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Giovedì 3 Settembre 2026 15:09

Il Foro degli imperatori

Il Foro degli imperatori


Quando Augusto morì, nel 14 d.C., il Foro romano che abbiamo visto trasformarsi nell’articolo precedente aveva ormai assunto l’aspetto di una grande piazza monumentale. La sua storia, però, era tutt’altro che conclusa. Per quasi altri sei secoli gli imperatori continuarono a intervenire nel Foro, aggiungendo templi, archi, colonne onorarie e grandi edifici civili. Soprattutto, continuarono […]

Il Foro degli imperatori


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Il Foro degli imperatori


Quando Augusto morì, nel 14 d.C., il Foro romano che abbiamo visto trasformarsi nell’
articolo precedente
aveva ormai assunto l’aspetto di una grande piazza monumentale. La sua storia, però, era tutt’altro che conclusa. Per quasi altri sei secoli gli imperatori continuarono a intervenire nel Foro, aggiungendo templi, archi, colonne onorarie e grandi edifici civili. Soprattutto, continuarono a ricostruire.

Gli incendi accompagnarono infatti tutta la storia del Foro romano in epoca imperiale. Il grande rogo del 64 d.C., sotto Nerone, raggiunse l’estremità orientale della piazza e distrusse il Tempio di Vesta; nel 192, sotto Commodo, le fiamme colpirono nuovamente il settore della Via Sacra e, nel 283, sotto Carino, un altro devastante incendio danneggiò profondamente il cuore monumentale della città. Ogni distruzione diventava anche un’occasione per restaurare, ampliare o trasformare ciò che era andato perduto, legando il nome di un nuovo imperatore alla rinascita dell’Urbe.

Ma dietro le grandi ricostruzioni imperiali c’erano anche le perdite di chi in quei luoghi viveva e lavorava. Lo sappiamo grazie a una testimonianza eccezionale. Durante l’incendio del 192 d.C., scoppiato nei pressi del Tempio della Pace, le fiamme raggiunsero i magazzini (apothekai) della Via Sacra, probabilmente gli Horrea Piperataria, dove il medico Galeno aveva affittato uno spazio. Quei depositi erano considerati particolarmente sicuri in quanto gli ambienti non erano costruiti in legno, salvo le porte, non confinavano con abitazioni private ed erano sottoposti a sorveglianza militare. Per questa sicurezza si pagava persino un affitto più alto.

In vista di un viaggio in Campania, il celebre dottore vi aveva trasferito anche ciò che normalmente conservava in casa: libri, strumenti medici, farmaci e altri beni preziosi. Pensava che lì sarebbero stati al sicuro, ma il fuoco distrusse tutto. Galeno era già in Campania quando ricevette la notizia. Raccontò quella perdita nel Perì alypías, noto in latino come De indolentia. Il trattato nacque dalla domanda di un amico che si meravigliava della serenità con cui aveva affrontato una perdita tanto grave. Ma la serenità di Galeno non significava che quella perdita fosse stata dimenticata (De indolentia, 12a):

ancora adesso me ne accorgo ogni giorno di più quando mi trovo ad aver bisogno ora di un libro ora d’un altro, ora d’uno strumento, ora d’un altro, ora d’un farmaco, ora d’un altro.

La storia di Galeno ci ricorda che il Foro e la Via Sacra non erano soltanto uno scenario di templi, cerimonie e propaganda imperiale. Erano luoghi vissuti, nei quali si conservavano libri, si preparavano farmaci, si custodivano documenti e si lavorava. Sotto i monumenti che oggi vediamo si nascondono anche le tracce di queste vite perdute e ricostruite.

Anche gli edifici che ci sembrano più familiari sono spesso il risultato di interventi successivi. Dopo il grande incendio del 283 d.C., per esempio, Diocleziano promosse un’ampia risistemazione del Foro. La Curia Iulia che vediamo oggi conserva l’orientamento e le dimensioni di quella augustea, descritta nell’articolo precedente, ma corrisponde sostanzialmente all’edificio ricostruito in età dioclezianea. Alla stessa fase appartengono anche le arcate in laterizio conservate all’estremità occidentale della Basilica Iulia.

Basilica Iulia, veduta dell’estremità occidentale con le arcate in laterizio attribuite alla ricostruzione di età dioclezianea e parzialmente integrate durante i restauri moderni. Sullo sfondo sono visibili le tre colonne del Tempio dei Castori [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Basilica Iulia, veduta dell’estremità occidentale con le arcate in laterizio attribuite alla ricostruzione di età dioclezianea e parzialmente integrate durante i restauri moderni. Sullo sfondo sono visibili le tre colonne del Tempio dei Castori [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il Foro degli imperatori è dunque anche questo: un paesaggio costruito, distrutto e ricostruito più volte, nel quale ogni generazione lasciò qualcosa di sé e, nello stesso tempo, trasformò ciò che aveva ricevuto dal passato.

Alla morte di Nerone, nel 68 d.C., Roma precipitò in una nuova guerra civile. Nel giro di poco più di un anno si succedettero quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e infine Vespasiano, acclamato imperatore nel 69 d.C. dalle legioni orientali mentre si trovava ancora impegnato nella guerra in Giudea. Con lui iniziava una nuova dinastia, priva dei legami familiari con Augusto e con la gens Iulia sui quali si era fondata fino ad allora la legittimità del potere imperiale.

I Flavi avevano però qualcosa di altrettanto potente da raccontare: una vittoria militare. Vespasiano lasciò al figlio Tito il comando della guerra e nel 70 d.C. Gerusalemme fu conquistata e il Tempio distrutto.

