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Martedì 15 Settembre 2026 17:09

Il centro simbolico di Roma nel Foro Romano: tra mundus e Umbilicus

Il centro simbolico di Roma nel Foro Romano: tra mundus e Umbilicus


Nel precedente articolo sul Lacus Curtius abbiamo incontrato tre racconti diversi legati a un medesimo luogo. Proseguendo verso l’estremità occidentale del Foro, troviamo un altro monumento nel quale memoria, religione e interpretazione archeologica si intrecciano: l’”ombelico” di Roma. Fra i Rostri e l’Arco di Settimio Severo incontriamo un rudere che è facile non notare. È […]

Il centro simbolico di Roma nel Foro Romano: tra mundus e Umbilicus


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Il centro simbolico di Roma nel Foro Romano: tra mundus e Umbilicus


Nel
precedente articolo sul Lacus Curtius
abbiamo incontrato tre racconti diversi legati a un medesimo luogo. Proseguendo verso l’estremità occidentale del Foro, troviamo un altro monumento nel quale memoria, religione e interpretazione archeologica si intrecciano: l’”ombelico” di Roma.

Fra i Rostri e l’Arco di Settimio Severo incontriamo un rudere che è facile non notare. È una costruzione circolare in laterizio, ormai priva del rivestimento marmoreo che doveva renderla ben più riconoscibile. Un piccolo cartello permette di darle un nome: Umbilicus Urbis Romae, l’”ombelico della città di Roma”.

La parola è già un’immagine: l’ombelico diventa il segno di un centro e di un’origine. Nel mondo greco il confronto più celebre è con l’omphalos di Delfi, una pietra sacra che indicava simbolicamente il centro della terra. Strabone ricorda che Delfi era considerata l’ombelico del mondo abitato (Geografia, IX, 3, 6); Pausania descrive invece l’oggetto che rendeva visibile questa credenza, un omphalos di marmo bianco (Descrizione della Grecia, X, 16, 3). Anche il nome del monumento romano richiama dunque l’idea di un centro rappresentato materialmente.

L’Umbilicus Urbis Romae, fra i Rostri e l’Arco di Settimio Severo. Il nucleo laterizio oggi visibile era originariamente rivestito di marmo [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
L’Umbilicus Urbis Romae, fra i Rostri e l’Arco di Settimio Severo. Il nucleo laterizio oggi visibile era originariamente rivestito di marmo [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]La struttura conservata viene generalmente riferita a un restauro di età severiana, all’inizio del III secolo d.C., che riutilizzò elementi precedenti. La costruzione dell’Arco di Settimio Severo, inaugurato nel 203 d.C., appartiene alla stessa fase di trasformazione di questo settore del Foro. Non dobbiamo però confondere la data del rudere con quella dell’origine del luogo che rappresentava.

Il nome Umbilicus Romae è attestato nella Notitia Urbis Romae, uno dei cataloghi regionari del IV secolo che elencavano i monumenti della città. Nella descrizione della Regio VIII, comprendente il Foro Romano, compare dopo il Tempio della Concordia e prima dei templi di Saturno e di Vespasiano e Tito: indicazioni compatibili con la posizione del rudere ancora visibile. Non conosciamo invece con sicurezza l’aspetto completo del monumento né la forma della sua parte superiore.

Poco lontano sorgeva il miliario aureo, fatto erigere da Augusto nel 20 a.C., quando assunse la responsabilità delle strade: lo ricorda Cassio Dione (Storia romana, LIV, 8, 4). Ne abbiamo già parlato nel nostro viaggio attraverso
il Foro di Cesare e Augusto
. Per evitare equivoci, è meglio distinguere l’idea dell’ombelico della città da quella del monumento augusteo legato alla rete stradale, senza attribuire automaticamente all’Umbilicus la funzione di punto dal quale si misuravano tutte le distanze.

Resti marmorei tradizionalmente attribuiti al Miliarium Aureum, il monumento fatto erigere da Augusto nel Foro nel 20 a.C. L’identificazione di questi elementi con il «miliario d’oro» non è tuttavia certa. Foro Romano, presso il Tempio di Saturno [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Resti marmorei tradizionalmente attribuiti al Miliarium Aureum, il monumento fatto erigere da Augusto nel Foro nel 20 a.C. L’identificazione di questi elementi con il «miliario d’oro» non è tuttavia certa. Foro Romano, presso il Tempio di Saturno [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Ma accanto all’immagine dell’ombelico ne affiora un’altra, assai più antica e misteriosa: quella del mundus. Plutarco racconta che, durante la fondazione di Roma, fu scavata una fossa circolare nel luogo in cui, ai suoi tempi, si trovava il Comizio. Vi furono deposte le primizie di quanto era considerato utile o necessario alla vita. Poi ciascuno dei nuovi abitanti vi gettò una piccola quantità della terra del proprio luogo di provenienza, mescolandola con quella degli altri (Vita di Romolo, 11, 2).

