita dei generi alimentari furono progressivamente concentrate in spazi specializzati, mentre nel Foro acquistavano maggiore importanza banchieri, cambiavalute e attività connesse agli affari.

A nord-est della piazza, nel settore compreso tra la Via Sacra e l’Argiletum, si trovava il Forum Piscarium, il mercato specializzato nella vendita del pesce. Distrutto da un incendio nel 210 a.C., fu ricostruito l’anno successivo. Nel 179 a.C. questo settore fu profondamente riorganizzato dal censore Marco Fulvio Nobiliore, che fece realizzare un nuovo Forum Piscatorium circondato da botteghe. Nella stessa area si sviluppò il Macellum, il grande mercato alimentare che finì per concentrare attività precedentemente distribuite in diversi settori della città.

Resti della Basilica Emilia, che delimitava il lato settentrionale della piazza del Foro [ Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Resti della Basilica Emilia, che delimitava il lato settentrionale della piazza del Foro [ Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Proprio negli stessi decenni comparve nel paesaggio urbano un nuovo tipo di edificio destinato a trasformare radicalmente l’aspetto del Foro: la basilica civile. La prima costruita a Roma fu la Basilica Porcia, voluta da Catone il Censore nel 184 a.C. presso il settore del Comizio. Cinque anni dopo, nel 179 a.C., i censori Marco Fulvio Nobiliore e Marco Emilio Lepido realizzarono sul lato settentrionale della piazza la Basilica Fulvia. L’edificio fu successivamente più volte trasformato, soprattutto per iniziativa della famiglia degli Emilii, e da questa lunga vicenda edilizia si sviluppò quella che conosciamo come Basilica Emilia, i cui resti sono ancora oggi visibili nel Foro.

Nel 170 a.C. Tiberio Sempronio Gracco fece costruire sul lato opposto la Basilica Sempronia, nell’area dove in seguito sarebbe sorta la Basilica Giulia.

Le basiliche offrivano grandi spazi coperti nei quali potevano svolgersi attività giudiziarie, affari e incontri pubblici. La vita del Foro non era quindi più confinata alla piazza aperta: cominciava a distribuirsi all’interno di grandi edifici monumentali che ne definivano progressivamente i margini.

Il cambiamento non significò però la scomparsa delle attività economiche dal Foro. Davanti alla Basilica Fulvia rimasero le tabernae argentariae, occupate da cambiavalute e banchieri: una presenza già consolidata prima della costruzione della basilica. Le strutture oggi visibili davanti alla Basilica Emilia appartengono a ricostruzioni successive, ma conservano la memoria della lunga vocazione commerciale e finanziaria di questo lato della piazza.

Pavimento in opus sectile di una delle tabernae della Basilica Emilia, datato al VI secolo d.C. e realizzato con marmi di reimpiego, tra cui porfido verde greco, porfido rosso e giallo antico [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Pavimento in opus sectile di una delle tabernae della Basilica Emilia, datato al VI secolo d.C. e realizzato con marmi di reimpiego, tra cui porfido verde greco, porfido rosso e giallo antico [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Nel giro di pochi decenni il Foro aveva così cambiato aspetto. Alla piazza delimitata da botteghe e antichi edifici religiosi si sovrapponeva progressivamente un nuovo paesaggio fatto di basiliche e spazi specializzati. Era il volto urbano di una città che non governava più soltanto il Lazio e l’Italia, ma si stava ormai affermando come potenza mediterranea.Inizio modulo

Anche i templi potevano trasformarsi in strumenti della memoria politica. Un caso particolarmente significativo è quello del Tempio della Concordia, posto ai piedi del Campidoglio, presso il settore nord-occidentale del Foro.

