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Venerdì 18 Settembre 2026 21:09

Quella crisi che parte dall’auto, passa a Le Grange e tocca Reno de Medici

Bastano pochi chilometri di Ciociaria per passare da un centro commerciale che chiude i negozi a un investimento farmaceutico da due miliardi di euro. Tra...

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Bastano pochi chilometri di Ciociaria per passare da un centro commerciale che chiude i negozi a un investimento farmaceutico da due miliardi di euro. Tra il Cassinate e Anagnino, la stessa provincia sta raccontando due storie opposte. Che l’Automotive sarebbe cambiata, ad un certo punto lo hanno capito tutti. Che il Cassinate ci fosse arrivato con un solo motore acceso, lo si scopre adesso: nelle vetrine chiuse di Le Grange, nella cassa integrazione alla Reno De Medici, nei lavoratori che vanno a cercare fortuna a Ferentino.

La crisi industriale del Cassinate non è più solo una questione che riguarda Stellantis, i suoi lavoratori e i cancelli dello stabilimento di Piedimonte San Germano. I sindacati lo avevano detto: tracimerà su ogni livello dell’economia: fino al porchettaro che faceva i panini davanti allo stabilimento, fino alla signora che spazzava l’asfalto, fino alle signorine di strada che affollavano ogni sera l’asse attrezzato mostrando la loro personale mercanzia ai camionisti. Più delle Legge Merlin potè la crisi.

Quel momento previsto dai sindacalisti è arrivato. È ormai una crisi che si misura fuori dalle fabbriche, nei consumi, nei negozi, nelle famiglie e nella capacità complessiva del territorio di produrre e distribuire ricchezza.


Il servizio trasmesso l’altra sera da Fuori dal Coro sul centro commerciale Le Grange ha semplicemente acceso una luce su questa realtà: oltre venti negozi chiusi, sempre meno persone davanti alle vetrine e soprattutto la scomparsa di quella presenza degli operai che, durante la pausa pranzo, rappresentava una parte importante della clientela. E che durante i fine settimana, con le loro famiglie, erano l’ossatura dei fatturati tra alimentari ed abbigliamento.

Le Grange non è il problema. È una delle conseguenze della crisi industriale. Quel centro commerciale funzionava perché funzionava l’economia che gli stava intorno. Gli stipendi prodotti dalla grande industria entravano nei negozi, nei bar, nei ristoranti e nei servizi. Oggi quel denaro circola molto meno. Questo è il punto dal quale bisognerebbe partire. Quando Stellantis rallenta, non rallenta soltanto una catena di montaggio. Rallenta l’indotto, diminuiscono i servizi, si riducono i consumi e alla fine ne risente anche il commercio. È un effetto domino.

La vicenda degli ex lavoratori della Trasnova lo dimostra: professionalità costruite nell’automotive vengono oggi intercettate da aziende di Ferentino e Anagni attraverso percorsi di ricollocazione. In che modo?


Uno dei reparti del chimico farmaceutico di Anagni
Sono metalmeccanici che fino a pochi anni fa centravano la medaglia d’oro o d’argento del World Class Manufacturing, il metodo Yamashima nato per eliminare gli sprechi, azzerare i difetti e raggiungere i più alti standard di eccellenza globale. E quella capacità appresa lungo le linee di Piedimonte San Germano ora può essere convertita alle catene di produzione del Chimico-Farmaceutico: sempre linee di produzione sono, se ci passano auto o blister fa poca differenza.

È una buona notizia per chi trova lavoro, ma è anche il segnale di una debolezza del territorio: le competenze restano, mentre il lavoro si sposta altrove.

Nel frattempo, sul territorio pesa un’altra crisi industriale, quella della Reno De Medici di Villa Santa Lucia, con la cassa integrazione per 13 settimane e il timore di ulteriori conseguenze occupazionali. Il sindaco Orazio Capraro ha chiesto un incontro con la direzione dello stabilimento. (Leggi qui:
L’altra crisi della Ciociaria: le cartiere col fiato corto oltre al rebus Stellantis
).


Reno de Medici
È un passaggio doveroso. Ma la vicenda della cartiera dovrebbe essere letta insieme a quella di Stellantis: non perché le due aziende siano uguali, ma perché entrambe rappresentano pezzi importanti di un sistema produttivo che oggi mostra tutta la propria fragilità. E quando due grandi realtà industriali entrano contemporaneamente in difficoltà, il problema non è più soltanto occupazionale. Diventa un problema di sviluppo.

