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Lunedì 14 Settembre 2026 13:09

45 anni di Laborem Exercens: la persona al centro



L'enciclica promulgata da Giovanni Paolo II il 14 settembre 1981, nel 90° anniversario della Rerum Novarum. Il tema del lavoro nella sua dimensione sociale, umanistica, morale e santificatrice

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Ricorre oggi il quarantacinquesimo anniversario della promulgazione dell’enciclica Laborem Exercens. Pensata per celebrare il novantesimo anniversario della Rerum Novarum, fu resa pubblica soltanto il 14 settembre 1981, a causa dell’attentato subito da san Giovanni Paolo II il 13 maggio dello stesso anno. È un documento nel quale si riflette anche l’esperienza personale di un uomo che, avendo conosciuto nella giovinezza il mondo del lavoro, ne aveva sperimentato gioie e tristezze, speranze e angosce. Per questo la Laborem Exercens non si limita a considerare il lavoro come attività produttiva, ma guarda anzitutto alla persona che lavora e ai nuovi significati e impegni che esso pone all’uomo d’oggi. Il lavoro va infatti considerato nella sua dimensione sociale, umanistica, morale e santificatrice.

In questa prospettiva, i numeri 6-9 della Laborem Exercens conservano una straordinaria attualità. San Giovanni Paolo II pone al centro il carattere soggettivo del lavoro: l’uomo, in quanto persona, è il soggetto del proprio agire e, attraverso ciò che compie, non soltanto trasforma il mondo, ma realizza se stesso. Il valore del lavoro, pertanto, non dipende anzitutto dal tipo di attività o dalla sua produttività, ma dalla dignità della persona che lo compie. Da qui la conseguenza decisiva: «Prima di tutto il lavoro è “per l’uomo”, e non l’uomo “per il lavoro”» (LE 6). La dimensione soggettiva deve dunque conservare il primato su quella oggettiva, affinché lo sviluppo dei mezzi e delle tecniche non finisca per diminuire la dignità e i diritti di chi lavora (LE 9).

Questa intuizione è particolarmente attuale di fronte alla rapidissima evoluzione scientifica e tecnologica. La Laborem Exercens riconosce nella tecnica un’alleata dell’uomo, capace di facilitare, perfezionare, accelerare e moltiplicare il lavoro, ma avverte che può diventare un’avversaria quando la meccanizzazione soppianta la persona, ne mortifica creatività e responsabilità o la riduce a serva della macchina (LE 5). Il problema, dunque, non è il progresso tecnologico in sé, ma il rapporto che esso instaura con il suo soggetto, che rimane l’uomo (LE 5-6).

A quarantacinque anni di distanza, la Magnifica Humanitas raccoglie questa intuizione e la proietta nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il lavoro, ricorda Leone XIV, non è un semplice strumento economico: attraverso di esso la persona sviluppa molte dimensioni della propria esistenza, mette a frutto le capacità ricevute, contribuisce al bene comune e costruisce relazioni di cooperazione con gli altri (MH 148). Per questo «esprime e accresce la dignità della nostra vita» ed è un cammino verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale (MH 149).

È precisamente qui che si colloca la sfida dell’intelligenza artificiale. Automazione, robotica e IA stanno trasformando rapidamente il lavoro, ma i nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori solo perché più efficienti. Il rischio, osserva papa Leone XIV, è che siano i lavoratori ad adattarsi al ritmo e alle esigenze delle macchine, anziché essere queste ultime progettate per sostenere la persona. Ne possono derivare dequalificazione, sorveglianza automatizzata, mansioni rigide e ripetitive e una progressiva erosione della capacità di iniziativa di chi lavora (MH 150).

La questione, allora, non è semplicemente quanto l’intelligenza artificiale possa fare, ma per quale uomo e per quale società debba essere sviluppata. Il progresso non può essere misurato soltanto dalle prestazioni delle macchine o dalla ricchezza generata dalla tecnologia, ma anche dalla sua capacità di rispettare la dignità delle persone, la qualità delle relazioni, la libertà, la responsabilità e la possibilità per tutti di partecipare ai suoi benefici (MH 161-163).

Un allarme particolarmente significativo, proveniente dall’interno del mondo che sviluppa questa tecnologia, è giunto nei giorni scorsi da Jacob Coxon, ventisettenne ricercatore britannico che ha lavorato per circa tre anni nel campo del pretraining, prima in OpenAI e poi in Anthropic. Nel lasciare quest’ultima azienda, Coxon ha denunciato il rischio che la competizione per realizzare sistemi sempre più potenti proceda più rapidamente della capacità di renderli sicuri e realmente controllabili. La sua preoccupazione non è rimasta isolata: altri ricercatori hanno riconosciuto la serietà del problema, alimentando il dibattito sui rischi che sistemi di IA sempre più autonomi e potenti potrebbero comportare per il futuro dell’umanità.

Al di là delle diverse valutazioni sulle probabilità e sui tempi di scenari tanto estremi, il fatto che simili interrogativi vengano posti da chi conosce dall’interno lo sviluppo di questi sistemi dovrebbe indurci a una seria riflessione. Se non siamo ancora in grado di garantire pienamente il controllo di strumenti che diventano ogni giorno più potenti, la domanda sul primato dell’uomo rispetto alla tecnica acquista una nuova urgenza. Non si tratta di avere paura del progresso, ma di ricordare che la crescente potenza tecnologica esige una responsabilità altrettanto grande.

È questa la continuità profonda tra la Laborem Exercens e la Magnifica Humanitas: la persona viene prima del lavoro, della macchina e dell’algoritmo. La tecnica è autenticamente umana quando rimane strumento nelle mani dell’uomo e quando il suo sviluppo è orientato al bene comune. Quando invece l’efficienza diventa il criterio assoluto, il rischio è che sia l’uomo a diventare strumento della tecnica. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale torna dunque decisiva la domanda sul senso del progresso. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile costituisce necessariamente un vero progresso umano. Occorre una responsabilità capace di orientare la potenza scientifica e tecnologica, evitando nuove disuguaglianze o la concentrazione, nelle mani di pochi, di un potere eccessivo sulla vita sociale (MH 161-164).

A quarantacinque anni dalla Laborem Exercens, il suo messaggio conserva tutta la sua forza: il progresso vale nella misura in cui rimane al servizio della persona. Mentre l’intelligenza artificiale apre possibilità fino a pochi anni fa impensabili, questa certezza dovrebbe accompagnare ogni scelta: non è l’uomo a dover essere ripensato secondo le esigenze della tecnologia, ma è la tecnologia a dover essere orientata secondo la verità dell’uomo. Perché il futuro possa dirsi davvero umano, la persona dovrà rimanere non soltanto al centro del lavoro, ma anche al centro del progresso.

14 settembre 2026

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