Venerdì 25 Settembre 2026 10:09
Stranieri in classe: il problema è restare estranei


L’inclusione richiede insegnanti preparati, attenzione all’apprendimento linguistico, collaborazione con le famiglie, regole comuni e, soprattutto, relazioni. Il fallimento non è avere studenti diversi. È farli vivere per anni uno accanto all’altro senza riuscire a farli diventare compagni
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C’è un modo sbagliato di porre una domanda giusta: parlare del “problema degli stranieri in classe” come se il problema fossero gli stranieri. Le parole contano. E quando una persona diventa una categoria, il rischio è che poco dopo quella categoria diventi un problema. La scuola italiana è già cambiata. Nelle aule siedono ragazzi nati in Italia da famiglie immigrate, studenti arrivati da pochi mesi, giovani che parlano più lingue e appartengono a culture e religioni differenti. Non è un’emergenza e non è una parentesi. È semplicemente la scuola di oggi.
Le difficoltà esistono e sarebbe inutile negarle. La scarsa conoscenza dell’italiano può rallentare l’apprendimento. Differenze culturali e familiari possono produrre incomprensioni. In alcune classi emergono isolamento, diffidenza, stereotipi e conflitti. Ma proprio qui comincia il compito della scuola: distinguere i problemi dalle persone. Mettere tutti nella stessa aula non significa integrare. È soltanto il punto di partenza. Si può condividere per anni lo stesso banco e rimanere estranei. L’inclusione richiede insegnanti preparati, attenzione all’apprendimento linguistico, collaborazione con le famiglie, regole comuni e, soprattutto, relazioni. Né basta qualche giornata interculturale, magari accompagnata da bandiere, piatti tipici e buone intenzioni. La convivenza si costruisce nella normalità dei giorni.
Anche l’insegnamento della religione cattolica può offrire il proprio contributo. La Bibbia, del resto, conosce bene la figura dello straniero. Israele è continuamente richiamato alla memoria della propria condizione di popolo migrante: «Anche voi foste stranieri in terra d’Egitto». Da questa memoria nasce un imperativo preciso: non opprimere il forestiero, non lasciarlo ai margini, riconoscergli dignità e tutela. Nel Levitico l’invito diventa ancora più radicale: lo straniero che vive in mezzo al popolo deve essere trattato come uno del luogo e amato come sé stessi.
Nel Vangelo questa prospettiva si allarga ulteriormente. Il Buon Samaritano rompe il confine tra vicino e lontano, tra appartenente ed estraneo. E nel giudizio finale di Matteo l’accoglienza dello straniero diventa addirittura criterio di riconoscimento dell’altro: «Ero straniero e mi avete accolto». La domanda «chi è il mio prossimo?» acquista allora un significato molto concreto quando il prossimo parla un’altra lingua, viene da un altro Paese o professa una fede diversa.
Una scuola plurale, però, non è automaticamente una scuola inclusiva. Le differenze non devono essere cancellate, ma neppure trasformate in recinti. Servono diritti e doveri condivisi, il rispetto delle identità e la capacità di riconoscersi dentro una stessa comunità. Per questo forse dovremmo smettere di chiederci quanti stranieri ci siano nelle nostre classi. La domanda più seria è un’altra: quanti studenti, alla fine dell’anno, sentono davvero di appartenere a quella classe? È questa la misura dell’inclusione. Perché il fallimento non è avere studenti diversi tra loro. È farli vivere per anni uno accanto all’altro senza riuscire a farli diventare compagni. (Rosario Chiarazzo, direttore Ufficio diocesano pastorale scolastica)
25 settembre 2026
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