Martedì 15 Settembre 2026 16:09
In mostra a San Lorenzo le due fenici del progetto “Eugenio Tibaldi”


Nella sede della Fondazione Pastificio Cecere, disegni e scritti delle donne che hanno partecipato all'iniziativa nel carcere di Rebibbia. «Mostra di restituzione ma anche di apertura al futuro»
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È una mostra che racconta come l’arte sia entrata nel più grande carcere femminile d’Europa: una storia durata due anni, che dopo aver lasciato il segno a Rebibbia fa tappa ora a San Lorenzo, nella sede della Fondazione Pastificio Cecere (via degli Ausoni 7), per un percorso tutto nuovo aperto alla visita libera del pubblico dal 22 settembre e fino al 28 novembre prossimi. Al centro di “Eugenio Tibaldi – BENU” ci sono un artista, decine di donne detenute e uno dei simboli universali di rinascita e trasformazione, la fenice, il grande uccello mitologico noto per la capacità di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte (chiamato “Benu” nell’antico Egitto).
Protagoniste, le due grandi sculture luminose (raffiguranti due fenici) installate l’anno scorso a 10 metri di altezza, visibili dall’interno e dall’esterno del carcere: inaugurate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e create a partire dalle indicazioni delle detenute, chiamate ognuna a immaginare una fenice che contenesse il proprio miglior pregio e peggior difetto. Di quel progetto, promosso dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere in occasione del Giubileo 2025, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e il patrocinio del dicastero per la Cultura della Santa Sede, vengono ora esposti i disegni e gli scritti delle detenute, i dipinti dell’artista, il primo modello in scala ridotta della scultura e una grande installazione con oltre mille fenici di carta create insieme agli studenti d’arte protagonisti dei workshop che sono seguiti.
C’è anche un video-film con Lorenzo Morandi, un volume edito da Magonza (con la prefazione del capo dello Stato) e poi alcune “appendici” esterne: una bandiera cucita da Progetto Abito con tessuti di recupero, un tatuaggio della fenice sull’avambraccio dell’attivista Barbara Sales e affissioni in tutta Roma di una poesia scritta da una delle detenute che parla alla città. «È una mostra di restituzione ma anche di apertura al futuro», spiega il curatore Marcello Smarrelli, formazione da storico dell’arte, con progetti artistici in fabbriche, scuole e ospedali. «Mi interessano le opere d’arte che stanno non nei musei ma che vivono in mezzo alla gente e possono essere fruite e godute dalle persone. Coinvolte magari anche nella progettazione e produzione, grazie ad artisti disposti ad aprire il loro processo creativo senza rinchiudersi in studio».
Qui l’artista è stato Eugenio Tibaldi, da sempre esploratore dei territori di confine. «All’inizio non sapevo cosa fosse il carcere, ne avevo la solita idea stereotipata. Una volta dentro ho avuto la fortuna di lavorare con donne che potevano essere mia madre, mia sorella, mia zia, mia figlia. Uguali a me. Con un errore alle spalle, ma che non può sfociare in un giudizio assoluto». Aveva preventivato di lavorare con 10-15 detenute, se ne sono presentate un centinaio: «Uno shock, ma ho voluto dare la giusta attenzione a ognuna di loro». Tempi quadruplicati, incontri durati mesi, alla fine una sessantina di elaborati da cui trarre i contenuti per creare le fenici. «Per la prima volta in 30 anni ho sentito il peso della pressione e della responsabilità». Le fenici realizzate sono «lontane dalla mia estetica, ma mi sono sentito come nel Medioevo o nel Rinascimento, chiamato da un mecenate a eseguire una precisa richiesta. Avevo una paura tremenda che le opere non piacessero: il riscontro positivo è stato un momento di grande impatto emotivo».
15 settembre 2026
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