Mercoledì 30 Settembre 2026 17:09
Ai confini del vento: le donne, il confino e la forza della memoria
Ai confini del vento: le donne, il confino e la forza della memoria
Alla Casa della Memoria e della Storia di Roma il 16 settembre 2026 è stato presentato, Ai confini del vento, il romanzo di Nina Quarenghi, pubblicato da Mondadori nel 2026. L’incontro, è stato introdotto e moderato da Anna Balzarro, direttrice dell’IRSIFAR, e ha visto la partecipazione di Paolo De Zorzi, dell’ANPPIA Roma. Conosco e stimo […]
Ai confini del vento: le donne, il confino e la forza della memoria
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Ai confini del vento: le donne, il confino e la forza della memoria
![Nina Quarenghi tra Anna Balzarro e Paolo De Zorzi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Quarenghi_Ai_Confini_del_Vento.jpg)
Nina Quarenghi tra Anna Balzarro e Paolo De Zorzi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Alla Casa della Memoria e della Storia di Roma il 16 settembre 2026 è stato presentato, Ai confini del vento, il romanzo di Nina Quarenghi, pubblicato da Mondadori nel 2026. L’incontro, è stato introdotto e moderato da Anna Balzarro, direttrice dell’IRSIFAR, e ha visto la partecipazione di Paolo De Zorzi, dell’ANPPIA Roma.
Conosco e stimo Nina da tempo e proprio per questo ho ascoltato con particolare interesse il racconto del lungo lavoro di ricerca dal quale è nato il romanzo. Ritrovare in queste pagine la sua sensibilità, insieme alla serietà della ricostruzione storica, ha reso la lettura ancora più coinvolgente.
Il romanzo ci conduce negli anni del fascismo e nelle isole destinate al confino politico. Al centro della narrazione c’è Ines Molinari, una giovane antifascista separata dalla propria famiglia e costretta a vivere sotto una sorveglianza continua.
Il personaggio è ispirato soprattutto alla vicenda reale di Maria Baroncini, militante antifascista confinata a Ponza e Ventotene, ma raccoglie anche esperienze e sentimenti appartenuti ad altre donne. Nel 2018 l’autrice partecipò alla presentazione delle sue memorie e conobbe alcune sue discendenti, che avevano ritrovato e fatto pubblicare il manoscritto autobiografico della bisnonna. Quella figura la colpì profondamente, avendo ella affrontato il carcere e il confino e pagato per la propria scelta politica un prezzo altissimo, soprattutto sul piano degli affetti. Da quel primo incontro nacque l’idea di raccontarne la storia attraverso un romanzo.
Prima di cominciare a scrivere, Nina Quarenghi sentì però la necessità di conoscere più a fondo il mondo del confino. Iniziò quindi un lungo lavoro di ricerca in archivi e biblioteche, sostenuto anche dagli studiosi e dalle istituzioni che operano presso la Casa della Memoria. Parallelamente ha studiato opere storiche, memorie e testimonianze di altri confinati, necessarie per ricostruire l’ambiente, le forme della sorveglianza e le proteste organizzate sulle isole.
Le ricerche, seppur approfondite, raccontavano poco dei rapporti fra le donne. La documentazione offriva dunque la struttura della vicenda, ma lasciava grandi spazi vuoti. È qui che è intervenuta l’immaginazione della scrittrice.
I personaggi femminili che circondano Ines sono inventati, pur essendo costruiti sulla base di figure e situazioni incontrate nelle testimonianze. Nina Quarenghi ha immaginato donne diverse per carattere, provenienza e formazione, legate da un’esperienza comune e da una solidarietà capace di trasformarle, come si legge nel romanzo, nelle “cinque dita di una mano che si chiudono in un pugno”.
La maternità è uno dei nuclei più profondi del romanzo. Ines è già madre quando viene confinata, ma la figlia vive lontano e cresce senza di lei. La protagonista non immagina che la separazione durerà tanto a lungo e paga un prezzo durissimo per il proprio impegno politico.
Per il decimo compleanno della figlia, la madre le invia un libro illustrato destinato ai bambini che cominciano a imparare l’italiano. Non sa che la bambina, cresciuta in Unione Sovietica, legge ormai in russo grandi romanzi della letteratura europea. È un dono pieno d’amore, ma sbagliato: la distanza ha impedito alla madre di rendersi conto di quanto la figlia fosse cresciuta. Da questo episodio nasce una delle riflessioni del romanzo: tutti i genitori possono sbagliare, ma quelli costretti a vivere lontano dai propri figli rischiano di mancare il bersaglio in modo ancora più doloroso.