La stessa vittoria circolava anche attraverso le monete. In una delle emissioni Iudaea Capta coniate da Vespasiano nel 71 d.C., la Giudea è rappresentata come una donna seduta in atteggiamento di lutto sotto una palma, mentre alle sue spalle compare un prigioniero con le mani legate. Il messaggio affidato alla moneta era inequivocabile: la vittoria sulla Giudea diventava uno dei fondamenti della legittimazione della nuova dinastia flavia. Nello stesso anno, padre e figlio celebrarono insieme a Roma il trionfo sulla Giudea.

Sesterzio di Vespasiano della serie Iudaea Capta, 71 d.C. Sul rovescio, la personificazione della Giudea siede in atteggiamento di lutto sotto una palma; alle sue spalle un prigioniero con le mani legate. Münzkabinett, Staatliche Museen zu Berlin, inv. 2358925. [Foto: Reinhard Saczewski, Public Domain Mark 1.0]
Sesterzio di Vespasiano della serie Iudaea Capta, 71 d.C. Sul rovescio, la personificazione della Giudea siede in atteggiamento di lutto sotto una palma; alle sue spalle un prigioniero con le mani legate. Münzkabinett, Staatliche Museen zu Berlin, inv. 2358925. [Foto: Reinhard Saczewski, Public Domain Mark 1.0]Flavio Giuseppe, testimone diretto della guerra e ormai residente a Roma sotto la protezione dei Flavi, ci ha lasciato una straordinaria descrizione di quel trionfo (Guerra giudaica, VII, 123-157). Racconta di carri carichi d’oro e d’argento, di prigionieri, di rappresentazioni delle battaglie e soprattutto degli oggetti sottratti al Tempio di Gerusalemme. Fra questi spiccavano la menorah a sette bracci e la tavola d’oro sulla quale venivano deposti i pani dell’offerta.

Arco di Tito, i due grandi rilievi del fornice. A sinistra, Tito avanza sulla quadriga durante il trionfo; a destra, il corteo trasporta il bottino del Tempio di Gerusalemme, fra cui spicca la menorah a sette bracci [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Arco di Tito, i due grandi rilievi del fornice. A sinistra, Tito avanza sulla quadriga durante il trionfo; a destra, il corteo trasporta il bottino del Tempio di Gerusalemme, fra cui spicca la menorah a sette bracci [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Quell’immagine è ancora davanti ai nostri occhi. Sul rilievo interno dell’Arco di Tito, lungo la Via Sacra, i soldati romani avanzano portando il bottino del Tempio: la grande menorah domina la scena. Sul rilievo opposto Tito procede invece sulla quadriga trionfale, accompagnato da figure divine e personificazioni. La vittoria militare è ormai diventata memoria monumentale.

E sulla volta dell’arco quella divinizzazione diventa immagine: Tito è raffigurato mentre viene portato verso il cielo sul dorso di un’aquila.

Arco di Tito, rilievo dell’apoteosi al centro della volta del fornice. L’imperatore divinizzato è trasportato verso il cielo sul dorso di un’aquila [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Arco di Tito, rilievo dell’apoteosi al centro della volta del fornice. L’imperatore divinizzato è trasportato verso il cielo sul dorso di un’aquila [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Ma dietro lo splendore del trionfo c’era anche la violenza della vittoria. Giuseppe racconta che Simone bar Giora, uno dei capi della rivolta, sfilò nel corteo fra i prigionieri. Giunta la processione al Campidoglio, il corteo si fermò: Simone fu condotto nel luogo del Foro destinato alle esecuzioni e soltanto quando ne fu annunciata la morte ebbero inizio i sacrifici conclusivi (Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, VII, 153-155).

L’arco che vediamo oggi non fu però costruito per accogliere Tito al ritorno dalla guerra. L’iscrizione dell’attico lo definisce divus: Tito era dunque già morto e divinizzato. Morì infatti nell’81 d.C., dopo appena due anni di regno, e il monumento appartiene alla fase successiva, sotto il fratello Domiziano. L’iscrizione conserva ancora il nome del dedicatario: Divo Tito divi Vespasiani filio Vespasiano Augusto, “al divinizzato Tito Vespasiano Augusto, figlio del divinizzato Vespasiano”.

Arco di Tito, iscrizione dedicatoria sull’attico. Il Senato e il popolo romano dedicarono il monumento al divinizzato Tito, figlio del divinizzato Vespasiano: Senatus populusque Romanus divo Tito divi Vespasiani filio Vespasiano Augusto [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Arco di Tito, iscrizione dedicatoria sull’attico. Il Senato e il popolo romano dedicarono il monumento al divinizzato Tito, figlio del divinizzato Vespasiano: Senatus populusque Romanus divo Tito divi Vespasiani filio Vespasiano Augusto [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Anche la nuova dinastia stava costruendo la propria genealogia divina. Vespasiano era morto nel 79 d.C. ed era stato divinizzato; Tito lo aveva seguito due anni dopo. Domiziano, rimasto solo al potere, poteva ormai presentarsi come figlio di un dio e fratello di un dio.

Nel Foro questa memoria dinastica prese forma nel Tempio del Divo Vespasiano, iniziato da Tito dopo la morte del padre e completato da Domiziano. Sorgeva in uno spazio ristretto ai piedi del Campidoglio, tra il Tempio della Concordia e il Portico degli Dei Consenti. Oggi ne restano soprattutto tre grandi colonne corinzie e parte della trabeazione, sufficienti però a far intuire la monumentalità dell’edificio.

