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Sabato 26 Settembre 2026 19:09

Le Sabine fermano la guerra tra Romani e Sabini

Le Sabine fermano la guerra tra Romani e Sabini


Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo raccontato il ratto delle Sabine e il modo in cui Tarpea, secondo la versione più nota della leggenda, consegnò ai guerrieri di Tito Tazio la rocca del Campidoglio. Con la cittadella ormai nelle mani dei Sabini, la guerra scese dal Campidoglio nella valle […]

Le Sabine fermano la guerra tra Romani e Sabini


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Le Sabine fermano la guerra tra Romani e Sabini


Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo raccontato
il ratto delle Sabine e il modo in cui Tarpea, secondo la versione più nota della leggenda, consegnò ai guerrieri di Tito Tazio la rocca del Campidoglio
.

Con la cittadella ormai nelle mani dei Sabini, la guerra scese dal Campidoglio nella valle del Foro. I Romani furono respinti e cominciarono a fuggire verso il Palatino. Romolo, vedendo i suoi uomini disperdersi, alzò le armi verso il cielo e invocò Giove. E proprio nel momento in cui la guerra sembrava destinata a travolgere la nuova città, le donne rapite tornarono al centro del racconto: non più trascinate fra le braccia degli uomini, ma pronte a porsi volontariamente fra i due eserciti.

Proviamo ancora una volta a guardare il Foro Romano con gli occhi del racconto. La piazza lastricata non esiste; fra il Campidoglio e il Palatino si stende un terreno basso e irregolare, segnato dall’acqua e dal fango. I Romani fuggono disordinatamente verso la porta che dà accesso al colle. I Sabini li inseguono. Il rumore delle armi riempie la valle, dove oggi passiamo tra templi, basiliche e colonne.

Romolo cerca di fermare i suoi uomini, ma nessuno sembra più ascoltarlo. Alza allora le armi verso il cielo e si rivolge a Giove Statore. Livio pone sulle sue labbra una preghiera nella quale il nome stesso del dio nasce dal gesto richiesto (Ab Urbe condita, I, 12):

Allontana il terrore dai Romani e arresta questa vergognosa fuga. Qui ti prometto un tempio, Giove Statore.

Stator deriva dal verbo latino sistere, “fermare”, “far restare saldo”. Giove era invocato non soltanto perché arrestasse fisicamente la fuga, ma perché restituisse agli uomini la capacità di resistere. Il dio doveva rendere nuovamente stabile ciò che il terrore aveva disperso.

Secondo Livio, dopo la preghiera Romolo gridò ai soldati che Giove ordinava loro di fermarsi e di riprendere il combattimento. Fu allora che i Romani ricomposero le file e si scagliarono contro Mettius Curtius. Il guerriero sabino ripiegò a cavallo e finì nel terreno paludoso; riuscì però a liberarsi dal fango e a raggiungere i suoi. È l’episodio che, secondo una delle tradizioni già incontrate, avrebbe dato il nome al
Lacus Curtius
.

La tradizione collocava l’invocazione di Romolo nei pressi dell’antica Porta Mugonia, uno degli accessi al Palatino, lungo il tratto superiore della Via Sacra. La posizione esatta della porta e del luogo consacrato a Giove Statore rimane però discussa.

Il tratto superiore della Via Sacra presso l’Arco di Tito e l’inizio del Clivo Palatino. In questo settore la tradizione collocava la Porta Mugonia e il luogo nel quale Romolo avrebbe invocato Giove Statore; la loro posizione esatta rimane incerta [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]

Una possibile immagine di questo settore della Via Sacra potrebbe essere conservata in un rilievo proveniente dal sepolcro degli Haterii, oggi ai Musei Vaticani. Vi compaiono un arco indicato dall’iscrizione come arcus in Sacra Via summa e, accanto, un tempio dedicato a Giove. Secondo un’ipotesi, che sviluppa una ricostruzione topografica proposta dall’archeologo Filippo Coarelli, l’arco potrebbe conservare l’aspetto monumentale assunto in età imperiale dall’antica Porta Mugonia, mentre il tempio sarebbe identificabile con quello di Giove Statore. Questa lettura, illustrata anche da
Marco Gradozzi
, è suggestiva ma non definitiva: l’arco viene generalmente riconosciuto come l’Arco di Tito e il tempio è stato riferito anche a Giove Tonante.

