Martedì 1 Settembre 2026 20:09
Recensione di “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” di Ridley Scott
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Nel giorno della festa internazionale del cane, il maestro Ridley Scott è tornato nelle sale cinematografiche italiane con un film il cui titolo, “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” è dedicato proprio al migliore amico dell’uomo.
La pellicola, la numero 79 del pluripremiato regista di “Alien” (1979), “Blade Runner” (1982), “Thelma & Louise” (1991) e “Il gladiatore” (2000), è tratta da “Le stelle del cane”, romanzo d’esordio dello scrittore statunitense Peter Heller. In un certo senso, il film rappresenta una gloria anche italiana, dal momento che è stato girato tra Friuli Venezia Giulia, Veneto, Abruzzo e Roma.
La storia è ambientata a Eerie, in Colorado, in un 2035 che vede l’umanità quasi totalmente sterminata da un terribile virus, mentre i pochi superstiti passano le giornate a tentare di annientarsi l’uno con l’altro.
In questo contesto post-apocalittico Hig, pilota di aerei ultraleggeri interpretato dall’attore australiano Jacob Elordi, vive in un hangar ricavato da una pista di atterraggio con i suoi unici amici: il cane Jasper e l’ex marine Bangley (Josh Brolin). La loro vita scorre senza sorprese fino a quando Hig intercetta segni di altre presenze umane nell’area circostante. E allora, dovrà decidere se restare nella sua zona di confort, seguendo così il consiglio di Bangley, o se lanciarsi verso l’ignoto.
L’ultima fatica di Ridley Scott ha ricevuto critiche quasi tutte negative.
Eppure, “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” a giudizio di chi scrive è un film di indubbio valore artistico. Certo, non può reggere il confronto con altre pellicole del regista ottantottenne che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema.
E tuttavia, non si comprende il motivo di una bocciatura così unanime nei confronti di questo film, che ha debuttato negli Stati Uniti con un incasso di solo 8 milioni di dollari, cifra alquanto bassa se si tiene conto del budget, che viene indicato tra 70 e oltre 100 milioni di dollari.
Il motivo principale delle stroncature alla pellicola è il suo contesto post-apocalittico, che sarebbe trito e ritrito e comunque non affrontato in modo originale da Scott.
In realtà, il regista ottantottenne ha utilizzato un’ambientazione già ampiamente messa in scena in passato per motivi nuovi e inediti. Il suo obiettivo, infatti, non era di mostrare uno scenario post-apocalittico fine a se stesso, ma piuttosto far vedere come reagiscono le persone quando cadono le regole minime di convenienza. Nella maggior parte dei casi, si assiste all’abbrutimento totale dell’essere umano e alla fine di ogni forma di civiltà; eppure, c’è sempre qualcuno che non rinuncia alla sua parte migliore, come Hig, che continua a credere nel futuro e nella bontà dell’uomo in contrapposizione con Bangley, che rappresenta la razionalità che poi diventa cinismo e ripiegamento su se stessi.
Così, per Scott la fine del mondo diventa un pretesto per affrontare un argomento molto più profondo: la natura dell’uomo, con una strizzatina d’occhio anche a quella del cane. Non a caso, è Jasper il personaggio più positivo della storia, esattamente come nella realtà i cani sono migliori degli uomini.
E allora, perché non dare una possibilità ad un film che vuole comunicare la speranza che si possa essere umani anche dopo la fine dell’umanità?
(Federica Focà)