Tempio del Divo Vespasiano, con le tre colonne corinzie superstiti del pronao e parte della trabeazione. Il tempio, iniziato da Tito dopo la morte e la divinizzazione del padre e completato da Domiziano, fu successivamente restaurato sotto Settimio Severo e Caracalla: sull’architrave si conserva parte dell’iscrizione relativa a questo intervento [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Tempio del Divo Vespasiano, con le tre colonne corinzie superstiti del pronao e parte della trabeazione. Il tempio, iniziato da Tito dopo la morte e la divinizzazione del padre e completato da Domiziano, fu successivamente restaurato sotto Settimio Severo e Caracalla: sull’architrave si conserva parte dell’iscrizione relativa a questo intervento [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]La storia dell’edificio, però, non finì con i Flavi. È documentato il restauro di Settimio Severo e Caracalla; L’iscrizione era ancora leggibile nell’VIII-IX secolo, quando fu trascritta dall’Anonimo di Einsiedeln: DIVO VESPASIANO AVGVSTO S.P.Q.R. / IMPP. CAESS. SEVERVS ET ANTONINVS PII FELICES AVGG. RESTITVER. Gli elementi superstiti indicano però che l’intervento dovette essere relativamente limitato, perché molta della decorazione conservata è ancora flavia.

Un grande frammento della trabeazione, oggi conservato nei Musei Capitolini, permette di osservare da vicino la decorazione: vi compaiono strumenti e oggetti legati al sacrificio e ai rituali sacerdotali, tra cui un bucranio, un copricapo sacerdotale, una brocca, un coltello e una patera.

L’intervento dei Flavi nel Foro non riguardò soltanto i monumenti celebrativi. A Domiziano risalgono anche gli Horrea Piperataria, i grandi magazzini delle spezie costruiti lungo la Via Sacra, sul versante della Velia. Erano destinati alla conservazione e al commercio di merci preziose provenienti soprattutto dall’Oriente. Sono probabilmente proprio quei depositi nei quali, più di un secolo dopo, Galeno avrebbe custodito i suoi libri, gli strumenti e i farmaci perduti nell’incendio del 192. Ancora più tardi una parte del complesso sarebbe scomparsa sotto la grande Basilica fatta costruire da Massenzio.

Horrea Piperataria, resti dei magazzini costruiti dall’imperatore Domiziano sulle pendici della Velia per conservare spezie, aromi e altri prodotti preziosi provenienti da diverse regioni dell’Impero. Sopra una parte del complesso sarebbe sorta, all’inizio del IV secolo, la Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Horrea Piperataria, resti dei magazzini costruiti dall’imperatore Domiziano sulle pendici della Velia per conservare spezie, aromi e altri prodotti preziosi provenienti da diverse regioni dell’Impero. Sopra una parte del complesso sarebbe sorta, all’inizio del IV secolo, la Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Con Adriano il paesaggio monumentale si estese verso la Velia, lungo la Via Sacra. Qui, tra il Foro e l’area del Colosseo, a partire dal 121 d.C. l’imperatore fece costruire il Tempio di Venere e Roma, il più grande edificio templare della città.

Tempio di Venere e Roma, colonnato lungo uno dei lati maggiori del grande podio, con il Colosseo sullo sfondo. I fusti ricomposti permettono di percepire le dimensioni del santuario costruito da Adriano sulla Velia e articolato intorno alle due celle contrapposte dedicate a Venere Felix e Roma Aeterna [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Tempio di Venere e Roma, colonnato lungo uno dei lati maggiori del grande podio, con il Colosseo sullo sfondo. I fusti ricomposti permettono di percepire le dimensioni del santuario costruito da Adriano sulla Velia e articolato intorno alle due celle contrapposte dedicate a Venere Felix e Roma Aeterna [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]La sua architettura era insolita e fortemente simbolica. Due celle contrapposte ospitavano le statue di Venus Felix e Roma Aeterna: Venere, madre di Enea e dunque progenitrice del popolo romano, guardava verso il Colosseo; Roma personificata guardava invece verso il Foro. I due orientamenti sembrano quasi riassumere il significato dell’edificio: le origini mitiche di Roma e la sua proiezione eterna erano riunite nello stesso tempio.

Per realizzare un complesso di tali dimensioni Adriano dovette trasformare profondamente quest’area della Velia. Qui si trovava ancora il gigantesco Colosso fatto erigere da Nerone, successivamente trasformato in un’immagine solare. Secondo l’Historia Augusta, Adriano affidò all’architetto Decriano un’impresa eccezionale: la gigantesca statua fu spostata senza smontarla, mantenendola in posizione verticale, con l’impiego di ventiquattro elefanti (Historia Augusta, Vita Hadriani, 19, 12). Il Colosso venne ricollocato nei pressi dell’Anfiteatro Flavio, che nei secoli successivi sarebbe stato conosciuto con il nome di Colosseo, generalmente messo in relazione proprio con la presenza della gigantesca statua.

Adriano non fu soltanto il committente del Tempio di Venere e Roma. Le fonti antiche gli attribuiscono un fortissimo interesse personale per l’architettura e Cassio Dione direttamente il progetto dell’edificio. Secondo lo storico, Adriano inviò il progetto ad Apollodoro di Damasco, il grande architetto che aveva lavorato per Traiano.

Apollodoro non fu affatto diplomatico. Criticò il tempio perché, a suo giudizio, avrebbe dovuto sorgere più in alto rispetto alla Via Sacra, sfruttando gli spazi sottostanti anche per custodire i macchinari destinati agli spettacoli dell’anfiteatro. Ma soprattutto giudicò sproporzionate le statue di culto rispetto alle celle (Cassio Dione, Storia romana, LXIX, 4).

Se ora le dee volessero alzarsi e uscire, non potrebbero farlo.

