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Lunedì 28 Settembre 2026 11:09

Di Liegro, la fede incarnata nel servizio agli altri



I ricordi dell'impegno del primo direttore della Caritas all'avvio del cammino verso la causa di beatificazione. Ne parlano Di Tora, che fu il suo immediato successore, Trincia e Cecchini

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Una gioia condivisa, un’emozione profonda, il rinnovarsi di una grande riconoscenza verso di lui. Ma non solo questo, perché la notizia dell’avvio del cammino per arrivare alla causa di beatificazione di don Luigi Di Liegro, primo direttore della Caritas diocesana di Roma, rappresenta anche un ulteriore stimolo a riflettere sulla condizione attuale della città. Un percorso oggi complicato da dinamiche un tempo assenti, e per questo forse più difficile, ma per affrontare il quale l’esempio di don Luigi rappresenta fin d’ora un faro che illumina la strada.

«Sono molto contento perché – dice il vescovo Guerino Di Tora, che alla morte di don Luigi fu il suo primo successore alla guida della Caritas romana questa decisione del Papa contribuisce con un altro tassello a mettere al centro, nella nostra diocesi di Roma, alcune figure che rappresentano dei punti di riferimento forti. La capacità di don Luigi di unire teologia e carità, di far dialogare la catechesi con l’attenzione agli ultimi, permette oggi a noi di riscoprire ancor meglio i tratti fondamentali dell’essere Chiesa».

«Ho gioito molto per questo annuncio», gli fa eco Claudio Cecchini, che con di Liegro visse in Caritas un periodo lungo 15 anni, molti dei quali da vicedirettore. «Fu per me e per molti altri un’esperienza fantastica. Don Luigi non era semplicemente il nostro capoufficio: era un maestro, un testimone, un apripista. Dopo mio padre, la figura maschile di maggior riferimento della mia vita». Cecchini descrive una persona «curiosa, sensibile, attenta, infaticabile», capace di sorprendere, un uomo «che ci ha testimoniato cosa significa vivere una vita di fede incarnata nel servizio ai fratelli». Eppure questa figura non è solo memoria, ma realtà attuale.

«Don Luigi – a parlare è Giustino Trincia, l’attuale direttore della Caritas diocesana – ci insegna che tutto parte dalla fede, dall’ascolto della Parola di Dio, perché è da lì che lui traeva l’energia per affrontare e superare ostacoli e delusioni, nella Chiesa e nella città». Da questa radice spirituale nasceva, secondo Trincia, «la sua grande libertà rispetto al giudizio degli uomini, soprattutto dei potenti del suo tempo» e la sua fedeltà «al punto di vista degli ultimi, senza tatticismi e senza compromessi». «Don Luigi – dice Trincia – è stato un precursore della carità politica, di quel desiderio e di quella capacità di intervenire molto concretamente sugli effetti, ma al tempo stesso anche sulle cause della povertà.

Un tema attualissimo, perché ancora oggi vediamo grandissima disponibilità ad agire sugli effetti, ma scarso impegno sulle cause». «Sono passati trent’anni – argomenta al riguardo Cecchini – e credo che oggi lo stesso don Luigi registrerebbe non solo una città con grandi ferite e problematiche, ma anche la presenza di un clima diverso, più incattivito rispetto al passato. All’epoca lavoravamo sì tra le incomprensioni ma avvertivamo nell’opinione pubblica una disponibilità maggiore di quella di oggi. Oggi c’è più diffidenza, paura del diverso, un richiudersi in se stessi che il clima generale della politica italiana non aiuta a superare. Segno che, oltre alle opere concrete, serve un grande lavoro di educazione e di formazione delle coscienze».

Concorda Trincia: «Si ragiona di pancia e c’è un problema di povertà culturale. Una grande missione che abbiamo come Chiesa è l’educazione del popolo di Dio, a partire da spazi per il dopo-scuola e possibilità di studio, formazione, cultura, educazione». Tutto questo in una città in cui, afferma Trincia, «non si vive affatto meglio di 30 o 50 anni fa: i “mali di Roma” sono quelli di allora ma nettamente peggiorati e alle vecchie povertà se ne sono aggiunte di nuove».

Il direttore della Caritas cita la dipendenza dal gioco d’azzardo (167 miliardi l’anno in scommesse in Italia, più di otto solo a Roma), la povertà abitativa (160mila case vuote a fronte di migliaia di persone senza fissa dimora e quasi 17mila famiglie in lista d’attesa per una casa popolare), e poi su tutti il tema delle solitudini, «la nuova grande povertà che avvolge tutte le altre» in una città in cui il 46% delle famiglie residenti è composta da una sola persona. «Se non si interviene sulle cause, subentrano disillusione, disperazione, intolleranza, guerra tra i poveri».

Ecco perché attingere alla testimonianza di don Luigi Di Liegro non è nostalgia, ma un appello al coraggio: discernere quali sono oggi le forme di povertà vecchie e nuove e rimettere «al centro dell’agenda delle politiche di questa nostra amatissima Roma» le persone più fragili, per «dare nuova speranza in una realtà che a volte disorienta e crea sfiducia». Sempre consapevoli, come lo era don Luigi, che «noi per primi abbiamo ricevuto la carità di Dio, ne abbiamo fatto esperienza e possiamo darne testimonianza».

28 settembre 2026

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