Dettaglio di un rilievo proveniente dal sepolcro degli Haterii, fine I- inizi II secolo d.C.. A sinistra è raffigurato l’arcus in Sacra Via summa; a destra un tempio dedicato a Giove. La loro possibile identificazione con la Porta Mugonia monumentalizzata e con il tempio di Giove Statore rimane discussa. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Profano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Dettaglio di un rilievo proveniente dal sepolcro degli Haterii, fine I- inizi II secolo d.C.. A sinistra è raffigurato l’arcus in Sacra Via summa; a destra un tempio dedicato a Giove. La loro possibile identificazione con la Porta Mugonia monumentalizzata e con il tempio di Giove Statore rimane discussa. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Profano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Anche l’esistenza di un tempio costruito da Romolo richiede una precisazione. Nel primo libro Livio attribuisce al fondatore il voto di erigere un templum. Tornando sull’episodio nel racconto degli avvenimenti del 294 a.C., però, chiarisce che fino ad allora era esistito soltanto un fanum, vale a dire un luogo ritualmente delimitato come templum, ma privo di un edificio (Ab Urbe condita, X, 37, 15-16).

In quell’anno, durante una battaglia contro i Sanniti nella quale l’esercito romano aveva nuovamente rischiato la fuga, il console Marco Atilio Regolo promise a Giove Statore un tempio vero e proprio. Poiché lo Stato si trovava ormai vincolato per la seconda volta dal medesimo voto, il Senato ordinò che fosse costruita anche l’aedes, l’edificio destinato al culto (Ab Urbe condita, X, 36, 11; 37, 15–16). Il monumento repubblicano rendeva dunque permanente un’immagine nata dal mito: Roma poteva vacillare, ma nel momento decisivo Giove la aiutava a fermarsi e a ritrovare la propria compattezza.

La battaglia fra Romani e Sabini, tuttavia, non terminò per l’intervento del dio né per la vittoria di uno dei due eserciti. Mentre gli uomini tornavano ad affrontarsi, accadde qualcosa che nessuno di loro aveva previsto. Le donne sabine rapite durante i giochi uscirono dalle case e corsero verso il luogo dello scontro. Livio le descrive con i capelli sciolti e le vesti strappate, mentre attraversano il campo di battaglia nonostante le armi scagliate sopra le loro teste. Fino a quel momento erano state trattate come oggetto della contesa. Ora furono loro a decidere che cosa dovesse accadere, ponendosi tra i due eserciti (Ab Urbe condita, I, 13):

Supplicavano da una parte i padri, dall’altra i mariti, perché suoceri e generi non si macchiassero reciprocamente di sangue empio.

Il loro gesto rovesciava il significato della guerra. Per i combattenti esistevano ancora due popoli contrapposti: Romani e Sabini. Per le donne, invece, quelle comunità erano ormai legate da rapporti che la violenza stessa aveva finito per creare. Da una parte si trovavano i padri e i fratelli, dall’altra i mariti; fra loro c’erano i figli nati dalle nuove unioni. Qualunque fosse stato l’esito della battaglia, le Sabine avrebbero perduto qualcuno. Chiesero dunque che la violenza ricadesse su di loro, qualora non fosse possibile raggiungere la pace. Preferivano morire piuttosto che vivere vedove oppure private dei padri e degli altri familiari, con la consapevolezza che i loro figli erano nati fra uomini uniti ormai da un delitto di sangue.