Cassio Dione racconta che Adriano non perdonò quella libertà di giudizio e arriva a collegare l’episodio alla successiva condanna a morte dell’architetto. È una storia irresistibile, ma va letta con cautela: lo storico scrive molti decenni dopo gli avvenimenti e non possiamo sapere se la critica al progetto abbia davvero avuto un ruolo nella morte di Apollodoro. L’aneddoto testimonia però quanto fosse radicata nella tradizione l’immagine di un Adriano personalmente coinvolto nell’architettura e poco disposto ad accettare critiche al proprio talento.

Il tempio avrebbe avuto una storia molto più lunga del suo costruttore. Inaugurato nel 136 o 137, il tempio sarebbe stato completato da Antonino Pio nel 141.

Nel 307 d.C. un incendio colpì il settore orientale del Foro, danneggiando gravemente il Tempio di Venere e Roma e probabilmente altri edifici della Velia. Massenzio, che dall’anno precedente governava Roma pur senza essere riconosciuto dagli altri tetrarchi, promosse un’ampia trasformazione monumentale dell’area e la ricostruzione del tempio, trasformando le celle e introducendo le grandi absidi con le coperture a cassettoni che ancora oggi caratterizzano le rovine.

Tempio di Venere e Roma, interno della cella dedicata a Roma Aeterna, orientata verso il Foro Romano. Dopo l’incendio del 307 d.C., Massenzio trasformò l’originario ambiente adrianeo introducendo la grande abside, la copertura a volta decorata da cassettoni e le colonne in porfido. Il pavimento in marmi policromi è stato ricomposto sulla base delle tracce antiche [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Tempio di Venere e Roma, interno della cella dedicata a Roma Aeterna, orientata verso il Foro Romano. Dopo l’incendio del 307 d.C., Massenzio trasformò l’originario ambiente adrianeo introducendo la grande abside, la copertura a volta decorata da cassettoni e le colonne in porfido. Il pavimento in marmi policromi è stato ricomposto sulla base delle tracce antiche [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Pochi anni dopo, un altro monumento trasformò il lato settentrionale della Via Sacra. Nel 141 d.C., dopo la morte e la divinizzazione della moglie Faustina Maggiore, l’imperatore Antonino Pio le dedicò un tempio. L’iscrizione originaria era semplicissima: DIVAE FAUSTINAE EX S.C.,  “Alla divina Faustina, per decreto del Senato”.

Quando Antonino morì e fu a sua volta divinizzato nel 161 d.C., il tempio venne dedicato a entrambi e sull’architrave fu aggiunta una nuova iscrizione: DIVO ANTONINO ET DIVAE FAUSTINAE EX S.C.

Tempio di Antonino e Faustina, particolare dell’iscrizione dedicatoria. Sull’architrave sono ricordati entrambi i coniugi divinizzati: Divo Antonino et Divae Faustinae ex senatus consulto, «al divino Antonino e alla divina Faustina per decreto del Senato». Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA.
Tempio di Antonino e Faustina, particolare dell’iscrizione dedicatoria. Sull’architrave sono ricordati entrambi i coniugi divinizzati: Divo Antonino et Divae Faustinae ex senatus consulto, “al divino Antonino e alla divina Faustina per decreto del Senato” [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Faustina non scomparve dalla vita pubblica romana con la morte. Oltre ad essere divinizzata, ebbe sacerdotesse e giochi in suo onore e la sua immagine continuò a circolare sulle monete.

Denario di Faustina Maggiore, coniato a Roma sotto Antonino Pio, 146-161 d.C. Sul rovescio, un tempio esastilo con la statua seduta della diva Faustina; legenda AED DIV FAVSTINAE. RIC III, 343 [Foto: Classical Numismatic Group, Inc., Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5[
Denario di Faustina Maggiore, coniato a Roma sotto Antonino Pio, 146-161 d.C. Sul rovescio, un tempio esastilo con la statua seduta della diva Faustina; legenda AED DIV FAVSTINAE. RIC III, 343 [Foto: Classical Numismatic Group, Inc., Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5[L’edificio conserva inoltre alcuni dettagli capaci di raccontare da soli quasi duemila anni di storia. Il fregio presenta grifoni affrontati e motivi vegetali; le grandi colonne monolitiche in marmo cipollino portano invece profonde scanalature trasversali. Sono state spesso interpretate come tracce dei tentativi medievali di far cadere le colonne per recuperarne il marmo, probabilmente mediante corde. I fori visibili in altre parti dell’edificio testimoniano invece l’asportazione di grappe metalliche e altri materiali.

Tempio di Antonino e Faustina, veduta laterale del pronao. Le dieci colonne monolitiche in marmo cipollino, alte circa 17 metri e coronate da capitelli corinzi in marmo bianco, precedono la cella antica, nella quale fu successivamente inserita la chiesa di San Lorenzo in Miranda [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Tempio di Antonino e Faustina, veduta laterale del pronao. Le dieci colonne monolitiche in marmo cipollino, alte circa 17 metri e coronate da capitelli corinzi in marmo bianco, precedono la cella antica, nella quale fu successivamente inserita la chiesa di San Lorenzo in Miranda [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Paradossalmente, ciò che contribuì maggiormente alla conservazione del tempio fu proprio la sua trasformazione. Nell’edificio antico si insediò la chiesa di San Lorenzo in Miranda, documentata nel Medioevo e ancora oggi incastonata nella cella del tempio.

Mentre imperatori e dinastie lasciavano nel Foro templi e monumenti celebrativi, accanto alla Via Sacra persisteva una presenza molto più antica. Nel Tempio di Vesta ardeva il fuoco sacro che, secondo la tradizione, non doveva mai spegnersi: la sua continuità simboleggiava quella stessa di Roma. A custodirlo erano le Vestali, le sacerdotesse che vivevano nell’adiacente Atrium Vestae.