Resti del Tempio della Concordia ai piedi del Campidoglio. Dell'edificio sono oggi visibili soprattutto le strutture del basamento; il tempio fu ricostruito da Lucio Opimio nel 121 a.C. dopo la morte di Gaio Gracco e dei suoi sostenitori. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Resti del Tempio della Concordia ai piedi del Campidoglio. Dell’edificio sono oggi visibili soprattutto le strutture del basamento; il tempio fu ricostruito da Lucio Opimio nel 121 a.C. dopo la morte di Gaio Gracco e dei suoi sostenitori. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]La tradizione faceva risalire l’origine del culto in questo luogo al 367 a.C., al termine di una delle fasi più aspre del lungo conflitto politico e sociale tra patrizi e plebei. Le leggi Licinie-Sestie, approvate in quell’anno secondo la cronologia tradizionale, affrontavano diverse questioni che dividevano i due ordini e soprattutto aprivano ai plebei l’accesso al consolato, fino ad allora riservato al patriziato. Secondo la tradizione riferita da Plutarco (Vita di Camillo, 42, 3-4), Marco Furio Camillo avrebbe fatto voto di costruire un tempio alla Concordia  per celebrare la riconciliazione tra i due ordini. Non sappiamo tuttavia se già nel IV secolo a.C. esistesse effettivamente in questo luogo un tempio monumentale: il racconto conserva soprattutto la memoria del legame che i Romani stabilivano tra Concordia e superamento del conflitto politico.

Molto più concreta è la storia del santuario nel 121 a.C . Dopo la morte di Gaio Gracco e la violenta repressione dei suoi sostenitori, il console Lucio Opimio, protagonista dello scontro, fece ricostruire il Tempio della Concordia. La scelta della divinità aveva un significato politico evidente: dopo un conflitto civile concluso nel sangue, il vincitore celebrava nello spazio pubblico il ritorno della concordia.

La contraddizione non sfuggì agli stessi Romani. Plutarco (Vita di Gaio Gracco, 17, 5-6) racconta che la costruzione suscitò l’indignazione del popolo, perché sembrava che Opimio celebrasse quasi un trionfo sulla morte di tanti cittadini. Durante la notte qualcuno incise sotto l’iscrizione del tempio un verso che giocava amaramente sul contrasto tra il monumento e colui che lo aveva fatto costruire:

Un’opera di discordia genera un tempio della Concordia.

Il monumento raccontava dunque qualcosa di più complesso di una semplice pacificazione. Nel Foro anche la memoria dei conflitti poteva essere riscritta attraverso l’architettura: chi usciva vincitore dallo scontro poteva trasformare la propria vittoria nella rappresentazione pubblica di un ordine ristabilito.

Il Foro repubblicano non era soltanto il luogo delle istituzioni e dei grandi monumenti. Era uno spazio attraversato ogni giorno da una folla eterogenea: magistrati e senatori, avvocati e imputati, banchieri e mercanti, clienti in cerca dei propri patroni, ambasciatori stranieri, sacerdoti, schiavi, venditori, curiosi e sfaccendati.

Una delle testimonianze più vivaci ci viene da Plauto. Nel Curculio (467 ss), rappresentato agli inizi del II secolo a.C., un personaggio traccia una vera e propria mappa umana del Foro, indicando ironicamente dove sia possibile incontrare i diversi tipi di persone che lo frequentano:

Se vuoi incontrare uno spergiuro, va’ al Comizio;
un bugiardo e uno spaccone, presso il santuario di Cloacina;
[…] gli usurai, dietro le vecchie botteghe.

La caricatura è feroce, ma restituisce bene l’immagine di una piazza nella quale si concentrava gran parte della vita pubblica romana.

Il Foro era anche uno dei luoghi nei quali si amministrava la giustizia. Processi e controversie attiravano magistrati, avvocati, parti in causa e spettatori; con la costruzione delle basiliche, molte di queste attività poterono svolgersi anche nei grandi spazi coperti affacciati sulla piazza. Allo stesso tempo, nelle tabernae operavano cambiavalute e banchieri e si concludevano affari e contratti. Politica, giustizia ed economia convivevano quindi nello stesso spazio.

Ma il Foro era anche un luogo di spettacolo. Prima della costruzione a Roma di anfiteatri permanenti, la piazza poteva essere trasformata temporaneamente in un’arena per i combattimenti gladiatori, nati originariamente come munera legati alle celebrazioni funebri. Nel 216 a.C., per esempio, i tre figli di Marco Emilio Lepido celebrarono nel Foro i giochi funebri in onore del padre: per tre giorni si affrontarono ventidue coppie di gladiatori (Tito Livio, Ab Urbe condita, XXIII, 30, 15).