Jacques-Louis David, Le Sabine, 1799, olio su tela. Le donne sabine si interpongono fra gli eserciti di Romolo e Tito Tazio. Parigi, Musée du Louvre, inv. INV 3691 [Immagine: Wikimedia Commons, pubblico dominio]
Jacques-Louis David, Le Sabine, 1799, olio su tela. Le donne sabine si interpongono fra gli eserciti di Romolo e Tito Tazio. Parigi, Musée du Louvre, inv. INV 3691 [Immagine: Wikimedia Commons, pubblico dominio]La tradizione attribuiva un ruolo particolare a Ersilia. Livio la presenta come moglie di Romolo e racconta che, già dopo le prime vittorie romane, aveva chiesto al marito di perdonare i genitori delle donne rapite e di accoglierli nella nuova comunità (Ab Urbe condita, I, 11). Dionigi di Alicarnasso riportava una versione differente. Secondo il racconto da lui ritenuto più plausibile, Ersilia era una donna sabina già sposata e non era stata rapita: aveva seguito volontariamente la figlia, condotta via dai Romani, e aveva poi condiviso la sorte delle altre donne. Fu lei a proporre di presentarsi ai due eserciti insieme ai bambini e di chiedere la riconciliazione (Antichità romane, II, 45). Anche Plutarco conosceva entrambe le tradizioni: per alcuni Ersilia era moglie di Romolo, per altri di Osto Ostilio (Vita di Romolo, 14).

Il mito non elimina la violenza dalla quale tutto era cominciato. Cerca però di trasformarne l’esito. Le Sabine non tornano semplicemente alle loro case di origine, come se il tempo trascorso a Roma non fosse mai esistito, né accettano passivamente che la guerra stabilisca a quale uomo debbano appartenere. Impongono una terza soluzione: i due popoli dovranno unirsi. Romolo e Tito Tazio accettarono la pace e stabilirono di governare insieme. Parte dei Sabini si stabilì a Roma e le due comunità furono riunite in un unico corpo civico.

Secondo Livio, i Romani assunsero il nome di Quirites dalla città sabina di Cures, mentre le trenta curie ricevettero i nomi di altrettante donne sabine. Poiché le donne rapite erano certamente più di trenta, già ai tempi dello storico non si sapeva se quelle prescelte fossero state individuate per età, per dignità propria o dei mariti, oppure mediante sorteggio (Ab Urbe condita, I, 13, 5-7).

Alla pace fra i due popoli era collegata anche un’altra tradizione, ricordata da Plinio il Vecchio. Romani e Sabini, dopo aver deposto le armi, si sarebbero purificati con rami di mirto nel luogo in cui più tardi sarebbe sorto il piccolo santuario di Venere Cloacina (Naturalis historia, XV, 119). Ne abbiamo già parlato nel primo articolo della serie,
Le origini del Foro Romano: dalla palude al primo Foro
, dove abbiamo osservato anche i resti del piccolo sacello. Qui quella tradizione acquista però un significato nuovo. Il mirto, pianta sacra a Venere, segnava simbolicamente il passaggio dalla guerra alla pace: i due popoli non si limitavano a deporre le armi, ma si liberavano ritualmente dal sangue e dalla violenza che li avevano divisi.

Siamo così riusciti a ricomporre idealmente l’intera sequenza nello spazio del Foro. Verso il Palatino Romolo aveva invocato Giove affinché arrestasse la fuga dei Romani; nella valle le Sabine si erano collocate fra i due eserciti; nell’area in cui più tardi sarebbe sorto il sacello di Venere Cloacina, davanti alla Basilica Emilia, Romani e Sabini avrebbero deposto le armi e si sarebbero purificati insieme. Il Foro era diventato il luogo nel quale una comunità nata dalla violenza provava a raccontare la propria riconciliazione.

Il Foro dei miti, però, non conservava soltanto il ricordo di guerre combattute al tempo di Romolo. Molti secoli dopo la fondazione della città, un’altra battaglia sarebbe entrata nella piazza attraverso il racconto di due misteriosi cavalieri. Nel prossimo articolo torneremo nella parte orientale del Foro, presso la Fonte di Giuturna, dove Castore e Polluce avrebbero annunciato ai Romani la vittoria ottenuta al Lago Regillo.

[Maria Teresa Natale]

Le Sabine fermano la guerra tra Romani e Sabini


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