Il complesso che vediamo oggi è però il risultato di una lunghissima serie di trasformazioni. Il tempio fu più volte danneggiato dagli incendi e ricostruito; il grande incendio del 192 d.C., quello che abbiamo già incontrato attraverso il racconto di Galeno sotto l’imperatore Commodi, colpì nuovamente questa parte del Foro.

Le forme monumentali oggi visibili appartengono soprattutto alla successiva ricostruzione di età severiana, tradizionalmente attribuita a Giulia Domna, moglie di Settimio Severo. Questo collegamento, generalmente accolto dagli studiosi, non è documentato direttamente da fonti letterarie o epigrafiche, ma è stato messo in relazione anche con la monetazione dell’imperatrice, nella quale compare il Tempio di Vesta.

Tempio di Vesta visto dal Palatino. La veduta dall’alto permette di riconoscere la pianta circolare dell’edificio. La porzione del colonnato oggi in piedi deriva dalla ricostruzione diretta da Alfonso Bartoli nel 1930, realizzata impiegando elementi marmorei antichi e integrazioni moderne [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Tempio di Vesta visto dal Palatino. La veduta dall’alto permette di riconoscere la pianta circolare dell’edificio. La porzione del colonnato oggi in piedi deriva dalla ricostruzione diretta da Alfonso Bartoli nel 1930, realizzata impiegando elementi marmorei antichi e integrazioni moderne [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Dietro il tempio si apriva la Casa delle Vestali, organizzata intorno a un grande cortile porticato. Intorno al cortile si disponevano fontane e vasche, ambienti con funzioni residenziali e di rappresentanza, spazi di servizio e tutto ciò che era necessario alla vita quotidiana delle sacerdotesse. L’immagine delle Vestali come figure immobili accanto al fuoco sacro rischia infatti di farci dimenticare un dato molto semplice: questa era la loro casa.

Casa delle Vestali (Atrium Vestae). Il grande cortile centrale, occupato da vasche e delimitato in antico da un portico, è fiancheggiato dalle statue e dalle basi iscritte dedicate alle Virgines Vestales Maximae. Sullo sfondo si riconoscono le imponenti volte della Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Casa delle Vestali (Atrium Vestae). Il grande cortile centrale, occupato da vasche e delimitato in antico da un portico, è fiancheggiato dalle statue e dalle basi iscritte dedicate alle Virgines Vestales Maximae. Sullo sfondo si riconoscono le imponenti volte della Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Nel settore sud-orientale del complesso sono conservati anche frammenti di macine in pietra lavica. La loro presenza fece interpretare uno degli ambienti come un mulino (pistrinum); le indagini più recenti hanno però messo in dubbio questa identificazione.

Frammenti di macine a clessidra (molae versatiles) in pietra lavica, esposti nell’ambiente D della Casa delle Vestali. La loro presenza portò a interpretare tradizionalmente il vano come un pistrinum, ma le indagini più recenti hanno messo in dubbio che la struttura circolare ospitasse realmente un mulino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Frammenti di macine a clessidra (molae versatiles) in pietra lavica, esposti nell’ambiente D della Casa delle Vestali. La loro presenza portò a interpretare tradizionalmente il vano come un pistrinum, ma le indagini più recenti hanno messo in dubbio che la struttura circolare ospitasse realmente un mulino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, II, 67, 2) attribuisce alla prima organizzazione del collegio anche un servizio della durata di trent’anni: dieci dedicati all’apprendimento, dieci all’esercizio delle funzioni e dieci all’istruzione delle nuove sacerdotesse. Terminato questo periodo, le Vestali potevano lasciare il collegio e sposarsi. Secondo Dionigi, tuttavia, soltanto poche sceglievano di farlo: la sorte infelice attribuita a quelle che si erano sposate era considerata di cattivo auspicio e induceva molte sacerdotesse a rimanere nel collegio fino alla morte. Gli onori e i privilegi legati alla loro condizione contribuivano probabilmente a rendere poco desiderabile l’abbandono del sacerdozio.

Custodire il fuoco era soltanto uno dei loro compiti: partecipavano a cerimonie e sacrifici, preparavano sostanze rituali come la mola salsa e custodivano reliquie e simboli religiosi intimamente legati alla storia e alla sicurezza di Roma.

Nella parte più interna e riservata dell’aedes, chiamata penus Vestae (Festo, De verborum significatu, p. 250), erano custoditi alcuni degli oggetti sacri dai quali si riteneva dipendesse la salvezza di Roma. Tra questi, secondo alcune tradizioni antiche, si trovava il
Palladio
(Servio, Commento all’Eneide, VII, 188), il simulacro che Enea avrebbe portato con sé da Troia: uno dei pignora imperii, i pegni sacri del dominio romano.

La condizione delle Vestali (Aulo Gellio, Notti attiche, I, 12, 9; Gaio, Istituzioni, I, 145; Plutarco, Vita di Numa, 10, 3-5) era eccezionale anche dal punto di vista sociale e giuridico. Vivevano sottoposte a regole severissime, prima fra tutte l’obbligo di castità, ma godevano di privilegi inconcepibili per la maggior parte delle donne romane: sottratte alla potestà paterna, potevano amministrare autonomamente i propri beni e fare testamento; occupavano inoltre un posto di grande prestigio nelle cerimonie pubbliche.

La loro presenza nella vita religiosa pubblica emerge anche dalle immagini. Un rilievo di età giulio-claudia le mostra sedute insieme a banchetto, forse accanto al Pontefice Massimo: non soltanto custodi del fuoco, dunque, ma protagoniste visibili dei rituali e delle cerimonie della città.

