Lunedì 28 Settembre 2026 13:09
Ruzza al clero romano: «Servi della gioia per la gente»


L’intervento del vescovo all’incontro di Sacrofano. La vita spirituale, la fraternità sacerdotale, la formazione, la capacità di dialogo, l’apertura agli ultimi e il rapporto con i laici
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La «straordinaria vivacità della Chiesa di Roma» è lo sfondo nel quale il vescovo Gianrico Ruzza, titolare delle diocesi di Porto-Santa Rufina e Civitavecchia-Tarquinia, ha dipinto il suo ritratto dei «preti che vivono in Roma». L’occasione è stata la prima assemblea generale del clero romano, convocata dal cardinale vicario Baldo Reina questa mattina, 28 settembre, alla Fraterna Domus di Sacrofano.
La prima caratteristica messa a fuoco è la cura della vita spirituale, nonostante la tentazione dello scoraggiamento che oggi attraversa la vita dei preti, «per il ruolo marginale, per la fatica a fare passare il messaggio evangelico soprattutto ai giovani e non solo. Ma anche oggi – ha continuato il presule – il prete è figura di valore e possiamo scommettere la nostra vita in questo ministero straordinario, nonostante la crisi o gli scandali. Siamo servi della gioia per la nostra gente, al servizio della felicità e dell’amore tra le persone».
Ai preti di Roma Ruzza ha ricordato anche il valore della sinodalità e l’importanza di «conoscere bene il contesto in cui viviamo, che è la trama della vita della nostra gente. Dobbiamo annunciare il Vangelo in questo mondo». Tornando sempre alla chiamata di Cristo, che è il motivo ultimo della nostra vita». È questa «la prima cura che dobbiamo avere: viviamo il nostro ministero se viviamo ogni giorno la comunione con Cristo. Il prete è uomo di preghiera al servizio h24 dei fratelli». Allora, la vita «va valorizzata in tutti i suoi aspetti, dalla cura del riposo alla passione per l’approfondimento culturale, per essere pienamente inseriti nel mondo che dobbiamo servire».
Apertura mentale e culturale, capacità di dialogo, apertura agli ultimi, capacità di fare sintesi di cammini ed esperienze diverse tra loro. Queste le caratteristiche del prete romano tratteggiate dal vescovo, che ha ricordato la sua lunga esperienza di parroco e poi di ausiliare all’interno della diocesi di Roma, «madre che accoglie tutti». Più che mai «urgente» dunque l’invito a essere Chiesa “in uscita”, attenta alle persone e alle loro esigenze.
Altra dimensione della cura affidata ai sacerdoti è quella dei «rapporti tra voi», a cominciare dall’esperienza della vita condivisa nelle canoniche, segno visibile dell’impegno a costruire la fraternità. «Confronto schietto, preghiera condivisa, sostegno, impegno a leggere insieme il territorio in cui si è chiamati a operare è un dono grande». E la cura attenta «che custodisce la fraternità consente di vivere la propria esperienza sacerdotale, nonostante gli inevitabili momenti di sconforto».
L’invito allora è a custodire la formazione permanente, con l’attenzione a «formare il cuore», che vuol dire «avere cura della circolazione della carità, della vita, senza cui non c’ è pastorale che funzioni. Senza l’amore, senza un cuore pastorale – ha detto il vescovo di Civitavecchia-Tarquinia – non andiamo da nessuna parte». Il ministero pastorale, insomma, si alimenta continuamente della contemplazione.
Nell’intervento di Ruzza anche il tema dell’amore al Papa e del ruolo di mediazione esercitato dal suo vicario. Quindi il riferimento alla sua esperienza di vescovo, strettamente legata alla «dimensione della paternità, anche nella fatica del dialogo», che comunque deve essere «reciproca, con fiducia, senza pregiudizi. Samo tutti preti e lavoriamo tutti per il Vangelo». Il presbiterio, ha continuato ancora il presule, «è anzitutto un’esperienza, è un soggetto collettivo la cui vita è alimentata dalla liturgia condivisa. Si vive comunione di preghiera ma anche di sogni e speranze per la vita pastorale».
La sfida, per Ruzza, è quella di «accogliere il nostro tempo, sempre in relazione con il popolo di Dio». A volte «ci perdiamo negli schemi pastorali e dimentichiamo che il cuore è rimettere Cristo al centro dell’annuncio – il monito -. Nel nome di Gesù ognuno di noi può rialzare un cuore, una vita». E allora davanti al rischio dell’impoverimento spirituale «va riacceso il motore: la conoscenza di Gesù e l’esperienza della grazia».
Tra le indicazioni, anche quella di «lavorare sul rapporto con i laici, a iniziare dal Consiglio pastorale da cui può scaturire spirito di discernimento. La comunità ci nutre e ci sostiene, nell’armonizzazione delle differenze. Dovremmo vivere la gioia di annunciare il Vangelo insieme. Questo tempo ci chiede coerenza, testimonianza e schiettezza».
Importante, in questo senso, riscoprire la «centralità della dottrina sociale nella formazione e nella vita delle comunità. Il Papa ci chiede una scelta chiara in questo senso. I cristiani devono assumersi il compito di evangelizzare il sociale». E per la Chiesa di Roma, «allargare il cuore agli ambiti della vita sociale ci farà bene».
28 settembre 2026
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