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Mercoledì 16 Settembre 2026 12:09

Quando la violenza non lascia lividi, ma ferite invisibili

Ci sono violenze che fanno rumore. E poi ce ne sono altre che si consumano nel silenzio, giorno dopo giorno, senza lasciare necessariamente un segno visibile sulla pelle. È proprio quel silenzio, difficile da riconoscere e ancora più difficile da raccontare, a essere al centro di “Un Silenzio Soffocato”, cortometraggio scritto e diretto da Andrea [...]

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È proprio quel silenzio, difficile da riconoscere e ancora più difficile da raccontare, a essere al centro di “Un Silenzio Soffocato”, cortometraggio scritto e diretto da Andrea Rigon, che affronta il tema della violenza psicologica sulle donne.

Il film sarà presentato giovedì 17 settembre alle ore 18.00 presso Anica Cinema, in Viale Regina Margherita 286 a Roma.

Un progetto nato da un’esigenza personale e professionale del regista, che per la prima volta si è confrontato con la macchina da presa non soltanto attraverso la fotografia, ma assumendo il ruolo di regista.

La nascita del progetto arriva dopo anni trascorsi da fotografo e direttore di un magazine di moda.

“Durante la mia carriera di fotografo e direttore di un magazine di moda ho avuto moltissime esperienze, ma non avevo calcolato che un giorno avrei provato l’emozione di essere regista di un cortometraggio”, racconta Andrea Rigon.

Un passaggio arrivato rapidamente, come spiega lo stesso regista, trovandosi a coordinare un gruppo di persone che lo hanno accompagnato in un’esperienza nuova e impegnativa.

La scelta del tema, invece, affonda le radici in una sensibilità maturata nel tempo.

Rigon racconta di aver incontrato, durante gli anni della sua carriera fotografica, numerose persone e di essersi trovato ad ascoltare anche racconti particolarmente delicati.

Da qui la decisione di trasformare quelle esperienze in un progetto capace di accendere una luce su una forma di violenza che, proprio perché spesso invisibile, può essere difficile da riconoscere.

Locandina_Un silenzio soffocato
Il titolo “Un Silenzio Soffocato” nasce da questa sensazione: quella vissuta dalle donne costrette a sopportare situazioni quotidiane di sopraffazione, fino ad arrivare a sentirsi invisibili e, talvolta, persino responsabili dei problemi della propria famiglia.

“Il mio scopo è dare coraggio e forza a chi deve emergere da questa piaga che soffoca la libertà umana”, spiega Rigon.

A dare volto alla protagonista è Ylenia Mascheroni, che interpreta Elena, una donna vittima di violenza psicologica.

La sua interpretazione nasce anche da una vicinanza personale con il tema affrontato dal film.

“Purtroppo ho sperimentato sulla mia pelle la violenza psicologica”, racconta l’attrice, spiegando di aver sentito il personaggio molto vicino a sé.

Per Mascheroni, il lavoro sul ruolo non è consistito semplicemente nel prepararsi a interpretare emozioni nuove, ma nel riuscire a separare le dinamiche vissute dal personaggio dalle proprie esperienze, mantenendo però un contatto con la dimensione emotiva.

Ylenia Mascheroni e Denis Berri mentre si gira una sena
Ylenia Mascheroni e Denis Berri mentre si gira una sena

Ed è proprio l’invisibilità delle conseguenze a rappresentare, secondo l’attrice, uno degli aspetti più difficili da comprendere.

La violenza psicologica “non lascia segni sulla pelle, ma dentro coloro che la subiscono”.

Il suo auspicio è che il pubblico, uscendo dalla sala, possa comprendere la gravità del fenomeno e soprattutto la necessità di prendere sul serio chi trova il coraggio di parlare e denunciare.

Nel cast anche Denis Berri, chiamato a interpretare il marito violento di Elena.

Un ruolo complesso, affrontato attraverso un lavoro di immersione nella psicologia del personaggio.

“Leggendo attentamente la sceneggiatura ho cercato di entrare nella psicologia mentale del personaggio che ho interpretato”, racconta Berri.

Le scene più intense hanno richiesto un’ulteriore preparazione emotiva: l’attore spiega di essersi preso del tempo da solo prima di alcune riprese particolarmente cariche di odio nei confronti di Elena, così da riuscire a raggiungere l’intensità necessaria.

Ma è soprattutto una riflessione a colpirlo: a differenza della violenza fisica, quella psicologica può produrre ferite che restano interne e che nemmeno le persone più vicine riescono sempre a riconoscere.

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Per Berri, il messaggio del cortometraggio è quindi chiaro: non fermarsi alla “facciata”, ma imparare a cogliere quando una persona potrebbe avere bisogno di aiuto.

Una delle figure che compaiono all’inizio della storia è la madre di Elena, interpretata dall’attrice e modella internazionale Andreea Duma.

Il suo personaggio rappresenta il primo rapporto di violenza psicologica vissuto dalla protagonista fin dalla tenera età.

Duma racconta di essersi avvicinata al ruolo anche attraverso le conoscenze maturate ascoltando le spiegazioni del marito, avvocato che si occupa di diritto di famiglia civile e penale.

L’obiettivo è stato quello di comprendere le dinamiche dell’abuso e provare a entrare nella mentalità di chi lo esercita.

Un compito particolarmente difficile, proprio perché nel film l’abuso è indirizzato a un figlio.

“Mi auguro che il pubblico possa cogliere la gravità dell’argomento e la necessità di comprenderne le dinamiche”, sottolinea Duma.

Deva Volpato ed Andreea Duma
Deva Volpato ed Andreea Duma

Tra gli aspetti più difficili da riconoscere c’è anche il dubbio sistematico su se stessi: interrogarsi continuamente sul proprio comportamento e chiedersi se si stia esagerando o se si sia semplicemente “troppo sensibili”.