Roma, Museo dell’Ara Pacis. Vestali a banchetto, rilievo in marmo lunense, età giulio-claudia, metà del I secolo d.C. Accanto alle sacerdotesse è forse raffigurato il Pontefice Massimo. Rinvenuto nel 1933 lungo via del Corso, di fronte alla chiesa di Santa Maria in Via Lata [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Roma, Museo dell’Ara Pacis. Vestali a banchetto, rilievo in marmo lunense, età giulio-claudia, metà del I secolo d.C. Accanto alle sacerdotesse è forse raffigurato il Pontefice Massimo. Rinvenuto nel 1933 lungo via del Corso, di fronte alla chiesa di Santa Maria in Via Lata [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]A raccontarci qualcosa delle donne che raggiunsero il vertice del collegio sono soprattutto le statue e le basi iscritte delle Virgines Vestales Maximae che ancora oggi vediamo disposte nel cortile. Gli scavi ottocenteschi dell’Atrium Vestae restituirono numerosi piedistalli, statue, ritratti e iscrizioni. Fra la metà di dicembre del 1883 e la fine del gennaio successivo, racconta Rodolfo Lanciani, gli scavi portarono alla luce quindici piedistalli marmorei, undici statue a grandezza naturale, nove importanti frammenti scultorei, ventisette busti e teste-ritratto, oltre a monete, gioielli, elementi architettonici e iscrizioni.

Le iscrizioni permettono talvolta di uscire dall’anonimato. Flavia Publicia, per esempio, fu più volte onorata nel III secolo come Virgo Vestalis Maxima. Un’iscrizione incisa su una delle basi a lei dedicate (CIL VI, 32416 = ILS 4931) ricorda che aveva percorso tutti i gradi del sacerdozio, servendo presso gli altari divini e custodendo i fuochi eterni “giorno e notte”:

per omnes gradus sacerdotii apud divina altaria omnium deorum et ad aeternos ignes diebus noctibusque […] deserviens.

Dietro il titolo ufficiale comincia così ad apparire la lunga carriera religiosa di una donna della quale conosciamo finalmente anche il nome.

Casa delle Vestali. Base onoraria dedicata a Flavia Publicia, Virgo Vestalis Maxima, 30 settembre 257 d.C. L’iscrizione ricorda che la sacerdotessa aveva percorso tutti i gradi del sacerdozio, prestando servizio presso gli altari divini e i fuochi eterni «giorno e notte». CIL VI, 32416 = ILS 4931 [Foto: Carole Raddato, Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0]
Casa delle Vestali. Base onoraria dedicata a Flavia Publicia, Virgo Vestalis Maxima, 30 settembre 257 d.C. L’iscrizione ricorda che la sacerdotessa aveva percorso tutti i gradi del sacerdozio, prestando servizio presso gli altari divini e i fuochi eterni “giorno e notte”. CIL VI, 32416 = ILS 4931 [Foto: Carole Raddato, Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0]Un’altra base racconta invece una storia opposta: quella di una donna alla quale qualcuno volle cancellare il nome. L’iscrizione (CIL VI, 32422 = ILS 4938), datata al 364 d.C., celebra una Vestale Massima per la castità, la purezza e la straordinaria conoscenza dei riti sacri. Il suo nome fu però intenzionalmente cancellato: ne rimangono soltanto la lettera iniziale e quella finale, generalmente trascritte come C[…]e.

È stata proposta l’identificazione con una Vestale di nome Claudia, che avrebbe abbandonato il culto tradizionale avvicinandosi al cristianesimo. È un’ipotesi suggestiva, ma non dimostrata: l’iscrizione non ci dice perché il nome fu cancellato né consente di identificare con certezza la sacerdotessa.

E quella cancellazione ci porta già verso un’altra Roma. Nel IV secolo il collegio delle Vestali esisteva ancora, ma il rapporto tra i culti tradizionali e il cristianesimo stava rapidamente cambiando. Di lì a pochi decenni il fuoco di Vesta sarebbe stato spento e il collegio sarebbe scomparso.

Foro Romano, Casa delle Vestali. Base onoraria dedicata a una Virgo Vestalis Maxima, 364 d.C. Il nome della sacerdotessa fu intenzionalmente cancellato: ne rimangono soltanto la lettera iniziale e quella finale, trascritte come C[…]e. L’identificazione con la Vestale Claudia rimane ipotetica. CIL VI, 32422 = ILS 4938. [Foto: Wknight94, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]
Foro Romano, Casa delle Vestali. Base onoraria dedicata a una Virgo Vestalis Maxima, 364 d.C. Il nome della sacerdotessa fu intenzionalmente cancellato: ne rimangono soltanto la lettera iniziale e quella finale, trascritte come C[…]e. L’identificazione con la Vestale Claudia rimane ipotetica. CIL VI, 32422 = ILS 4938. [Foto: Wknight94, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]
Alla fine del II secolo il Foro fu nuovamente segnato dalla guerra civile. Dopo l’assassinio di Commodo nel 192 d.C. e le lotte che seguirono, Settimio Severo riuscì a imporsi sugli altri pretendenti e a fondare una nuova dinastia. Anche lui, come i Flavi più di un secolo prima, doveva trasformare una vittoria militare e una nuova famiglia imperiale in memoria pubblica.

Nel 203 d.C., all’estremità occidentale del Foro e accanto ai Rostri, il Senato e il popolo romano dedicarono a Settimio Severo e ai figli Caracalla e Geta un grande arco per celebrare le campagne condotte in Oriente e le vittorie sui Parti. L’iscrizione ricordava che gli imperatori avevano “restaurato lo Stato” e ampliato il dominio del popolo romano: ancora una volta una vittoria dell’imperatore veniva inscritta materialmente nel paesaggio politico della piazza.