Intorno alla piazza venivano predisposte strutture provvisorie in legno per gli spettatori. Plutarco (Vita di Gaio Gracco, 12, 3-4) racconta che Gaio Gracco, quando alcuni magistrati avevano fatto costruire delle impalcature da affittare in occasione di uno spettacolo gladiatorio, chiese che fossero rimosse affinché la popolazione potesse assistere gratuitamente ai combattimenti. Di fronte al loro rifiuto, le fece abbattere durante la notte.

Il popolo stava per assistere a uno spettacolo di gladiatori nel Foro e la maggior parte dei magistrati aveva fatto costruire tutt’intorno dei posti a sedere, che intendeva affittare. Gaio ordinò che fossero rimossi, affinché i poveri potessero assistere allo spettacolo senza pagare.

Anche l’archeologia conserva tracce dell’uso spettacolare della piazza. Sotto il lastricato del Foro sono state individuate gallerie sotterranee di età cesariana, collegate alla superficie attraverso una serie di aperture o pozzetti e messe in relazione con sistemi utilizzati per gli allestimenti degli spettacoli.

La disposizione di questi pozzetti ha suggerito un’affascinante ipotesi ricostruttiva. Se lo spazio destinato ai combattimenti fosse stato circolare, alcuni sarebbero rimasti al di fuori dell’arena; una forma più allungata, ovale o ellittica, avrebbe permesso invece di comprenderli tutti al suo interno. È stato quindi proposto che proprio gli allestimenti temporanei del Foro possano aver costituito uno dei luoghi di sperimentazione della forma che diventerà caratteristica degli anfiteatri romani.

Ipotesi ricostruttiva della disposizione delle strutture lignee temporanee utilizzate per gli spettacoli gladiatori nel Foro Romano. I dodici pozzetti individuati sotto la pavimentazione della piazza, disposti in tre file di quattro, sono stati messi in relazione con strutture destinate agli allestimenti degli spettacoli. La forma esatta delle strutture lignee non è conosciuta. Elaborazione APPasseggio
Ipotesi ricostruttiva della disposizione delle strutture lignee temporanee utilizzate per gli spettacoli gladiatori nel Foro Romano. I dodici pozzetti individuati sotto la pavimentazione della piazza, disposti in tre file di quattro, sono stati messi in relazione con strutture destinate agli allestimenti degli spettacoli. La forma esatta delle strutture lignee non è conosciuta. Elaborazione APPasseggio
In età augustea gli spettacoli gladiatori trovarono sempre più spazio in strutture appositamente destinate a ospitarli e gli impianti sotterranei del Foro cessarono di essere utilizzati. Ma per una parte importante dell’età repubblicana la stessa piazza nella quale si pronunciavano discorsi, si amministrava la giustizia e si concludevano affari poteva trasformarsi in luogo di spettacolo.

Nel cuore della piazza non c’erano soltanto pietra e monumenti. Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XV, 78) ricorda che presso il Lacus Curtius crescevano tre piante: un fico, una vite e un ulivo. Il fico era cresciuto spontaneamente; nello stesso luogo si trovavano anche la vite e l’ulivo, che la popolazione curava per l’ombra che offrivano. Presso di essi si trovava inoltre un altare, che Plinio ricorda essere stato rimosso in occasione dello spettacolo gladiatorio offerto nel Foro da Giulio Cesare, l’ultimo che vi si tenne.

Fico, vite e ulivo sono stati ripiantati nel Foro moderno a memoria delle piante ricordate dalle fonti antiche: un piccolo richiamo al fatto che la piazza che oggi vediamo quasi interamente come un paesaggio di pietra era anche uno spazio vissuto, attraversato e trasformato quotidianamente dagli abitanti di Roma.

Fico, vite e ulivo nel Foro Romano, ripiantati in età moderna a memoria delle tre piante ricordate da Plinio presso il Lacus Curtius [Foto: Cassius Ahenobarbus, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]
Fico, vite e ulivo nel Foro Romano, ripiantati in età moderna a memoria delle tre piante ricordate da Plinio presso il Lacus Curtius [Foto: Cassius Ahenobarbus, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]
Tra la fine del II e il I secolo a.C. il sistema politico romano era ormai molto diverso da quello per il quale erano nati gli antichi spazi del Comizio. Roma governava territori sempre più vasti e la competizione politica si era fatta più intensa; dopo la guerra sociale e l’estensione della cittadinanza romana agli Italici, anche il corpo civico conobbe un enorme ampliamento.

