Martedì 8 Settembre 2026 16:09
Coetzee e le antiche domande


Nel dialogo del Nobel per la Letteratura 2003 con la scrittrice e traduttrice argentina Dimópulos, una riflessione, a tratti vertiginosa, sui limiti e le forme dell'espressione verbale
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«Il mondo non è quello che sembra naturalmente essere, ma piuttosto è costituito per noi dalla lingua attraverso cui lo percepiamo»: così dichiara John Maxwell Coetzee (1940), nato in Sudafrica, che attualmente vive in Australia, forse il più grande scrittore contemporaneo, premio Nobel per la Letteratura nel 2003, per presentare il suo dialogo con Mariana Dimópulos (1973), scrittrice e traduttrice argentina di estrazione greca: Parlare in lingue (Einaudi).
Si tratta di una riflessione, a tratti vertiginosa, sui limiti e le forme dell’espressione verbale, la quale non dovrebbe essere letta e compresa soltanto dagli specialisti, viste le molteplici allusioni sociali e politiche di cui risulta intrisa. Pensiamo ai figli degli immigrati che a scuola faticano assai più dagli altri compagni dovendo tradurre dalla loro madrelingua i contenuti trasmessi dagli insegnanti: questi bambini rappresentano risorse preziose e invece vengono spesso affrontati come problemi da risolvere. I due autori, raccontandosi le rispettive storie multilinguistiche, dialogano a partire dalla traduzione in spagnolo del Polacco, una delle ultime opere narrative di Coetzee realizzata dalla Dimópulos con l’ambizione, poi fallita, di farne la fonte guida per tutte le altre versioni, quindi in sostanza una seconda opera. Il lettore, trascinato nel grande caos ancestrale, quando gli esseri umani non s’intendevano, viene spinto a porsi, insieme ai due scrittori, le antiche domande che da sempre assillano i nostri simili: cosa è innato e cosa invece dobbiamo conquistare? Ogni bebè nasce con una predisposizione generale all’apprendimento linguistico pronta a essere formata, orientata e plasmata dagli ambienti in cui egli cresce: se questi sono diversi, si crea un’attitudine elastica di ricezione mobile pronta a fare i conti con strutture abbastanza rigide.
Nella traduzione emergono problemi emblematici che coinvolgono il tema del genere: per fare un solo esempio, nella lingua vietnamita c’è una parola per “fratello maggiore” e un’altra per “fratello minore”, ma non ce n’è una per “fratello” in generale. Chi volesse trovare un’equivalenza dovrebbe contattare l’autore. In tedesco il sole è femminile, la luna maschile. Le lingue, lo sappiamo, risalgono alla notte dei tempi, essendo il frutto di stratificazioni complesse. Dimópulos è consapevole degli errori in cui può cadere chi traduce ma ritiene che «i rischi sono maggiori se cerca di liberarsi dalle costrizioni del testo guida». Coetzee segnala che ogni parola può essere traditrice, non legittima perché convenzionale. E così paradossalmente conclude: «La lezione che ci ha insegnato Babele è che tutti i dizionari, in quanto dizionari delle lingue post-Babele, sono falsi. L’unico vero dizionario è quello smarrito, il dizionario della lingua che andò persa quando fu costruita l’empia torre: la lingua originaria, la lingua di Dio».
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