Proviamo a immaginare la scena. Nel terreno appena scavato cadono offerte e manciate di terra. Gli uomini giunti da luoghi diversi depositano nella nuova comunità un frammento della propria origine. Quelle terre, mescolandosi, diventano il suolo comune di Roma.

Plutarco aggiunge che la fossa era chiamata mundus, con lo stesso nome usato per indicare il cielo o l’universo. Prendendola come centro, venne tracciato tutt’intorno il perimetro della città (Vita di Romolo, 11, 2–3). Il racconto associa così due gesti: riunire le provenienze degli abitanti e delimitare lo spazio nel quale avrebbero vissuto insieme.

Qui, però, incontriamo una difficoltà. Livio afferma che Romolo fortificò inizialmente il Palatino, il colle sul quale era cresciuto (Ab Urbe condita, I, 7, 3). Tacito, descrivendo il percorso del più antico pomerio, lo fa correre intorno alle pendici del Palatino e precisa che il Foro e il Campidoglio sarebbero stati aggiunti soltanto in seguito, durante il regno congiunto di Romolo e Tito Tazio (Annales, XII, 24). La fossa presso il Comizio non si accorda facilmente con una città delimitata intorno al Palatino. Plutarco conserva una tradizione diversa, o accosta racconti che non possiamo ricomporre in una topografia coerente. È quindi prudente leggere la sua descrizione come testimonianza del significato attribuito alla fondazione, non come una mappa precisa della prima Roma.

Il mundus compare anche in un altro contesto religioso. Festo ricorda il mundus Cereris, associato a Cerere (De verborum significatu, p. 126, ed. Lindsay). In un altro passo, citando il giurista Ateio Capitone, riferisce che il mundus veniva aperto tre volte l’anno: il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre. La parte inferiore era considerata consacrata agli dèi Mani e doveva rimanere chiusa negli altri giorni (De verborum significatu, pp. 144-146, ed. Lindsay).

Macrobio, riportando le parole di Varrone, spiega efficacemente il carattere inquietante di quelle aperture:

Quando il mundus è aperto, è come se fosse aperta la porta degli dèi inferi.

In quei giorni era religiosamente inopportuno iniziare una battaglia, effettuare una leva, partire per una spedizione militare, salpare o sposarsi per avere figli (Saturnalia, I, 16, 18). L’apertura metteva simbolicamente in comunicazione lo spazio dei vivi con il mondo sotterraneo e imponeva cautela alle attività della comunità.

La fossa della fondazione e la cavità aperta tre volte l’anno erano davvero lo stesso luogo? E l’Umbilicus ne costituiva la parte visibile?

L’archeologo Filippo Coarelli ha sostenuto il collegamento fra queste tradizioni e il monumento del Foro, affrontando il problema in: Il Foro Romano. Periodo arcaico (1983) e nella voce Mundus del Lexicon Topographicum Urbis Romae (III, 1996, p. 288-289). L’ipotesi interpreta l’Umbilicus come la sistemazione monumentale di un luogo sacro più antico. La vicinanza al Comizio rende il confronto suggestivo, ma non basta a dimostrarlo.

Non possediamo infatti una prova decisiva che il rudere copra la fossa descritta da Plutarco o la cavità ricordata da Festo. Occorre mantenere distinti ciò che vediamo, ciò che raccontano gli autori antichi e ciò che gli studiosi hanno proposto per collegarli.

Questa incertezza non impoverisce il luogo. Ci mostra, piuttosto, come Roma abbia cercato nel proprio paesaggio i segni dell’origine: un ombelico, una fossa, terre mescolate, una soglia verso il mondo sotterraneo. Immagini differenti, avvicinate nel tempo senza che possiamo identificarle tutte con certezza.

Nel prossimo articolo resteremo fra il Foro e il Campidoglio, ma dal centro simbolico della città passeremo ai conflitti che i Romani collocavano alle sue origini: il ratto delle Sabine e il tradimento di Tarpea. Alla terra condivisa del racconto di fondazione si affiancheranno altre storie, nelle quali la nascita della comunità passa attraverso violenza, guerra e scelte drammatiche.

[Maria Teresa Natale]

Il centro simbolico di Roma nel Foro Romano: tra mundus e Umbilicus


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