Il libro mantiene ben chiara la distinzione fra oppressori e oppressi, ma non rinuncia a mostrare la complessità dei comportamenti individuali. In un episodio, un maresciallo conduce Ines in una cella gelida, umida e infestata dai topi. L’uomo è parte dell’apparato repressivo, ma prova imbarazzo e pietà di fronte alla condizione in cui è costretto a rinchiudere una donna. Cerca persino di ritardare quel momento offrendole un caffè.
Secondo l’autrice, le carte conservano un’enorme quantità di storie ancora da raccontare. Ogni figura incontrata durante la ricerca avrebbe potuto diventare la protagonista di un altro romanzo. Fra queste vi erano donne che assistevano i prigionieri appena arrivati dal carcere, occupandosi dei loro abiti e delle loro condizioni igieniche; abitanti di Ponza che aiutavano clandestinamente i confinati; farmacisti, commercianti e isolani schierati, in modi diversi, a favore o contro il regime.
Accanto alle figure immaginarie compaiono diversi protagonisti reali dell’antifascismo. Fra questi assume particolare rilievo Giorgio Amendola. Per costruirne il personaggio, Nina Quarenghi si è servita delle sue memorie, nelle quali la vita al confino è raccontata con grande capacità narrativa. L’ha colpita anche la storia d’amore con Germaine Lecocq, la giovane francese che lo raggiunse sull’isola. Gli episodi storici e i ricordi di Amendola hanno fornito una base documentaria, ma le singole scene e i dialoghi sono stati ricreati dalla scrittrice. Ancora una volta, il personaggio storico entra nel romanzo attraverso l’incontro fra testimonianza e immaginazione.
Ai confini del vento non vuole sostituirsi a un saggio storico. Attraverso la storia di Ines, il romanzo prova invece a restituire ciò che spesso i documenti lasciano soltanto intravedere: la paura, la nostalgia, i legami fra le persone, le lacerazioni della maternità e la forza necessaria per non perdere sé stessi. L’incontro alla Casa della Memoria ha mostrato quanto la ricerca storica e la letteratura possano dialogare. I documenti permettono di ricostruire gli avvenimenti; il romanzo entra nei loro silenzi e prova a immaginare le emozioni, i gesti e le parole che le carte non hanno conservato.
In questo passaggio dalla memoria alla narrazione, le donne confinate cessano di essere soltanto nomi contenuti in un fascicolo. Tornano a essere persone che studiano, discutono, si innamorano, diventano madri, protestano e costruiscono, anche dentro uno spazio concepito per isolarle, una comunità capace di resistere.
Particolarmente interessante è stato l’inquadramento storico proposto da Paolo De Zorzi, che ha ricostruito alcuni aspetti della condizione femminile nelle carceri e nelle colonie di confino fasciste.
La repressione colpiva uomini e donne, ma per queste ultime alcune condizioni risultavano particolarmente gravose. Nelle carceri le detenute politiche erano numericamente molto meno numerose degli uomini e avevano quindi minori possibilità di creare legami, organizzarsi e condividere la quotidianità. All’isolamento imposto dalla detenzione si aggiungevano le difficoltà igieniche e materiali e una solitudine spesso ancora più profonda.
La situazione mutò parzialmente nelle colonie di confino. Il confino era stato concepito come uno strumento di isolamento e controllo, ma le isole diventarono anche luoghi nei quali gli antifascisti riuscirono a ricostruire relazioni politiche e reti di solidarietà. La sorveglianza, la distribuzione degli alloggi, le limitazioni agli spostamenti e le difficoltà dell’economia quotidiana non costituivano soltanto lo sfondo della vita dei confinati: condizionavano i rapporti personali, l’organizzazione collettiva e le stesse forme della militanza.
Nei primi anni le donne inviate al confino erano pochissime e appartenevano inoltre a orientamenti politici differenti. Accanto alle confinate vere e proprie vivevano sulle isole mogli, figlie e parenti che avevano scelto di seguire gli uomini della famiglia. In una situazione così frammentata era difficile costruire un’autentica organizzazione femminile.
