Lunedì 14 Settembre 2026 09:09
A Santa Maria in Trastevere la preghiera a 25 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001


La veglia promossa dalla Comunità di Sant'Egidio, guidata da monsignor Blaj. «La pace è una disciplina: giustizia, dialogo, ascolto, negoziato; la pazienza di ricominciare dopo un fallimento, e il rifiuto di rassegnarsi all’idea che la violenza sia inevitabile»
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Fermarsi in preghiera per commemorare l’11 settembre significa ricordare il giorno che ha cambiato la storia, facendone un monito di fronte alle guerre di oggi e una guida verso un rinnovato impegno per «fare delle nostre comunità case della pace». È il filo conduttore che ha guidato la veglia promossa dalla Comunità di Sant’Egidio venerdì scorso, 11 settembre, nella basilica di Santa Maria in Trastevere. A venticinque anni dagli attentati terroristici negli Stati Uniti, numerosi fedeli si sono ritrovati per ricordare le quasi tremila vittime di quel giorno e quelle di tutti i conflitti che ancora insanguinano il mondo. Un pensiero particolare è stato rivolto a quanti hanno perso la vita cercando di salvarne altre.
La preghiera è stata presieduta da monsignor Mihăiţă Blaj, sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato, per il quale è «un dovere continuare a consegnare» alle giovani generazioni «storie dolorose come questa, perché ciò che riceviamo dal passato porta con sé una responsabilità: non permettere che dal dolore nasca nuovo odio». Ricordando «padri, madri, figli, amici, colleghi» rimasti uccisi negli attentati, il presule ha allargato lo sguardo oltre New York, Washington e Pennsylvania, sottolineando che in questi 25 anni «il terrorismo ha continuato a colpire case, scuole, chiese, moschee e sinagoghe, spesso lontane dall’attenzione del mondo».
In passato Blaj ha svolto servizio alla nunziatura apostolica in Ciad, «una regione segnata dalla violenza terroristica», dove ha sperimentato «l’orrore di questa piaga». Da qui la preghiera per quanti «sono stati travolti dalle guerre. Uomini, donne e bambini ai quali la violenza ha tolto la casa, gli affetti, talvolta la vita. Purtroppo – ha osservato – lo scenario è lo stesso ovunque. I primi a pagare un prezzo altissimo a causa dei conflitti sono le persone innocenti. Chi è stato colpito ha diritto alla giustizia. Non alla vendetta, ma nemmeno alla rassegnazione. Il male deve essere riconosciuto, le responsabilità accertate, gli innocenti protetti». Ha quindi sottolineato che la costruzione della pace richiede un cammino costante e rigoroso, perché «la pace non si improvvisa, è una disciplina: giustizia, dialogo, ascolto, negoziato, cooperazione; la pazienza di ricominciare dopo un fallimento, e il rifiuto di rassegnarsi all’idea che la violenza sia inevitabile».
Infine, un monito verso chi strumentalizza la fede. «Nessuno può uccidere in nome di Dio – ha chiosato -. La fede non può diventare una bandiera contro qualcuno, una benedizione della violenza, una frontiera tra gli uomini. Le religioni hanno la responsabilità di difendere e testimoniare, sempre e ovunque, la sacralità della vita e la dignità inalienabile conferita da Dio a ogni essere umano».
Il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo ha ricordato «l’opera eroica dei vigili del fuoco, degli agenti di polizia, delle tante persone comuni» morte durante le operazioni di soccorso. «In mezzo al terrore e alla distruzione – ha affermato -, il loro coraggio e la loro umanità rimangono una testimonianza potente del fatto che, anche nei momenti più bui, ci sono persone che scelgono di proteggere, di aiutare, di dare la propria vita per gli altri. Venticinque anni dopo, la nostra risposta alla violenza non è certo altro odio, né possiamo permettere che sia la paura ad avere l’ultima parola. Dobbiamo continuare, con pazienza, a costruire ponti, ad avvicinare le persone, a favorire il dialogo e a sanare le divisioni, soprattutto laddove la riconciliazione sembra impossibile».
Prendendo la parola, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede Brian Burch ha rinnovato la promessa fatta 25 anni fa. «Non smetteremo mai di commemorare quel giorno – ha dichiarato -. Ma rendere omaggio a questi morti significa tenere presente cosa vuol dire essere umani: essere liberi e saper usare bene la nostra libertà».
14 settembre 2026
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