Arco di Settimio Severo visto dal Campidoglio. Eretto nel 203 d.C. per celebrare le vittorie orientali dell’imperatore e dei figli Caracalla e Geta, conserva sui fornici minori i grandi pannelli con il racconto delle campagne partiche. Nell’iscrizione dell’attico sono ancora riconoscibili le tracce dell’intervento con cui, dopo la sua uccisione, il nome di Geta fu cancellato e sostituito da nuovi titoli celebrativi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Arco di Settimio Severo visto dal Campidoglio. Eretto nel 203 d.C. per celebrare le vittorie orientali dell’imperatore e dei figli Caracalla e Geta, conserva sui fornici minori i grandi pannelli con il racconto delle campagne partiche. Nell’iscrizione dell’attico sono ancora riconoscibili le tracce dell’intervento con cui, dopo la sua uccisione, il nome di Geta fu cancellato e sostituito da nuovi titoli celebrativi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Sui quattro grandi pannelli che sovrastano i fornici minori le campagne partiche diventano racconto per immagini. Marce dell’esercito, assedi, battaglie, discorsi alle truppe, città conquistate e prigionieri si susseguono in scene affollate, organizzate su più registri. Non era necessario saper leggere l’iscrizione: chi attraversava il Foro poteva vedere sulle pareti dell’arco la versione ufficiale delle campagne orientali.

Rilievi dell’Arco di Settimio Severo. A sinistra, uno dei grandi pannelli con il racconto delle campagne partiche, organizzato in scene sovrapposte; a destra, il particolare di un prigioniero orientale raffigurato sul basamento di una delle colonne. Le immagini della guerra e dei popoli sconfitti trasformavano le vittorie dell’imperatore in un racconto monumentale [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Rilievi dell’Arco di Settimio Severo. A sinistra, uno dei grandi pannelli con il racconto delle campagne partiche, organizzato in scene sovrapposte; a destra, il particolare di un prigioniero orientale raffigurato sul basamento di una delle colonne. Le immagini della guerra e dei popoli sconfitti trasformavano le vittorie dell’imperatore in un racconto monumentale [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Ma il monumento raccontava anche di una famiglia. In origine l’iscrizione celebrava l’imperatore insieme ai due figli destinati a garantire la continuità della dinastia. E anche la decorazione perduta sulla sommità dell’arco sembra aver presentato l’imperatore e la famiglia all’interno di una spettacolare composizione trionfale.

Un denario coniato da Settimio Severo nel 206 d.C. (RIC IV.1, 259) mostra l’arco con i tre fornici e le colonne e, soprattutto, ciò che oggi non possiamo più vedere: sulla sommità compare l’imperatore sopra un carro trainato da sei cavalli — una sestiga — affiancato dalle statue equestri dei figli Caracalla e Geta. La moneta non è naturalmente una fotografia dell’edificio, ma ci restituisce un elemento essenziale della sua immagine monumentale originaria: anche sul coronamento dell’arco la vittoria militare e la continuità dinastica venivano rappresentate insieme.

Denario di Settimio Severo, zecca di Roma, primi anni del III secolo d.C., tradizionalmente datato al 206 d.C. Sul rovescio, con legenda COS III P P, è raffigurato l’Arco di Settimio Severo sormontato da una sestiga, affiancata dalle statue equestri tradizionalmente identificate con Caracalla e Geta. RIC IV.1, 259 [Foto: Staatliche Münzsammlung München, via Numista, CC BY-NC-SA 4.0 DE]
Denario di Settimio Severo, zecca di Roma, primi anni del III secolo d.C., tradizionalmente datato al 206 d.C. Sul rovescio, con legenda COS III P P, è raffigurato l’Arco di Settimio Severo sormontato da una sestiga, affiancata dalle statue equestri tradizionalmente identificate con Caracalla e Geta. RIC IV.1, 259 [Foto: Staatliche Münzsammlung München, via Numista, CC BY-NC-SA 4.0 DE]Pochi anni dopo, quella rappresentazione dell’unità familiare era già diventata una finzione. Settimio Severo morì per malattia a Eboracum, l’odierna York, nel 211 d.C., mentre era ancora impegnato nella campagna britannica, lasciando l’Impero ai due figli (Cassio Dione, Storia romana, LXXVII, 15, 2). Caracalla e Geta si detestavano e la convivenza al potere durò pochissimo. Alla fine dello stesso anno Geta fu ucciso per ordine del fratello. Cassio Dione (Storia romana, LXXVIII, 2, 2-4) trasforma l’episodio in una delle scene più drammatiche della storia imperiale: racconta che Geta, assalito dai centurioni inviati da Caracalla, corse verso la madre, le si aggrappò al collo e invocò il suo aiuto. Giulia Domna lo vide morire fra le proprie braccia, ricoperta del sangue del figlio e ferita a sua volta a una mano. Alla morte fisica seguì il tentativo di cancellarne anche la memoria. Il nome e le immagini di Geta furono eliminati dai monumenti pubblici in quella pratica che chiamiamo damnatio memoriae.

Cassio Dione (Storia romana, LXXVIII, 12, 5-6) racconta anche che Caracalla arrivò a proibire persino di pronunciare o scrivere il nome del fratello; le sue monete furono fuse e vennero colpite anche le basi che avevano sostenuto le sue statue. E l’Arco di Settimio Severo conserva ancora oggi le tracce di quell’operazione.