Anche il Comizio aveva progressivamente perduto parte della sua centralità. Già nel corso del II secolo a.C. alcune delle assemblee popolari più numerose si erano spostate nella piazza del Foro e anche gli oratori potevano rivolgersi alla folla raccolta nel grande spazio aperto. La distinzione tra l’antico spazio politico del Comizio e la piazza circostante diventava così progressivamente meno netta.

Una nuova trasformazione monumentale dell’area avvenne con Silla. Dopo aver ampliato il Senato con l’immissione di circa trecento nuovi membri (Appiano, Guerre civili, I, 100), il dittatore intervenne anche sulla sede dell’assemblea: nell’80 a.C. fece ampliare e ricostruire l’antica Curia Hostilia, dando origine alla fase dell’edificio generalmente indicata come Curia Cornelia. L’ampliamento interessò inevitabilmente anche lo spazio dell’antico Comizio.

Negli stessi anni anche il lato del Foro rivolto verso il Campidoglio cambiò profondamente aspetto. Nel 78 a.C. Quinto Lutazio Catulo portò a compimento il grande edificio che conosciamo come Tabularium, parte di un più ampio programma di risistemazione del Campidoglio dopo l’incendio dell’83 a.C.

Il Tabularium visto dal Foro Romano. La grande sostruzione, completata nel 78 a.C. sotto Quinto Lutazio Catulo, costituisce ancora oggi il monumentale fondale del Foro verso il Campidoglio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Il Tabularium visto dal Foro Romano. La grande sostruzione, completata nel 78 a.C. sotto Quinto Lutazio Catulo, costituisce ancora oggi il monumentale fondale del Foro verso il Campidoglio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il nome richiama le tabulae di bronzo sulle quali erano registrate leggi e atti ufficiali dello Stato, conservate negli archivi pubblici. Tradizionalmente l’intero complesso viene perciò interpretato come il grande archivio pubblico di Roma, anche se l’esatta distribuzione delle funzioni all’interno dell’edificio rimane discussa. La sua imponente sostruzione, ancora oggi perfettamente riconoscibile dal Foro, creò comunque un nuovo fondale monumentale ai piedi del Campidoglio.

Ma furono gli interventi di Giulio Cesare a segnare la fine dell’antico assetto. Nel quadro del suo vasto programma urbanistico, Cesare avviò la costruzione della nuova Curia Iulia, impostandola secondo un nuovo orientamento, in rapporto con il vicino Foro di Cesare. Anche gli antichi Rostri furono trasferiti e trasformati in una nuova tribuna affacciata direttamente sulla grande piazza. Con questi interventi il Comizio, che per secoli aveva costituito il cuore della vita politica romana, cessò progressivamente di esistere come spazio autonomo.

Resti del Comizio, presso la Basilica Aemilia. Le strutture conservate sotto le sistemazioni successive testimoniano le diverse fasi dell'antico spazio politico repubblicano. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Resti del Comizio, presso la Basilica Aemilia. Le strutture conservate sotto le sistemazioni successive testimoniano le diverse fasi dell’antico spazio politico repubblicano. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Non si trattava soltanto di costruire edifici più grandi. Stava cambiando il modo stesso in cui il potere si rappresentava nello spazio del Foro. L’antico sistema formato dal Comizio, dalla Curia e dalla tribuna degli oratori lasciava il posto a una piazza ripensata su scala monumentale.

È qui che possiamo fermarci. Il Foro che abbiamo seguito durante i secoli della Repubblica stava per cambiare profondamente: con Cesare e Augusto la piazza sarebbe diventata uno dei principali luoghi di rappresentazione del nuovo potere. È da questa trasformazione che riprenderemo il nostro racconto nel prossimo articolo.

[Maria Teresa Natale]

Il Foro della Repubblica: quando Roma imparò a governare il mondo


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