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Mercoledì 23 Settembre 2026 09:09

I “Preti contro il genocidio” e la sfida del disarmo



Partito da Santo Spirito in Sassia il corteo che ha raggiunto la sede di Leonardo Spa, leader nel settore della difesa. Il missionario Zanotelli: «Le armi vengono pagate attraverso le banche. Le parrocchie ritirino i fondi da questi istituti»

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Un telo bianco con centinaia di nomi e, accanto, le rispettive età. Nomi di bambini, come Hikmat, un anno, Fatima, due anni, Hadi, 12 anni. Tutti scritti a mano. Con inchiostro rosso quelli dei 145 bimbi uccisi in Libano tra aprile e settembre di quest’anno, dopo il “cessate il fuoco” proclamato solo a parole. Con pennarello nero i nomi dei 291 piccoli palestinesi uccisi a Gaza tra ottobre 2025 e agosto 2026. Il drappo – come un grande sudario – ha aperto ieri, martedì 22 settembre, la marcia promossa dalla rete internazionale “Preti contro il genocidio”, alla quale hanno partecipato oltre duecento persone. La maggior parte sacerdoti, giunti da otto Paesi e da diverse regioni d’Italia. In corteo anche religiose e cittadini che stringevano tra le mani opere in bianco e nero del gesuita Adolf Meister, raffiguranti scene di guerra, e dell’artista Gianluca Costantini, ritraenti la Vergine Maria con Gesù in braccio e la scritta “Christ Died in Gaza” (Cristo è morto a Gaza), ispirate alla fotografia di una mamma palestinese che piange il proprio figlio.

Il pomeriggio si è aperto nella chiesa di Santo Spirito in Sassia con la recita della coroncina della Divina misericordia. Il corteo ha poi attraversato via della Conciliazione, ha sostato in meditazione davanti alla basilica di San Pietro, ha fatto tappa davanti all’ambasciata dello Stato di Palestina presso la Santa Sede per recitare il Padre Nostro in arabo, e a quella della Repubblica Libanese presso la Santa Sede per pregare l’Ave Maria in francese. Dopo aver percorso anche una delle vie dello shopping romano, via Cola di Rienzo, la marcia si è conclusa infine di fronte alla sede di Leonardo, azienda italiana attiva nei settori della difesa e della sicurezza, tra i maggiori gruppi industriali al mondo nella produzione ed esportazione di tecnologie e armamenti militari.


(foto: diocesi di Roma/Gennari)
«In questo edificio l’intelligenza umana e quella artificiale sono messe a servizio delle armi – ha denunciato l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia -. È proprio in questi luoghi che la guerra si concepisce prima di tutto con il pensiero. Ci sono le fabbriche in cui le armi si costruiscono, ma la radice culturale è in questi contesti dove si pensa solo al profitto gigantesco e scandaloso». Rifacendosi poi a un vecchio testo di Francesco Guccini e alle opere di Costantini ha sottolineato che «Dio è morto non solo nei campi di Auschwitz. Dio è morto a Gaza, Dio è morto in Cisgiordania, Dio è morto nei campi di battaglia del mondo, ma il terzo giorno risorge».

L’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo Franco Moscone ha riflettuto sulle responsabilità dei produttori di armi. «Penso sia inutile che la Corte di giustizia internazionale emetta mandati di cattura per i grandi leader, da Putin a Zelensky a Netanyahu – ha affermato -. Dovrebbe emetterli per gli amministratori e per quelli che siedono nei Cda delle industrie che costruiscono, vendono e fanno profitti con le armi. Se lo facesse, forse si fermerebbe l’escalation di violenza». Volgendosi verso il palazzo di Leonardo in piazza Monte Grappa, nel quale «si fanno soldi sul sangue degli altri», ha sottolineato che i cristiani italiani devono opporsi alla guerra «non solo in qualità di credenti in Gesù nostra pace, ma perché lo afferma anche la Costituzione».

Una proposta concreta di disarmo arriva dal missionario comboniano padre Alex Zanotelli. «Le armi che arrivano nei settori di conflitto, come in Israele, vengano pagate attraverso le banche – ha detto -. Per questo è fondamentale che le parrocchie facciano un passo concreto e avviino un boicottaggio bancario ritirando i propri fondi da questi istituti per mettere in crisi l’intero sistema». Ritiene «fondamentale» che i sacerdoti scendano in piazza, a patto che «poi portino questo messaggio nelle loro comunità dove regna ancora troppo silenzio».


Padre Alex Zanotelli (foto: diocesi di Roma/Gennari)
Ieri mattina i sacerdoti della rete hanno avuto un incontro a porte chiuse durante il quale sono state condivise esperienze. «Dalla Terra Santa giunge l’invito a continuare a recarsi lì in pellegrinaggio – ha spiegato don Paolo Salvini, parroco della parrocchia romana della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo -. Si tratta di testimonianze di resistenza non violenta che affonda le proprie radici nel Vangelo e nell’amore. Per noi vedere il Vangelo incarnato in questo modo è estremamente prezioso». Gli fa eco don Paolo Quatrini, della diocesi di Civita Castellana e consigliere nazionale di Pax Christi, rientrato da pochi giorni da un pellegrinaggio in Terra Santa. «Le nostre comunità devono affrontare questi temi. Se non lo facciamo e non costruiamo umanità, il Vangelo non si incarna e resta fatto di parole di plastica».

Per padre Renato Colizzi, gesuita e direttore nazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa, per i cristiani che devono testimoniare il Vangelo «questo è un tempo particolare che chiede di mettere insieme il messaggio di Gesù con quanto sta accadendo nel mondo. È un test di autenticità per la nostra fede». Una responsabilità particolare per i sacerdoti, che si sentono «chiamati in causa» perché «laddove si configura un genocidio, vengono scosse le stesse basi della nostra fede e dei nostri valori». Dello stesso parere padre Ulisse Zanoletti, missionario saveriano, il quale rimarca che quella di ieri è stata una manifestazione di sacerdoti che «vorrebbero coniugare verità e giustizia. Crediamo nel dialogo, crediamo che la pace sia possibile e crediamo nella forza della preghiera. Vogliamo metterci la faccia per denunciare che il popolo palestinese sta subendo un vero e proprio genocidio».

Padre Massimo Nevola, superiore della Comunità di Sant’Ignazio, richiama alla responsabilità di governi e istituzioni religiose «a reclamare vie alternative per la soluzione dei conflitti di questa terza guerra mondiale in corso: il dialogo, i percorsi di giustizia riparativa e un’equa distribuzione dei beni della terra. Come sacerdoti cattolici, desideriamo unirci a tutti i leader religiosi che credono nel Dio della vita e rifiutano l’idea che si possa uccidere nel Suo nome. Il nostro cammino vuole essere una presenza vigile, di sentinella, in un momento storico in cui qualcuno sembra aver stabilito che non tutti abbiano il diritto di vivere».

23 settembre 2026

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