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Venerdì 11 Settembre 2026 12:09

Perché Roma ha bisogno di Gesù: perdono e condono

coppia debiti povertà disoccupazione indebitamento litigio
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Davanti ai tanti "debiti insolvibili", la necessità di di restituire agibilità a chi è finito fuori gioco, riconoscendo che la persona viene prima della struttura, e che lo scopo delle istituzioni è cercare la reintegrazione del cittadino nella società

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21-35

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Tra i palazzoni delle periferie romane e le vie dove vivono persone senza casa, i diecimila talenti del Vangelo che “pesano su una singola persona” sono l’immagine di chi è schiacciato da un sistema più grande di lui. Nella Capitale le situazioni con “debiti insolvibili” si materializzano nelle ingiunzioni di pagamento locali, negli arretrati insostenibili accumulati per la casa o per i tributi comunali, e nei cavilli amministrativi e burocratici che mantengono migliaia di lavoratori invisibili ai margini della vita civile.

La Parola di Dio ci spinge a integrare a un perdono misericordioso interpersonale e sociale (fino a 7 volte? no fino a 70 volte 7!) anche un largo, larghissimo condono come gesto etico e politico (un tale gli doveva diecimila talenti). Se il perdono sana la ferita tra due persone, il condono è la sua traduzione sociale, visibile, “contabile”: è l’azzeramento operato con il cuore di una sanzione che il sistema ha reso impossibile da estinguere, e quindi propriamente non umana. Si tratta di restituire agibilità a chi è finito fuori gioco, riconoscendo che la persona viene prima della struttura, e che lo scopo delle istituzioni, anche quelle economiche, non è “fare cassa” ma cercare la reintegrazione del cittadino nel tessuto sociale.

C’è la necessità di “fare grazia”, un’azione difficilmente codificabile ma quanto mai necessaria nella gestione dell’emergenza abitativa, dove la morosità incolpevole rischia di trasformarsi in sfratto invece di tutela della persona. Si tratta di applicare una logica di condono riconoscendo che la rigida riscossione del credito da chi non ha nulla non produce giustizia ma una emarginazione maggiore.

Il servo spietato della parabola, ottenuto il condono dal suo re, stringe al collo il compagno per un debito insignificante: è la tentazione del “cinismo urbano” che può essere perpetrata da istituzioni più legate alla “fatturazione fiscale”, che procedono anche con società terze alla riscossione dei crediti, piuttosto che attente all’umanità che dovrebbero servire. Non possiamo dimenticare che la coesione di una metropoli si regge sulla capacità di concedere seconde possibilità, di mantenere vivi i legami “umani”, e così avere anche il coraggio di azzerare un debito sproporzionato non smantella la legalità ma permette un nuovo inizio, anche economico, laddove c’è stato un cortocircuito.

Il condono, vissuto nella sua dimensione più autentica, diventa vero atto politico (a tutela della polis, della sua salute e benessere, e non pubblicità partitica) con cui Roma (e ogni sua istituzione) sceglie di investire sul futuro invece che regolare le sanzioni del passato, scommettendo sulla possibilità che chi viene liberato da un peso insostenibile possa tornare a prendersi cura della res publica, cioè a mettere nuovamente in gioco la sua vita per e con gli altri.

È questa la vittoria del Vangelo e della comunità: quell’attesa che confida nell’uomo anche se il mondo lo considera fallibile, squalificato, peccatore. È questa la vittoria della Croce: dove nessuno avrebbe scommesso, lì rinasce nuovamente l’umanità, contro ogni sistema che la uccide.

11 settembre 2026

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