Nel cortometraggio trova spazio anche la figura della suocera di Elena, interpretata da Lucia Schierano, personaggio ostile, giudicante e denigrante nei confronti della futura nuora.

Per l’attrice, lavorare con Andrea Rigon è stata una sorpresa.

La difficoltà del ruolo è stata accompagnata, racconta Schierano, dalla chiarezza delle indicazioni del regista e dalla fiducia ricevuta durante la lavorazione.

“Ho cercato di dare peso all’invisibile”, spiega, sottolineando quanto il tema della violenza psicologica possa essere nascosto o sottovalutato.

L’attrice racconta inoltre di aver particolarmente apprezzato l’atmosfera collaborativa nata sul set tra attori e giovani maestranze.

Un’esperienza che, nelle sue parole, ha contribuito a rendere percepibile anche ciò che nel film non viene necessariamente pronunciato: il controllo, il giudizio e quella presenza che continua a farsi sentire anche quando nessuno parla.

C’è poi un’altra storia che rende particolare questo progetto.

Per le riprese sono state coinvolte Elisa Elek, Matilde Guidolin e Giorgia Camillo, tre studentesse del quarto anno della Scuola Superiore Carlo Rosselli di Castelfranco Veneto (TV).

Una scelta voluta da Andrea Rigon anche per portare il tema della violenza psicologica tra i più giovani e contribuire a una maggiore consapevolezza.

Per le tre ragazze, il progetto è stato anche il primo confronto con un vero set professionale.

Elisa Elek descrive l’esperienza come un’opportunità per imparare ogni giorno qualcosa di nuovo lavorando accanto a persone preparate.

Per Matilde Guidolin è stata invece un’esperienza capace di farle conoscere un mondo nuovo, definita unica e importante.

Giorgia Camillo racconta di aver iniziato con qualche timore, per poi acquisire maggiore sicurezza grazie all’aiuto di Andrea Rigon e della troupe.

Ma il valore dell’esperienza, per tutte e tre, non è stato soltanto professionale.

Realizzare un film sulla violenza psicologica ha significato confrontarsi con una tematica delicata anche dietro la macchina da presa.

Per Elisa, il progetto ha fatto comprendere quanto sia importante trattare questi argomenti con attenzione e responsabilità.

Matilde racconta di aver acquisito una maggiore consapevolezza sul tema.

Giorgia, invece, spiega che proprio il lavoro sul film le ha permesso di comprendere più profondamente un problema sociale che tendeva a evitare.

E ora c’è l’emozione dello schermo cinematografico.

Per tre ragazze che hanno lavorato al progetto per più di tre mesi, sapere che il risultato arriverà davanti al pubblico rappresenta una soddisfazione particolare.

Elisa non vede l’ora di condividere il momento con gli spettatori.

Matilde parla dell’emozione di vedere il lavoro di tre mesi proiettato al cinema.

Giorgia sottolinea invece la soddisfazione di sapere che il lavoro realizzato insieme potrà essere visto e compreso da molte persone.

“Un Silenzio Soffocato” nasce così dall’incontro tra interpreti, giovani videomaker, tecnici e professionisti che hanno contribuito alla realizzazione del progetto.

Ylenia Mascheroni
Andreea Duma
Denis Berri
Lucia Schierano
Bruno Palmegiani
Marco Crepaldi
Kejsi Kastrati
Edoardo Cagnin
Deva Volpato
Federico Chieppe
Alex Piva
Diego Zorzi
Antonella Zoggia
Maria Scarsella
Jasmine Luca
Aida Cinaj

Soggetto, sceneggiatura, regia, direzione della fotografia, direzione di produzione e musiche originali: Andrea Rigon

Aiuto regia: Caterina Perroco
Scenografia: Caterina Perroco

Troupe riprese: Matilde Guidolin, Elisa Elek, Giorgia Camillo

Montaggio: Matilde Guidolin, Elisa Elek, Giorgia Camillo

Costumi: Centri Moda Tubia (Noale, VE), Sposissimi (Porto Viro, RO), Bagghy (Strà, VE)

Make up: Pablo Gil Cagnè

Hair stylist: Alessia Manzardo, Salone Elodi (Schio, VI)

Allestimento floreale: I fiori di Michela (Trebaseleghe, PD)

Location: Ristorante Belvedere (Trebaseleghe, PD), House Design Arredamenti (Peseggia, VE), L’Alveare (Bassano del Grappa, VI), Instabile Lab (Santa Maria di Sala, VE), Archeda Bathrooms (Porcia, PN)

Il pubblico potrà incontrare il progetto giovedì 17 settembre alle ore 18.00, quando “Un Silenzio Soffocato” sarà presentato presso Anica Cinema, in Viale Regina Margherita 286, Roma.

Un appuntamento nel quale il cortometraggio proverà a fare ciò che il suo stesso titolo suggerisce: dare forma a un silenzio, portarlo fuori dall’invisibilità e trasformarlo in una storia da guardare e ascoltare.

Il progetto vede inoltre i ringraziamenti speciali a Istituto Carlo Rosselli Castelfranco Veneto (TV), Scarpetta Rossa Milano e Daclè SA.

Un ringraziamento va anche a tutti gli sponsor tecnici che hanno messo a disposizione attrezzature e location.

“Un Silenzio Soffocato” è, prima di tutto, un progetto nato con l’intento dichiarato di sensibilizzare sul tema della violenza psicologica e di contribuire a dare coraggio a chi vive situazioni di abuso.

Perché alcune ferite non si vedono.

Ma questo non significa che facciano meno male.

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