Giovedì 10 Settembre 2026 12:09
Amleto², Filippo Timi riscrive Shakespeare a Verona
???? Amleto² di Filippo Timi arriva al Teatro Romano di Verona il 10 e 11 settembre: il cult shakespeariano torna in una nuova edizione tra follia, comicità, improvvisazione e una radicale riflessione sull’identità. Shakespeare torna a Verona, ma questa volta il principe di Danimarca non ha alcuna intenzione di comportarsi come ci si aspetta da…
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Amleto² di Filippo Timi arriva al Teatro Romano di Verona il 10 e 11 settembre: il cult shakespeariano torna in una nuova edizione tra follia, comicità, improvvisazione e una radicale riflessione sull’identità.
Shakespeare torna a Verona, ma questa volta il principe di Danimarca non ha alcuna intenzione di comportarsi come ci si aspetta da lui. Amleto², lo spettacolo cult di e con Filippo Timi, arriva il 10 e 11 settembre sul palcoscenico del Teatro Romano, nell’ambito della 78ª Estate Teatrale Veronese, e lo fa con una promessa precisa: prendere uno dei testi più conosciuti della storia del teatro, smontarlo, deformarlo e restituirlo al pubblico come qualcosa di nuovo.
Le due repliche sono in programma alle 21.15. La produzione è del Teatro Franco Parenti e della Fondazione Teatro della Toscana.
Non è una semplice ripresa. È un ritorno che nasce dalla necessità di misurarsi nuovamente con un personaggio e con uno spettacolo dopo molti anni. Per Timi, infatti, tornare dentro Amleto² significa verificare cosa è cambiato nel frattempo, nell’artista come nell’uomo.
E soprattutto significa mettere alla prova una domanda che Shakespeare ha consegnato alla storia: essere o non essere?
Il nuovo allestimento si inserisce perfettamente nel tema della 78ª Estate Teatrale Veronese, “(H)EARTH OF GLASS – Tradizione e sperimentazione in dialogo aperto al mondo”.
Il festival sta costruendo infatti un percorso nel quale i grandi classici vengono sottoposti a una continua trasformazione. Dopo le riletture contemporanee di Shakespeare, Verona ospita un altro artista che non considera il testo sacro, intoccabile, definitivo.
Timi fa esattamente l’opposto.
Prende Amleto e lo porta dentro una dimensione elettrica, grottesca, colorata e imprevedibile. La tragedia viene attraversata dalla commedia, la follia diventa una forma di libertà, mentre il principe shakespeariano si trasforma in un uomo stanco di interpretare il ruolo che gli è stato assegnato.
Il risultato è un Amleto che rifiuta il destino già scritto.
Non vuole più vendicare il padre. Non vuole più amare Ofelia. Non vuole più ripetere meccanicamente la storia familiare. Vuole sottrarsi alla parte.
È proprio questa fuga dal copione a rendere Amleto² profondamente contemporaneo.

La cifra dello spettacolo è immediatamente riconoscibile: Timi non procede per sottrazione, ma per esplosione.
Il testo shakespeariano viene immerso in una sorta di gabbia da circo elettrica, dove i personaggi appaiono deformati, moltiplicati, continuamente sospesi tra realtà e immaginazione.
Il pubblico non si trova davanti al consueto Amleto tormentato e malinconico. Il principe diventa un protagonista comico, furibondo, decadente e imprevedibile, capace di passare nel giro di pochi istanti dalla leggerezza più assurda alla disperazione.
La descrizione ufficiale dello spettacolo parla di una tragedia che cambia pelle e si trasforma in commedia, oscillando tra sete di potere, oblio, frivolezza e follia.
Ma dietro l’ironia resta il dolore.
Anzi, è proprio l’ironia a renderlo ancora più evidente.
Questa è forse la scommessa più interessante di Amleto².
Timi non usa il comico per allontanarsi dal dramma, ma per penetrarlo. Distruggendo la solennità del testo, porta in superficie la fragilità dei personaggi.
Le risate diventano così una forma di disorientamento. Il pubblico ride, ma subito dopo è costretto a chiedersi perché quella risata abbia lasciato un senso di inquietudine.
È il meccanismo attraverso cui la follia scenica diventa una lente per osservare la solitudine, il desiderio, la paura e il bisogno di essere riconosciuti.
A costruire questo universo insieme a Timi sono Marina Rocco, Elena Lietti, Gabriele Brunelli e Mattia Chiarelli.
Rocco e Lietti sono presenze particolarmente legate alla storia artistica dello spettacolo e contribuiscono a dare corpo alle creature che ruotano attorno alla mente instabile del protagonista.
Sono figure che non hanno la funzione di accompagnare semplicemente Amleto nella sua vicenda. Entrano nel suo universo deformato e ne amplificano le ossessioni, trasformando la scena in un territorio nel quale identità e personaggio continuano a confondersi.
Il cast e la struttura dello spettacolo sono confermati dal programma ufficiale dell’Estate Teatrale Veronese.
È questo il punto che distingue la nuova edizione da una semplice riproposizione.
Filippo Timi non è più l’artista di quindici anni fa.
E proprio per questo anche il suo Amleto non può essere identico.
L’attore ha spiegato di essere tornato allo spettacolo per verificare cosa sarebbe successo incontrando nuovamente un personaggio costruito in una fase completamente diversa della propria vita. Il principio è quasi musicale: esiste una struttura, ma dentro quella struttura gli interpreti devono rimanere vivi, ascoltarsi, rischiare.
Come nel jazz, la partitura non basta.
Ogni sera può aprirsi una crepa. E dentro quella crepa può entrare qualcosa di imprevisto.

