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Giovedì 17 Settembre 2026 10:09

Il ratto delle Sabine e il tradimento di Tarpea

Il ratto delle Sabine e il tradimento di Tarpea


Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo cercato il centro simbolico della città fra l’Umbilicus Urbis e il misterioso mundus attribuito alla fondazione di Romolo. Ora rimaniamo nel tempo leggendario delle origini, ma seguiamo una vicenda che attraversa l’intero paesaggio compreso fra il Campidoglio, il Palatino e la valle del […]

Il ratto delle Sabine e il tradimento di Tarpea


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Il ratto delle Sabine e il tradimento di Tarpea


Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo cercato il centro simbolico della città
fra l’Umbilicus Urbis e il misterioso mundus
attribuito alla fondazione di Romolo. Ora rimaniamo nel tempo leggendario delle origini, ma seguiamo una vicenda che attraversa l’intero paesaggio compreso fra il Campidoglio, il Palatino e la valle del futuro Foro romano: il ratto delle Sabine, il tradimento di Tarpea e l’ingresso dei guerrieri di Tito Tazio nella città.

Per vedere le immagini della storia che stiamo per raccontare dobbiamo allontanarci per un momento dall’area del Foro ed entrare nel Museo del Foro Romano allestito al piano terra del Chiostro di  Santa Maria Nova. Qui sono conservati alcuni frammenti di un lungo fregio marmoreo proveniente dalla Basilica Emilia, l’edificio che si estendeva sul lato settentrionale della piazza.

Museo del Foro Romano.  Il ratto delle Sabine nel fregio proveniente dalla Basilica Emilia, I secolo a.C. I frammenti conservati permettono ancora di riconoscere gli uomini che sollevano e trascinano via le donne [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Museo del Foro Romano.  Il ratto delle Sabine nel fregio proveniente dalla Basilica Emilia, I secolo a.C. I frammenti conservati permettono ancora di riconoscere gli uomini che sollevano e trascinano via le donne [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il fregio, databile prudentemente al I secolo a.C., raccontava episodi legati alle origini di Roma: la costruzione delle mura, il ratto delle Sabine, la guerra combattuta contro il loro popolo e la morte di Tarpea. Quelle storie non erano dunque confinate nei libri. Scorrevano sulle pareti di uno degli edifici più frequentati del Foro, davanti agli uomini che vi entravano per amministrare la giustizia, concludere affari e discutere questioni pubbliche. E nell’angolo nordorientale della Basilica Emilia è possibile osservare dei calchi del fregio originale conservato al Museo del Foro.

Foro Romano, area della Basilica Emilia.  Calco del fregio raffigurante il ratto delle Sabine, il cui originale è conservato nel Museo del Foro Romano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Foro Romano, area della Basilica Emilia.  Calco del fregio raffigurante il ratto delle Sabine, il cui originale è conservato nel Museo del Foro Romano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il racconto comincia poco dopo la fondazione della città. Roma cresceva rapidamente, ma la comunità raccolta intorno a Romolo era composta soprattutto da uomini. Senza donne – osserva Livio – la potenza della nuova città sarebbe potuta durare una sola generazione. Romolo cercò dapprima di ottenere dalle popolazioni vicine il diritto di matrimonio, il conubium. Gli ambasciatori romani sostenevano che anche le città, come ogni altra realtà umana, nascono da umili origini e acquistano grandezza grazie al valore e all’aiuto degli dèi. Le richieste furono però respinte. Secondo Livio, i vicini domandarono con disprezzo perché i Romani non avessero aperto anche alle donne un asilo simile a quello con cui avevano accolto gli uomini: soltanto così avrebbero trovato spose degne di loro (Ab Urbe condita, I, 9, 5).

Roma rischiava seriamente di rimanere una città senza discendenza. Romolo decise allora di ottenere con l’inganno ciò che non aveva ricevuto attraverso le alleanze matrimoniali. Fece annunciare una grande festa, accompagnata da giochi solenni, e invitò le popolazioni vicine. Livio chiama queste festività Consualia e racconta che i giochi furono celebrati in onore di Nettuno Equestre. La tradizione collegava il culto di Conso – antica divinità della mitologia romana, protettrice dell’agricoltura, dei raccolti di grano e dei silos sotterranei – alla valle Murcia, dove sarebbe sorto il Circo Massimo e dove si trovava il suo altare sotterraneo (Livio, Ab Urbe condita, I, 9; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 31).

