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Venerdì 2 Ottobre 2026 11:10

Zuppi: «La missione ci chiede un cambio di sguardo»

matteo zuppi, gregoriana, 20 maggio 2026
matteo zuppi, gregoriana, 20 maggio 2026
In vista della centesima Giornata, il presidente Cei riflette su Chiesa, “conversione missionaria” e annuncio del Vangelo. Quattro impegni: umanità, pace, cura della casa comune e dialogo

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matteo zuppi, gregoriana, 20 maggio 2026
matteo zuppi, gregoriana, 20 maggio 2026
Domenica 18 ottobre la Chiesa celebrerà la Giornata missionaria mondiale. Un evento importante, popolare, che raggiunge i 100 anni. Papa Leone ha indicato per questa occasione il tema “Uno in Cristo, uniti nella missione”. Ne parliamo con il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana.

Eminenza, tra gli esiti del cammino sinodale si è parlato di «conversione missionaria della pastorale». Cosa significa in concreto?
Papa Leone XIV, incontrando i vescovi italiani lo scorso maggio, ha utilizzato un’espressione molto efficace: avere «il coraggio dell’essenziale». E ha spiegato: «Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo». Ecco, la conversione missionaria della pastorale consiste proprio in questo. Non si tratta di un aggiustamento organizzativo, ma di un cambio di sguardo: andare incontro alla gente per annunciare la buona notizia del Vangelo. Concretamente, ciò vuol dire tre cose. Primo: ripensarsi in una prospettiva missionaria, che significa anche abbandonare l’autoreferenzialità per assumere uno stile di ascolto e dialogo. Secondo: la formazione deve aiutare a uscire da un’abitudine che a volte è più comoda della missione. Terzo: non aver paura di annunciare il Vangelo oggi, in un contesto completamente nuovo; Papa Francesco parlava di «cambiamento d’epoca». Il Cammino sinodale, in fondo, ci ha chiesto proprio questo: non un restyling, ma uno stato permanente di conversione.

Quali “temi missionari” e quali “atteggiamenti missionari” la Chiesa italiana non dovrebbe tralasciare?
I temi possono essere ricondotti tutti in un’unica questione, che Leone XIV ha condensato nel tema della Giornata missionaria di quest’anno: “Uno in Cristo, uniti nella missione”. La centralità di Cristo nella vita del cristiano diventa testimonianza di un’esperienza di salvezza e, per questo, invito alla missione. A questo tema si agganciano diversi impegni. Vista la situazione attuale, ne metterei in cima quattro: l’umanità, perché rischiamo di perdere il senso di chi siamo e di ciò che ci rende fratelli e sorelle; la pace, perché viviamo in un tempo di guerre diffuse e normalizzate e il Vangelo non può tacere davanti a questo; la cura della casa comune, perché il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido; e il dialogo, che è un antidoto necessario contro ogni forma di polarizzazione che trasforma l’altro in nemico. Quanto agli atteggiamenti, li riassumerei in poche parole che uso spesso: prossimità, ascolto, umiltà, libertà interiore. Sono lo stile prima ancora che il contenuto della missione. Un missionario non ha più risposte, ma sa restare accanto, come i discepoli di Emmaus: la loro testimonianza nasce proprio mentre camminavano, quando il cuore ardeva ascoltando le Scritture spiegate lungo la via.

Come la pastorale della Chiesa italiana è arricchita dall’esperienza dei “fidei donum”?
I “fidei donum” ci restituiscono qualcosa che rischiamo di perdere se restiamo chiusi in casa nostra: la misura reale della cattolicità della Chiesa. Chi vive “il dono della fede” con una Chiesa sorella, torna con occhi diversi: fa esperienza di una fede più povera di mezzi ma spesso più gioiosa, meno appesantita dalle nostre sicurezze. Questo scambio di doni, che non va mai solo in una direzione, ci ricorda che l’Italia stessa – lo dico senza paura – è oggi terra di missione, e che la fatica dell’evangelizzazione altrove ci aiuta a rileggere la nostra.

Sacerdoti e religiose provenienti da altri continenti nelle nostre diocesi: è un “segno dei tempi”?
Sì, profondamente. E lo è in un doppio senso. Da una parte, è un dono: comunità che a volte faticano a trovare vocazioni ricevono pastori che portano freschezza, fede semplice, gratitudine. Dall’altra, è una domanda che ci viene posta: siamo capaci di riconoscere davvero il loro servizio? Li accogliamo come fratelli in una Chiesa che è una, oppure li lasciamo colmare vuoti senza mai ascoltare cosa hanno da insegnarci? Il segno dei tempi qui è la mondialità che bussa alla porta di casa: la cattolicità non è più qualcosa che guardiamo sulla cartina delle missioni, è qualcosa che condivide con noi l’altare.

Cosa possono fare le comunità cristiane italiane per aiutare i missionari nei diversi continenti?
Prima di tutto pregare e conoscere, non genericamente ma per nome: sapere chi sono i missionari legati alla propria diocesi, seguirne le lettere, farsi raggiungere dalle loro storie. Poi condividere: le collette come quella della Giornata missionaria mondiale non sono un gesto burocratico, sono un modo molto concreto di dire “siamo un solo corpo”. E infine, cosa a cui tengo molto: dare voce. Aiutarli non è solo mandare risorse: è anche portare la loro testimonianza, perché diventi anche la nostra.

Un augurio per i 100 anni della Giornata missionaria mondiale.
Le direi: continua a essere quello che sei da un secolo, un crocicchio di strade dove tutti sono invitati alla festa. Cent’anni fa Pio XI ha avuto l’intuizione che la missione non è faccenda di pochi “specialisti” ma responsabilità di tutto il popolo di Dio: un’intuizione che oggi, in un mondo ferito da guerre e solitudini, è più vera che mai. L’augurio è che questo secondo secolo trovi una Chiesa ancora capace di ardere – di cuore, prima che di parole – e di mettersi in cammino, “una in Cristo, unita nella missione”, come dice bene il tema di quest’anno. Buon compleanno, allora, e buon cammino, ancora, ai crocicchi di tutte le strade del mondo. (Gianni Borsa)

2 ottobre 2026

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