Lunedì 21 Settembre 2026 13:09
“Custer”, il ritratto firmato McMurtry


Nello scarno profilo biografico dedicato al generale morto nella fallita spedizione contro gli indiani delle pianure, la chiave per comprendere l'immaginario collettivo non solo americano
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Perché la battaglia del Little Bighorn, nella parte più orientale del Montana, dove il il 25 giugno 1876 le truppe del 7° Reggimento Cavalleria del giovane esercito degli Stati Uniti vennero massacrate dagli indiani Lakota (Sioux), Cheyenne e Arapaho, è così decisiva per comprendere l’immaginario non soltanto americano, ma anche nostro? Può una sconfitta essere più importante di qualsiasi vittoria? Quale senso dobbiamo attribuire a quella vicenda bellica entrata ormai nella storia dell’uomo moderno, al pari di tanti altri scontri perfino più celebri, al punto da poter essere paragonata a Waterloo, Stalingrado, la Marna e Omaha Beach?
Leggere Custer, tradotto per Einaudi da Gaspare Bona, lo scarno profilo biografico che Larry McMurtry (1936-2021) dedicò al famoso generale pronto a guidare la fallita spedizione contro gli indiani accampati in prossimità delle grandi pianure, nel corso della quale egli stesso trovò la morte insieme a un pugno di ufficiali e circa duecentocinquanta soldati, può sostanziare queste domande lasciando al lettore il compito di elaborare le possibili risposte. Il volumetto andrebbe considerato un dittico insieme alla simile rievocazione che il medesimo autore fece del condottiero indiano, Cavallo pazzo.
In entrambi i casi McMurtry non intende ricostruire la vita dei due avversari, quanto piuttosto evocarne gli spiriti che presumibilmente li sospinsero uno contro l’altro. Per quanto riguarda George Armstrong Custer, nonostante lo sterminato materiale disponibile, resta un mistero in quest’uomo fanatico e ambizioso, cinico e opportunista, eppure capace di alimentare dentro se stesso un dolce sentimento nei confronti dell’amata moglie Libbie. Larry McMurtry lascia alla testimonianza del soldato semplice Thomas Coleman il compito di consegnarci l’ultimo fotogramma, ricordando il sorriso che il generale ancora mostrava dopo essere stato ucciso.
All’accademia militare di West Point il futuro paladino si era classificato all’ultimo posto. Niente lasciava presumere ciò che sarebbe diventato. Dimostrò di essere un comandante inflessibile nelle feroci contese della guerra di secessione, non esitando a giustiziare alcuni confederati irregolari. Nei pressi del fiume Washita, in Oklahoma, il 27 novembre 1868 massacrò un centinaio di Cheyenne attaccandoli all’alba senza pietà. Mentre in quell’occasione dividere le truppe gli fu propizio, otto anni dopo a Little Bighorn risultò fatale, in quanto Custer non si rese conto che di fronte aveva migliaia di indiani pronti a vendere cara la pelle, spronati e istruiti dal mitico Toro Seduto, guerriero e stregone. La disfatta yankee segnò paradossalmente la fine della cultura nativa americana, in considerazione della tremenda vendetta che determinò nei loro confronti. Da quel momento i pellerossa vennero confinati nelle riserve. La civiltà del bufalo e della prateria era finita per sempre.
21 settembre 2026
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