Mercoledì 30 Settembre 2026 09:09
Roma, «cantiere di pace in cui imparare l’arte del dialogo possibile»


A Palazzo San Calisto la tre giorni promossa da "Carità politica" su promozione della pace e composizione dei conflitti. Il vicario Reina: «L'impegno principale delle comunità dei credenti è sottrarre il nome di Dio alle logiche della guerra»
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Roma è e deve continuare a essere un laboratorio in cui fedi, diplomazie, culture si incontrano e convivono. Se si matura la consapevolezza che «la diversità non costituisce una minaccia ma può diventare una risorsa», si può collaborare per aprire un vero cantiere di pace. È il cuore dell’intervento del cardinale vicario Baldo Reina che ieri, 29 settembre, a Palazzo San Calisto ha aperto la sessione pomeridiana del convegno “Religioni e diplomazia. Per aiutare la ricerca della promozione della pace e la composizione dei conflitti”, promosso dall’associazione Carità politica, fondata nel 1993 da Alfredo Luciani e riconosciuta dalla Santa Sede nel 1996 come ente di diritto pontificio. Per celebrare il trentennale, rappresentanti della Chiesa, leader religiosi e ambasciatori accreditati presso la Santa Sede hanno riflettuto per tre giorni (il convegno si è aperto lunedì 28 e si chiude oggi, 30 settembre) sull’esigenza di coniugare fede e diplomazia per favorire il dialogo internazionale.
In un contesto di tensioni globali, Reina ha sottolineato che «disarmare implica certamente deporre le armi, ma prima ancora sottrarre le relazioni internazionali alla convinzione che la forza costituisca l’ultima e decisiva misura dei rapporti tra i popoli. Vuol dire restituire alla parola, al negoziato e alle istituzioni internazionali la capacità di prevenire l’irreparabile». Per aspirare alla pace, l’impegno principale delle comunità credenti è quello di «sottrarre il nome di Dio alle logiche della guerra e rifiutare ogni tentativo di conferire una legittimazione religiosa all’odio».
Declinando il tema “Imparare Roma”, il porporato ha osservato che «l’Urbe è ben più di un luogo da conoscere attraverso il suo passato e da ammirare per la ricchezza dei suoi monumenti. È un’esperienza da assimilare». Volgendo lo sguardo alle periferie romane, il vicario ha rivelato che proprio qui «le religioni svolgono una funzione preziosa. Talvolta quelli religiosi sono tra gli ultimi presìdi di prossimità rimasti nei territori più fragili: luoghi nei quali una persona continua a essere chiamata per nome, una famiglia trova ascolto, un povero incontra qualcuno disposto a fermarsi». Ha infine ribaltato il tema sostenendo che imparare Roma significa che «Roma stessa deve continuare a imparare dal mondo, dalle Chiese sorelle, dalle altre confessioni religiose, dai popoli, dai migranti, dai poveri» per continuare a essere «un cantiere di pace in cui è possibile imparare l’arte della convivenza pacifica, del dialogo possibile e della giustizia che promuove la dignità di ogni persona umana».
Al tema della cura e della cooperazione si è riallacciato Carlo Torti, direttore dell’Unità operativa complessa di malattie infettive della Fondazione Policlinico Gemelli, sottolineando che la salute è «un bene globale» che parte dall’accoglienza dei più fragili. Ha poi ricordato la collaborazione con la Caritas diocesana, il cui «poliambulatorio ha seguito, dal 2019 al 2025, oltre 9mila pazienti nati fuori dall’Italia». Durante i lavori poi Alfredo Luciani ha annunciato che nei prossimi mesi sarà promossa un’assemblea con i leader religiosi per dare concretezza all’alleanza nata per il trentennale, orientata ad azioni concrete nel sociale basate su valori condivisi. In programma anche un pellegrinaggio da San Pietro all’Abbazia delle Tre Fontane.
In passato, il primo ad affrontare con Carità politica il tema delle religioni e della diplomazia è stato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali. Prendendo la parola, si è detto convinto che «non vi potrà mai essere un’identificazione assoluta fra etnia o popolo da un lato e appartenenza religiosa dall’altro». In tal caso si riduce la religione a «censimento di un fronte». La via d’uscita «non è la diluizione delle identità, ma la loro maturità – ha affermato -. Si dialoga davvero soltanto quando si sa chi si è, fermi nelle proprie convinzioni e insieme aperti a comprendere quelle dell’altro». Proprio il dialogo è il perno dell’azione diplomatica della Santa Sede, che «non si fonda sulla forza ma sulla persuasione, consiste nell’accompagnare le parti e nel favorire le condizioni nelle quali la pace diventa possibile».
30 settembre 2026
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