Arrivarono famiglie da Cenina, Crustumerium e Antemnae; soprattutto giunsero numerosi Sabini, accompagnati dalle mogli e dalle figlie. Gli ospiti entrarono nella nuova città, ne osservarono le mura, le case e le fortificazioni. Nulla sembrava far prevedere ciò che sarebbe accaduto. Quando tutti furono concentrati sullo spettacolo, Romolo diede il segnale convenuto. I giovani romani si gettarono fra la folla e afferrarono le donne (Livio, Ab Urbe condita, I, 9).

Al segnale stabilito, i giovani romani corsero da ogni parte a rapire le fanciulle.

Museo del Foro Romano. Particolare del fregio della Basilica Emilia con un giovane romano che porta via una donna [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Museo del Foro Romano. Particolare del fregio della Basilica Emilia con un giovane romano che porta via una donna [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Nel marmo il movimento è ancora percepibile. Il corpo della donna viene sollevato da terra, le figure si sovrappongono e la scena sembra proseguire oltre i margini del frammento. Possiamo immaginare la festa trasformarsi improvvisamente in tumulto: le grida, le famiglie che cercano di ricongiungersi, gli uomini disarmati costretti ad abbandonare la città e le donne trascinate nelle case romane.

La parola “ratto” rischia oggi di attenuare la violenza dell’episodio. Deriva dal latino rapere, che significa afferrare e portare via con la forza. Le fonti romane cercarono di inserire quella violenza all’interno di un racconto destinato a spiegare la nascita di un nuovo popolo: Livio riferisce le promesse con le quali Romolo cercò di placarle: avrebbero condiviso con i Romani il matrimonio, i beni, la cittadinanza e ciò che più era caro al genere umano, i figli (Ab Urbe condita, I, 9, 14–16). Ma la conclusione politica attribuita al mito non cancella ciò che avvenne all’inizio. Le Sabine non avevano scelto autonomamente di lasciare le proprie famiglie né di sposare gli uomini che le avevano rapite.

Il racconto connesso alle origini di Roma era legato a una contraddizione profonda. La città destinata a integrare popoli differenti nasceva dall’accoglienza degli uomini attraverso l’asilo, ma dalla sottrazione violenta delle donne alle comunità vicine. Soltanto più avanti le Sabine, inizialmente trattate come oggetto della contesa, sarebbero diventate protagoniste della riconciliazione. Prima, però, i loro padri e fratelli si prepararono alla vendetta.

Cenina, Antemnae e Crustumerium affrontarono separatamente i Romani e furono sconfitte. I Sabini, più numerosi e meglio organizzati, attesero invece il momento opportuno. Erano guidati dal loro re, Tito Tazio. Per penetrare nel cuore della città dovevano però impadronirsi della rocca sul Campidoglio, affidata al comandante romano Spurio Tarpeio (Ab Urbe condita, I, 11).

È qui che entra nel racconto Tarpea, figlia del comandante romano incaricato di difendere la rocca. Livio racconta che la giovane era uscita dalle fortificazioni per attingere l’acqua necessaria ai riti. Incontrò Tito Tazio e promise di introdurre i Sabini nella cittadella in cambio di “ciò che portavano sul braccio sinistro”. I Sabini indossavano sul braccio sinistro preziosi bracciali d’oro; sullo stesso braccio, però, reggevano anche gli scudi.

Tarpea aprì loro il passaggio. Una volta entrati nella rocca, i guerrieri la ricompensarono gettandole addosso proprio gli scudi e la schiacciarono sotto il loro peso (Livio, Ab Urbe condita, I, 11).

La uccisero, seppellendola sotto gli scudi: o perché sembrasse conquistata con la forza la rocca, o perché restasse d’esempio che non si deve mantenere fede a un traditore.

Museo del Foro Romano. La punizione di Tarpea nel fregio proveniente dalla Basilica Emilia. La giovane viene sopraffatta dai guerrieri sabini e dai loro scudi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Museo del Foro Romano. La punizione di Tarpea nel fregio proveniente dalla Basilica Emilia. La giovane viene sopraffatta dai guerrieri sabini e dai loro scudi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]La morte di Tarpea divenne una delle immagini più potenti del tradimento. Il suo corpo scompariva sotto gli strumenti stessi della ricompensa richiesta; il luogo dal quale, secondo la tradizione, venivano precipitati i traditori avrebbe preso il nome di Rupe Tarpea. Il racconto racchiudeva una severa ammonizione: chi consegnava la propria comunità al nemico non poteva aspettarsi lealtà neppure da coloro che aveva favorito.

