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Lunedì 14 Settembre 2026 13:09

Cure palliative: l’accesso resta ancora limitato



L’oncologa Giulia Nazzicone (Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma): «Presa in carico globale e multidimensionale». Allargato l’identikit dei destinatari, con patologie differenti

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Sconosciute per molto tempo ai più, spesso equivocate e allontanate come il segnale infausto di una morte ormai incombente, le cure palliative iniziano a diventare sempre più presenti sul territorio e nella vita delle persone. Da ormai più di 15 anni regolate da una normativa all’avanguardia (legge 38/2010), con indiscussi progressi in termini clinici e organizzativi, meriterebbero uno spazio ben maggiore di quello che viene loro riservato nel dibattito politico, focalizzato invece sul cosiddetto “fine vita” e sulla regolamentazione del suicidio medicalmente assistito. Le leggi regionali approvate nell’ultimo anno e mezzo in Toscana, Sardegna, Emilia Romagna e – storia di pochi giorni fa – in Veneto, catalizzano l’attenzione pubblica, ma rischiano di far dimenticare il ruolo chiave che il quadro giuridico assegna proprio alle cure palliative.

La stessa sentenza 242 della Corte Costituzionale che nel 2019 aprì un varco nell’ordinamento stabilendo la non punibilità dell’aiuto al suicidio quando ricorrano alcune precise e determinate condizioni, esplicitamente richiama il tema dell’offerta reale di cure palliative come una priorità assoluta della politica sanitaria pubblica: esse vanno insomma garantite ovunque e per chiunque. Nella realtà non è così, ma i passi avanti non sono pochi. «Le cure palliative – spiega Giulia Nazzicone, palliativista presso l’Uoc di oncologia dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma – sono una presa in carico globale e multidimensionale che risponde ai bisogni riferiti a quattro dimensioni dell’essere umano: fisica, sociale, psicologica ed esistenziale. Gli specialisti coinvolti (il medico, l’infermiere, lo psicologo, l’assistente spirituale, il terapista occupazionale, il fisioterapista e altri) affrontano tutti gli aspetti legati alla vita del paziente, siano essi o meno direttamente legati alla patologia».

Ci sono un mare di motivi per cui poter contare o meno su un percorso di cure palliative fa tutta la differenza del mondo: «Intanto – dice la dottoressa citandone tre fra i tanti – grazie al supporto dell’équipe il paziente fragile può più facilmente proseguire le cure attive contro la causa della malattia, un beneficio non solo in termini di qualità della vita ma anche in termini di sopravvivenza. Un altro motivo è il controllo dei sintomi perché, senza una regia unica, la sofferenza si traduce nel peregrinare dei pazienti da un Pronto soccorso all’altro, mentre le cure palliative permettono di gestire la condizione medica come un tutt’uno, perché è il medico con l’équipe che va dal paziente, non il contrario. Inoltre – continua – c’è il supporto alla famiglia, che viene traghettata attraverso situazioni difficilissime: significa anche evitare i lutti patologici».

Le sfere coinvolte sono dunque così ampie che pensare le cure palliative come una semplice “terapia del dolore” – equivoco assai duro a scomparire – «è estremamente riduttivo, perché il dolore è solo una delle caratteristiche considerate, seppur indubbiamente di estrema importanza». Oggi la tendenza generale è quella di allargare l’identikit del destinatario: non più solo pazienti oncologici in fase terminale, ma sempre più prese in carico precoci e per patologie differenti, come ad esempio le demenze, cioè persone con sopravvivenza lunga e bisogni molto importanti. È un impegno immane se pensiamo che la normativa nazionale fissa l’obiettivo di coprire il 90% del fabbisogno, e finora si arriva appena a circa un terzo. Un dato medio nazionale, questo, che nasconde un divario territoriale drammatico fra regioni con buoni sistemi, soprattutto al Nord, e altre in forte ritardo, di più al Sud.

«Il Lazio – spiega Nazzicone – si è dato molto da fare: dieci reti locali ormai accreditate, decreti pubblicati dieci mesi fa su cure palliative precoci e simultanee e su quelle ospedaliere, e una piattaforma digitale regionale che centralizza le liste d’attesa per gli hospice, con un questionario obbligatorio per intercettare davvero i bisogni. L’obiettivo ora è costruire un ventaglio di servizi – ambulatori, cure palliative di base, cure specialistiche domiciliari o residenziali – capace di adattarsi all’intensità reale dei bisogni del paziente, che cambiano nel tempo». Quello del palliativista è un lavoro che unisce la competenza tecnica, il dialogo costante, la carica umana, l’equilibrio di se stessi: «È una disciplina difficile e per questo – sottolinea Nazzicone – serve un supporto anche psicologico al singolo operatore: ne ho visti alcuni lasciare questo ambito perché sopraffatti. La carenza di personale esiste; bisogna quindi non solo formare i giovani ma anche far sì che i sanitari che già ci lavorano riescano a rimanerci, competenti ma saldi emotivamente».

14 settembre 2026

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