Ed è qui che nasce il confronto con il Nord della provincia di Frosinone. Perché mentre il Cassinate subisce in maniera così pesante la crisi dell’automotive, tra Anagni e Ferentino continuano a concentrarsi investimenti e nuove opportunità, soprattutto nel farmaceutico, nella logistica e in altri comparti industriali. L’investimento messo a terra da Novo Nordisk ad Anagni, per circa 2 miliardi di euro, è uno degli esempi più significativi di questa capacità di attrarre capitali e prospettive occupazionali.


Uno degli ingressi dello stabilimento Novo Nordisk di Anagni
La domanda, allora, non è se il Nord della provincia sia “più bravo” del Cassinate. È una domanda molto più seria: che cosa ha permesso a quell’area di costruire una maggiore diversificazione industriale mentre qui siamo rimasti così dipendenti dall’automotive?

La risposta probabilmente non è una sola. Ci sono le infrastrutture, la logistica, la posizione geografica, le filiere già presenti, la capacità di attrarre nuovi investimenti, la disponibilità di competenze e anche la possibilità di riconvertire aree industriali. Ma c’è soprattutto un elemento: la diversificazione.

Un territorio nel quale esistono più filiere riesce ad assorbire meglio le crisi. Se un’azienda rallenta, ce ne sono altre che possono crescere. Se un settore attraversa una fase negativa, un altro può creare occupazione. Se un lavoratore perde il posto, può avere maggiori possibilità di trovarne un altro senza dover lasciare il territorio. Il Cassinate, invece, ha avuto per decenni un motore straordinariamente potente: l’automotive. Il problema è che quel motore è diventato troppo importante rispetto agli altri.


I corridoi vuoti a Le Grange
Qui sarebbe facile aprire una polemica politica. Chiedersi chi abbia sbagliato, chi avrebbe dovuto fare di più, chi sia stato più lungimirante. Ma sarebbe probabilmente il modo più semplice per non affrontare il problema. Anche perché un certoAntonio Tajani, quando era Commissario Ue all’industria, promosse l’agenda Cars 2020 per tutelare l’Automotive fino a quell’anno. Che dopo le cose sarebbero cambiate si sapeva con largo anticipo. Ma nessuno ha avuto né la capacità né il coraggio di affrontare la questione.

La domanda allora è: abbiamo costruito abbastanza, negli ultimi vent’anni, per preparare il Cassinate al giorno in cui l’automotive avrebbe cambiato profondamente pelle? Perché era prevedibile che l’industria automobilistica sarebbe cambiata. L’Agenda Ue Cars2020 lo lasciava intuire. Era prevedibile la transizione tecnologica. Era prevedibile che i grandi gruppi avrebbero ridisegnato produzioni e stabilimenti. Difendere Stellantis era necessario ma contemporaneamente sarebbe servito costruire ciò che poteva crescere accanto a Stellantis.

Oggi gli effetti sono visibili. Nei negozi che chiudono. Nei consumi che diminuiscono. Nei lavoratori che cercano occupazione a Ferentino o Anagni. Nelle famiglie che fanno più fatica. Nell’aumento delle persone che chiedono aiuto alla rete della solidarietà e alla Caritas. Questa è la vera conseguenza della crisi industriale: non soltanto meno occupazione, ma meno ricchezza che circola.


Le serrande abbassate
Ed è qui che Le Grange torna dentro il ragionamento. Non come problema commerciale, ma come termometro. Se non ci sono più gli operai a fare la pausa pranzo, se le persone non passeggiano più davanti alle vetrine, se i negozi chiudono, significa che una parte della ricchezza prodotta dall’industria non arriva più come prima all’economia quotidiana. Il confronto con il Nord della provincia dovrebbe servire proprio a questo: non a fare una classifica ma a capire.

Il Cassinate ha competenze, lavoratori specializzati, un’università, aree industriali e una storia manifatturiera importante. Non deve ricominciare da zero. Deve utilizzare quello che ha per attrarre altro: nuove filiere, ricerca, innovazione, logistica, tecnologie, servizi avanzati, imprese capaci di valorizzare le competenze già presenti.

La domanda non può essere soltanto quando Stellantis tornerà a produrre ai livelli del passato. Deve essere: che cosa vogliamo che produca il Cassinate quando Stellantis non potrà più essere, da sola, il motore dell’intero territorio? Perché il vero problema non è Le Grange. Non è nemmeno soltanto Stellantis. Non è Reno De Medici. Il vero problema è un territorio che ha bisogno di più motori per tornare a produrre benessere. E forse è proprio questa la discussione che il Cassinate deve avere adesso, prima che le vetrine chiuse diventino semplicemente la normalità.

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Fonte:
Alessio Porcu

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