Ma già gli autori antichi conoscevano versioni differenti. Lo stesso Livio riferisce anche una versione secondo la quale Tarpea avrebbe chiesto intenzionalmente gli scudi, e non i bracciali, nel tentativo di privare i Sabini delle armi (Ab Urbe condita, I, 11, 8–9). Dionigi di Alicarnasso espone più estesamente questa interpretazione, attribuendola allo storico Lucio Calpurnio Pisone: la giovane avrebbe informato Romolo del proprio piano e avrebbe cercato di privare i nemici delle armi (Antichità romane, II, 38-40). In questa tradizione Tarpea non era una traditrice, ma una romana caduta nel tentativo di ingannare gli assalitori.

Properzio offrì ancora un’altra versione. Nella quarta elegia del suo ultimo libro immaginò Tarpea come una fanciulla incaricata di attingere acqua per i riti di Vesta. Vedendo Tito Tazio presso la fonte, si sarebbe innamorata del re sabino e avrebbe aperto per lui la cittadella (Elegie, IV, 4). L’avidità lasciava così il posto a una passione impossibile, ma l’esito non cambiava: Tazio rifiutava la donna che aveva tradito Roma e la faceva seppellire sotto gli scudi. Tarpea poteva essere dunque una traditrice avida d’oro, una giovane innamorata oppure una figura tragica che aveva tentato di salvare la città. Le diverse versioni mostrano che i Romani continuarono a interrogarsi sul suo gesto. La sua colpa appariva evidente nel nome lasciato alla rupe, ma le ragioni che l’avevano condotta ad aprire il passaggio restavano controverse.

Anche le monete conservano questa pluralità di memorie. Nell’89 a.C. il magistrato monetario Lucio Titurio Sabino fece coniare due denari strettamente collegati fra loro. Al dritto di entrambi compare il volto barbato del re Tito Tazio. Sul rovescio del primo, due uomini portano via le donne sabine; sul secondo, Tarpea emerge da una massa di scudi mentre due guerrieri stanno per gettarne altri sopra di lei.

Denario di Lucio Titurio Sabino, 89 a.C. Al dritto, testa barbata del re sabino Tito Tazio; al rovescio, Tarpea, già sommersa dagli scudi, cerca di respingere due guerrieri pronti a gettarne altri sopra di lei. In alto compaiono una stella e una falce lunare. Zecca di Roma, argento, 19 mm, 4,08 g; RRC 344/2c. Classical Numismatic Group, già Byron Schieber Collection ed ex Goodman Collection; immagine via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5.
Denario di Lucio Titurio Sabino, 89 a.C. Al dritto, testa barbata del re sabino Tito Tazio; al rovescio, Tarpea, già sommersa dagli scudi, cerca di respingere due guerrieri pronti a gettarne altri sopra di lei. In alto compaiono una stella e una falce lunare. Zecca di Roma, argento, 19 mm, 4,08 g; RRC 344/2c. Classical Numismatic Group, già Byron Schieber Collection ed ex Goodman Collection; immagine via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5.
Le due monete facevano circolare insieme l’inizio e la conseguenza della guerra. Passando di mano in mano, portavano nelle botteghe e nei mercati due immagini delle origini di Roma. Il cognome Sabinus del magistrato monetario suggerisce inoltre che la scelta dei soggetti richiamasse una memoria familiare o un’identità sabina, sebbene non possiamo ricostruire con certezza il significato politico che il monetario attribuiva alla serie.

Il fregio della Basilica Emilia e i denari di Lucio Titurio mostrano che il ratto e la morte di Tarpea non erano soltanto “storie” conservate dagli scrittori. Erano immagini riconoscibili, esposte sugli edifici e impresse sulle monete. Chi le osservava non aveva bisogno che gli venisse spiegato ogni episodio: un uomo che trascinava una donna, una fanciulla circondata dagli scudi e il volto di Tito Tazio erano sufficienti a far riemergere l’intero racconto.

Con la rocca ormai nelle mani dei Sabini, la guerra poteva scendere dal Campidoglio nella valle del futuro Foro. Qui Romolo avrebbe invocato Giove Statore, Mettius Curtius sarebbe precipitato nel terreno paludoso e le donne rapite durante i giochi sarebbero tornate al centro del racconto: non più come prede contese fra due popoli, ma come protagoniste capaci di fermarne la guerra. È da questo momento che riprenderemo il nostro viaggio nel prossimo articolo.

[Maria Teresa Natale]

 

Il ratto delle Sabine e il tradimento di Tarpea


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