L’idea dell’improvvisazione è centrale nella poetica di Timi.
Non significa abbandonare il testo o la costruzione dello spettacolo. Significa lasciare uno spazio sufficiente perché il teatro non diventi una macchina perfettamente chiusa.
L’obiettivo è che ciò che accade sul palcoscenico sembri accadere davvero.
Ed è qui che Amleto² trova uno dei suoi elementi più moderni: la rappresentazione diventa una riflessione sulla rappresentazione stessa.
Quanto della nostra vita è autenticamente nostro e quanto, invece, è un copione che continuiamo a recitare?
La domanda di Amleto smette così di appartenere soltanto al principe di Danimarca.
Riguarda tutti.
Timi allarga ulteriormente il campo attraverso quello che definisce un multiverso.
Il Seicento shakespeariano può convivere con gli anni Trenta, con Petrolini, con la cultura pop e con linguaggi apparentemente lontanissimi dal Bardo.
Non è una semplice operazione di citazione.
L’obiettivo è far collidere mondi diversi fino a trasformarli in una nuova materia teatrale.
È il modo con cui Amleto² tenta di dimostrare che Shakespeare non è contemporaneo perché viene aggiornato: è contemporaneo perché continua a parlare delle stesse cose che ci tormentano oggi.
Potere. Desiderio. Sesso. Paura. Solitudine. Famiglia. Identità. Follia.
Cambiano gli abiti, cambiano i linguaggi, cambiano le tecnologie. Ma le domande restano.
La scelta del Teatro Romano di Verona amplifica naturalmente il senso dell’operazione.
Un luogo storico accoglie un testo che ha attraversato quattro secoli e una rilettura che rifiuta di trattarlo come un reperto.
È esattamente la direzione indicata dall’Estate Teatrale Veronese 2026: memoria e contemporaneità non come opposti, ma come territori destinati a contaminarsi.
La 78ª edizione, in programma dal 25 giugno al 18 settembre, ha costruito un cartellone nel quale teatro classico, creazione contemporanea, danza e musica dialogano attraverso linguaggi differenti.
In questo percorso, Amleto² occupa una posizione particolarmente significativa.
Dopo Romeo e Giulietta in the War di Stefano Massini e Rex Destruens, Re Lear di Massimo Cacciari, Shakespeare torna ancora una volta al centro della programmazione veronese, ma attraverso un’altra forma di collisione con il presente.

La forza di Amleto² sta soprattutto nel rifiuto di rendere Shakespeare rassicurante.
Timi non cerca di spiegare il Bardo al pubblico. Cerca di provocarlo.
Vuole creare un’esperienza nella quale la risata possa diventare disagio, la bellezza possa diventare eccesso e la follia possa rivelarsi più lucida della normalità.
Il suo Amleto è un personaggio che tenta disperatamente di uscire dalla parte che gli è stata assegnata.
Ed è proprio qui che il teatro di Timi incontra il presente.
Viviamo circondati da identità precostituite, aspettative, ruoli sociali e narrazioni che ci dicono continuamente chi dovremmo essere. Amleto, invece, decide di fermarsi e chiedere se sia ancora possibile scegliere.
Essere o non essere, allora, non è più soltanto una questione filosofica.
È una domanda quotidiana.
E sul palcoscenico del Teatro Romano quella domanda arriva attraverso il corpo, la voce, la comicità e la follia di Filippo Timi.
Per due sere, Verona non assisterà semplicemente a una nuova versione di Shakespeare. Assisterà a un Amleto che prova a liberarsi di Amleto, a un personaggio che combatte contro il proprio copione e a un attore che, dopo quindici anni, torna davanti allo stesso specchio per scoprire che il riflesso è cambiato.
Forse è questa la vera ragione per cui i classici continuano a tornare.
Non perché abbiamo già trovato le risposte, ma perché le domande, quando siamo ancora vivi, cambiano insieme a noi.
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