Arco di Settimio Severo, iscrizione dell’attico. Dopo l’uccisione di Geta nel 211 d.C., il suo nome e i suoi titoli furono cancellati e sostituiti dalla formula
Arco di Settimio Severo, iscrizione dell’attico. Dopo l’uccisione di Geta nel 211 d.C., il suo nome e i suoi titoli furono cancellati e sostituiti dalla formula “optimis fortissimisque principibus”, «agli ottimi e fortissimi principi», riferita a Settimio Severo e Caracalla [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]L’iscrizione (CIL VI, 1033) compare sulle due fronti dell’attico. La trascrizione del testo attualmente leggibile è:

IMP · CAES · LVCIO · SEPTIMIO · M · FIL · SEVERO · PIO · PERTINACI · AVG · PATRI · PATRIAE · PARTHICO · ARABICO · ET
PARTHICO · ADIABENICO · PONTIFIC · MAXIMO · TRIBVNIC · POTEST · XI · IMP · XI · COS · III · PROCOS · ET
IMP · CAES · M · AVRELIO · L · FIL · ANTONINO · AVG · PIO · FELICI · TRIBVNIC · POTEST · VI · COS · PROCOS · P · P
OPTIMIS · FORTISSIMISQVE · PRINCIPIBVS
OB · REM · PVBLICAM · RESTITVTAM · IMPERIVMQVE · POPVLI · ROMANI · PROPAGATVM
INSIGNIBVS · VIRTVTIBVS · EORVM · DOMI · FORISQVE · S · P · Q · R

La traduzione italiana (da CIL VI, 1033) è la seguente:

All’imperatore Cesare Lucio Settimio Severo, figlio di Marco, Pio Pertinace Augusto, padre della patria, vincitore degli Arabi e dei Parti Adiabeni, pontefice massimo, nell’undicesimo anno della potestà tribunizia, acclamato imperatore per l’undicesima volta, console per la terza volta e proconsole; e all’imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino, figlio di Lucio, Augusto, Pio, Felice, nel sesto anno della potestà tribunizia, console, proconsole e padre della patria, ottimi e fortissimi principi: per avere restaurato lo Stato e ampliato il dominio del popolo romano, grazie alle loro insigni virtù in patria e fuori; il Senato e il popolo romano.

Il riferimento a Geta nell’iscrizione dell’attico fu cancellato e lo spazio venne occupato da nuovi titoli celebrativi per Settimio Severo e Caracalla. Ma la pietra non dimenticò completamente. Le tracce dell’intervento e soprattutto le matrici e i fori destinati al fissaggio delle originarie lettere metalliche hanno permesso agli studiosi di ricostruire almeno parte della formulazione precedente. Le alterazioni interessarono la fine della terza riga e la quarta. Prima della cancellazione si leggeva:

[…] COS · PROCOS · ET
P · SEPTIMIO · L · FIL · GETAE · NOBILISS · CAESARI

Vale a dire:

[…] console e proconsole, e a Publio Settimio Geta, figlio di Lucio, nobilissimo Cesare.

Dopo la morte di Geta l’ET finale della terza riga fu sostituito da P · P, abbreviazione di pater patriae; l’intera riga con il nome e i titoli di Geta fu sostituita da OPTIMIS · FORTISSIMISQVE · PRINCIPIBVS, “agli ottimi e fortissimi principi”. La nuova formulazione riferiva così la dedica ai soli Settimio Severo e Caracalla. La cancellazione, paradossalmente, ha finito così per rendere Geta ancora più presente: guardando l’iscrizione sappiamo esattamente dove dobbiamo cercare l’uomo che Caracalla voleva far scomparire dalla memoria pubblica.

È uno dei casi in cui l’espressione damnatio memoriae rischia quasi di ingannarci. Non significava cancellare magicamente il ricordo di una persona: significava intervenire sulle forme pubbliche della sua memoria; nomi, immagini, dediche. E proprio le tracce lasciate da questi interventi possono oggi raccontarci ciò che si voleva eliminare.

Negli stessi anni anche il settore di Vesta, devastato dall’incendio del 192, assumeva le forme della grande ricostruzione severiana che abbiamo appena incontrato, tradizionalmente collegata a Giulia Domna. L’imperatrice entra così due volte nel racconto del Foro, ma in ruoli profondamente diversi: madre della dinastia nella tragedia di Geta e figura associata alla rinascita monumentale del complesso di Vesta.

Alla fine del III secolo, dopo decenni di guerre civili, invasioni e imperatori che si succedevano rapidamente, Diocleziano tentò di dare all’Impero una nuova stabilità. Il potere fu organizzato intorno a due Augusti e due Cesari: la Tetrarchia.

Roma rimaneva il centro simbolico dell’Impero, ma non era più necessariamente il luogo nel quale gli imperatori vivevano e governavano. La Tetrarchia non creò quattro capitali fisse: ciascun imperatore continuava a spostarsi insieme alla propria corte e all’esercito. Alcune città, tuttavia, divennero residenze imperiali privilegiate, perché più vicine alle frontiere e ai principali scenari militari: Diocleziano soggiornò soprattutto a Nicomedia, Massimiano a Milano e Aquileia, Costanzo Cloro a Treviri, mentre Galerio utilizzò frequentemente Sirmio e Tessalonica. L’Impero continuava a chiamarsi romano, ma il potere si era ormai distribuito su un territorio vastissimo.

Eppure, nel 303 d.C. Diocleziano giunse a Roma per celebrare l’inizio del suo ventesimo anno di regno (Lattanzio, De mortibus persecutorum, 17). La celebrazione coinvolgeva idealmente l’intero collegio tetrarchico: Diocleziano e Massimiano festeggiavano i loro Vicen

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