Martedì 15 Settembre 2026 14:09
I mercati rionali sono diventati il regno di turisti e radical chic
Ma siamo gli unici oggi ad andare al mercato con la stessa serenità economica con cui entriamo da Hermès? No davvero, dove fanno la spesa i romani? Esiste ancora qualche eroe che il sabato mattina prende la borsa di tela, scende sotto casa e va al mercato convinto di tornare con due buste di frutta […]
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Ma siamo gli unici oggi ad andare al mercato con la stessa serenità economica con cui entriamo da Hermès? No davvero, dove fanno la spesa i romani? Esiste ancora qualche eroe che il sabato mattina prende la borsa di tela, scende sotto casa e va al mercato convinto di tornare con due buste di frutta e verdura senza dover chiedere un finanziamento?
I mercati rionali, un tempo regno incontrastato di pensionati, casalinghe e signore che litigavano per venti centesimi sulle zucchine, oggi sono diventati posti da figh**ti radical chic.
I mercati rionali, un tempo regno incontrastato di pensionati, casalinghe e signore che litigavano per venti centesimi sulle zucchine, oggi sono diventati posti da figh**ti radical chic.
Il processo è abbastanza semplice. I radical chic romani hanno riscoperto tutto quello che per decenni era stato considerato troppo popolare: il pane del forno, il vino sfuso, la vita lenta, la bici senza marce, la verdura con ancora un po’ di terra sopra. Tutto bellissimo, il problema è che quando una cosa popolare, ossia “del popolo”, diventa chic, il prezzo triplica. E quelli che una volta andavano al mercato perché costava meno, oggi rischiano di essere proprio quelli che non possono più permetterselo.
E così il fruttarolo sotto casa, che ormai sa perfettamente che la contessa proprietaria di tre quarti di via Giulia va da lui perché “almeno qui so cosa mangio”, fa due conti. Il pomodoro non è più un pomodoro: è un pomodoro del contadino. La zucchina è a chilometro zero, anzi è arrivata sul suo banco in retromarcia. La pesca l’ha raccolta lui in persona all’alba canticchiando qualche strofa di De André. E quindi cinque euro al chilo non sembrano neanche più tanti, anzi facciamo sei. Tanto la contessa se li può permettere.
Poi certo, va dato a Cesare quel che è di Cesare: i mercati romani non sono mai stati così belli. Negli ultimi quindici anni Roma li ha seriamente rivalorizzati, si pensi al Trionfale, uno dei mercati più grandi d’Italia, a quello di Testaccio che ha salutato i vecchi banchi della piazza per trasferirsi in un mercato da 5.000 mq con un’area archeologica sotto i piedi. Provate a raccontare a vostra nonna che le influencer americane si fanno i reel tra i banchi del “Testacchio Market” indicandolo come la terza cosa imperdibile a Roma, vedete che vi dice…
E il processo non si è fermato. Per il Mercato dell’Unità, a Prati, Roma ha messo sul tavolo circa 4 milioni di euro di fondi giubilari, a Monteverde il nuovo mercato di San Giovanni di Dio vale 17 milioni; al Tuscolano I di via Orvieto la riqualificazione sfiora i 3 milioni. E nel 2026 è arrivato un altro investimento da oltre 1,7 milioni di euro destinato a dieci mercati storici, da Testaccio al Trionfale, passando per Monti, Esquilino, Centocelle e Tufello.
Dopo decenni di strutture malmesse, Roma sta finalmente trattando i mercati non solo come posti in cui comprare un chilo di patate, ma pezzi di città. Belli, contemporanei, pieni di gente. Insomma: era ora. E guai a rimpiangere i mercati mezzi vuoti e con le serrande abbassate: la loro rinascita è una delle cose migliori successe alla città negli ultimi tempi. Il punto, semmai, è capire per chi stanno rinascendo.
Ed è qui che arriva il secondo paradosso: il mercato è il nuovo place to be dei romani. Non ci andiamo a fare la spesa, ci andiamo a fare tutto il resto. A mangiare. A bere. A fare aperitivo. A pranzo. A cena. A fa’ serata. A prendere un calice di vino naturale appoggiati al banco dove tua nonna comprava il coniglio. Il mercato è diventato uno spazio sociale e, in alcuni casi, è proprio questa trasformazione ad averlo salvato dalle serrande abbassate.
Il problema, quindi, non è che i mercati siano diventati belli. Era ora. Il cortocircuito arriva quando la trasformazione è talmente riuscita che il mercato smette di essere popolare proprio mentre celebra quanto è bello essere popolari. E oggi, in un mondo dove la vita lenta va mostrata più che vissuta, a noi sembra che i mercati romani siano caduti nel trappolone diventano il contrario di sé stessi: un’esperienza instagrammabile che del popolare conserva l’estetica, ma sempre meno il prezzo.
E allora torniamo alla domanda iniziale. Dove fanno la spesa i romani? Secondo noi al supermercato. Al mercato ci vanno a fare l’aperitivo, nel weekend. Possibilmente dopo pilates.
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