A Ponza, dove la colonia di confino rimase attiva dal 1928 al 1939, la situazione cambiò. Vi furono trasferiti centinaia di oppositori politici e, fra questi, poco più di quaranta donne. La sorveglianza divenne più rigida, mentre aumentava la presenza della milizia fascista, responsabile di numerosi episodi di violenza anche contro gli abitanti dell’isola.
Gli uomini erano sistemati prevalentemente in grandi cameroni ricavati da edifici adattati a tale scopo. Le donne, invece, alloggiavano in abitazioni private, sole o in piccoli gruppi. Proprio a Ponza cominciò però a prendere forma una rete femminile più stabile, fondata sulla condivisione delle difficoltà quotidiane e dell’esperienza politica.
Fra le confinate esistevano forti differenze di età, provenienza sociale, formazione e militanza. Le donne più anziane e politicamente esperte aiutavano le nuove arrivate a orientarsi, spiegavano loro le regole della colonia e trasmettevano conoscenze e pratiche politiche. Vita privata e attività militante finivano così per intrecciarsi continuamente.
L’arrivo di una nuova confinata suscitava grande curiosità anche fra gli uomini, che soffrivano quello che qualcuno definì ironicamente il «mal di donna». L’accoglienza, tuttavia, non era lasciata al caso: le organizzazioni politiche cercavano di assistere le nuove arrivate, comprenderne l’orientamento e inserirle nella comunità dei confinati.
Con la concentrazione di molti prigionieri politici a Ventotene, il sistema assunse caratteristiche ancora diverse. Venne costruita una vera e propria cittadella confinaria, con dodici padiglioni destinati agli uomini e uno riservato alle donne. Queste ultime persero parte dell’autonomia che avevano conservato vivendo in piccoli alloggi, ma acquistarono una dimensione comunitaria più intensa. A Ventotene giunsero anche oppositori e oppositrici provenienti dalle regioni slovene e croate sottoposte al fascismo. La colonia acquistò così una dimensione quasi transnazionale. Le differenze linguistiche non impedirono la nascita di rapporti politici e personali: imparare l’italiano, insegnare una lingua o tradurre un testo diventavano strumenti di comunicazione, formazione e resistenza.
Nelle colonie il tempo veniva impiegato anche nello studio. Non si trattava di un’attività fine a sé stessa: imparare, leggere e discutere significava prepararsi al futuro e costruire una base comune per comprendere i documenti e partecipare alla vita politica. Alcune confinate si occupavano di copiare a mano testi che potessero poi circolare clandestinamente. Altre insegnavano alle compagne o contribuivano all’organizzazione pratica della comunità. Tutto avveniva in un ambiente sottoposto a una sorveglianza minuziosa, nel quale anche le azioni più comuni potevano assumere un significato politico.
La salute, l’igiene, il cibo, l’accesso alla biblioteca e la possibilità di frequentare determinati spazi diventavano terreno di rivendicazione. Si cominciava spesso con una protesta orale, si passava poi a una richiesta scritta e, se questa non veniva accolta, si arrivava alla mobilitazione collettiva.
De Zorzi ha ricordato, in particolare, una protesta femminile scoppiata a Ponza nel 1933 contro la limitazione degli orari nei quali le donne potevano accedere agli spazi comuni, fra cui lo spaccio e la biblioteca. Dopo aver presentato una petizione, le confinate decisero di violare insieme il divieto. Alcune furono arrestate e trasferite in carcere, ma, una volta tornate sull’isola, ripresero parte alle iniziative collettive. Anche una restrizione apparentemente circoscritta diventava così una questione politica.
L’inquadramento di Paolo De Zorzi ha restituito al romanzo il suo sfondo storico concreto: un sistema concepito per isolare gli oppositori che, proprio nelle isole di confino, favorì la nascita di legami, forme di solidarietà e pratiche di resistenza. È in questo spazio, fra ciò che i documenti raccontano e ciò che lasciano in silenzio, che si colloca Ai confini del vento. Nina Quarenghi trasforma una ricerca rigorosa in una narrazione partecipe, capace di restituire voce e consistenza umana alle donne confinate: non soltanto militanti antifasciste, ma amiche, compagne, innamorate e madri, costrette a pagare un prezzo altissimo per le proprie scelte. Ed è forse questa la forza più profonda del romanzo: farci entrare nella Storia attraverso le vite di chi l’ha attraversata.
[Maria Teresa Natale]
Nina Quarenghi, Ai confini del vento, Milano: Mondadori, 2026. ISBN 978-88-04-81639-3
Ai confini del vento: le donne, il confino e la forza della memoria
