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Domenica 4 Ottobre 2026 09:10

Giano e la pace di Numa Pompilio

Giano e la pace di Numa Pompilio


Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo seguito le diverse tradizioni sulla misteriosa fine di Romolo: assunto fra gli dèi durante una tempesta oppure ucciso dai senatori nel santuario di Vulcano. Qualunque fosse stata la sua sorte, Roma era rimasta senza il proprio fondatore e doveva scegliere un nuovo re. […]

Giano e la pace di Numa Pompilio


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Giano e la pace di Numa Pompilio


Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo seguito
le diverse tradizioni sulla misteriosa fine di Romolo
: assunto fra gli dèi durante una tempesta oppure ucciso dai senatori nel santuario di Vulcano. Qualunque fosse stata la sua sorte, Roma era rimasta senza il proprio fondatore e doveva scegliere un nuovo re.

La tradizione collocava allora sul trono un sovrano molto diverso dal guerriero figlio di Marte. Numa Pompilio non conquistava città e non guidava eserciti: insegnava riti, ordinava sacerdoti, regolava il calendario e cercava di trasformare un insieme di combattenti in una comunità regolata dalle leggi e dal rapporto con gli dèi.

Livio costruisce consapevolmente questo contrasto. Romolo aveva fondato Roma con la forza e con le armi; Numa si preparava quasi a fondarla una seconda volta attraverso il diritto, le leggi e i costumi. Poiché riteneva che gli animi si inasprissero nelle continue guerre, volle abituare il popolo alla pace e mitigarlo attraverso il disuso delle armi (Ab Urbe condita, I, 19).

Fu allora, secondo il racconto, che fece costruire ai margini del Foro un piccolo monumento destinato a rendere visibile lo stato della città: lo Ianus Geminus, il santuario di Giano Gemino, così chiamato probabilmente per il carattere duplice del dio e per i due accessi contrapposti del monumento.

Il monumento era dedicato al dio romano delle porte, delle soglie e degli inizi. Era raffigurato con due volti, rivolti in direzioni opposte, come chi può osservare contemporaneamente chi entra e chi esce.

Erma bifronte in marmo identificata con Giano, copia romana da un originale greco. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Chiaramonti, inv. 1395 [Foto: Marie-Lan Nguyen, Wikimedia Commons, CC BY 3.0]
Erma bifronte in marmo identificata con Giano, copia romana da un originale greco. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Chiaramonti, inv. 1395 [Foto: Marie-Lan Nguyen, Wikimedia Commons, CC BY 3.0]Ovidio paragona infatti Giano al custode di una porta e gli attribuisce uno sguardo capace di abbracciare nello stesso momento Oriente e Occidente (Fasti, I, 135-140). Anche il primo mese dell’anno portava il suo nome: gennaio apriva il tempo nuovo come una porta aperta sul futuro.

Lo Ianus Geminus non era un grande tempio, ma probabilmente un breve passaggio rettangolare chiuso alle estremità da due porte. Al suo interno si trovava un’immagine bifronte del dio. Il termine Geminus, “duplice”, richiamava la dualità che caratterizzava tanto la figura di Giano quanto il monumento con i suoi due accessi contrapposti.

Livio colloca la costruzione ad infimum Argiletum, “all’estremità inferiore dell’Argileto” (Ab Urbe condita, I, 19), la strada che entrava nel Foro nel settore compreso fra la Curia e la Basilica Emilia e che proseguiva verso nord-est, attraversando l’area successivamente occupata dal Foro di Nerva, in direzione della Suburra. Il luogo preciso nel quale sorgeva lo Ianus Geminus rimane discusso e del monumento non sono stati identificati resti archeologici certi.

Le sue porte seguivano una regola opposta a quella che potremmo aspettarci. Durante la guerra rimanevano aperte; nei periodi di pace venivano chiuse. Livio definisce il monumento indicem pacis bellique, “segnale della pace e della guerra”: aperto indicava che la città era in armi, chiuso che tutti i popoli circostanti erano pacificati (Ab Urbe condita, I, 19).

Ovidio (Fasti, I, 277-281) immaginò che fosse lo stesso Giano a spiegare il significato di questa consuetudine:

Perché sia aperta la via del ritorno al popolo partito per la guerra, la mia porta rimane spalancata, tolto il chiavistello. In tempo di pace chiudo le porte, perché la pace non possa allontanarsi.

La porta aperta non serviva quindi a far uscire la guerra, ma a garantire simbolicamente ai soldati una via di ritorno. Quando veniva chiusa, era invece la pace a essere custodita all’interno della città.

Secondo Livio, Numa concluse trattati e alleanze con le popolazioni vicine e chiuse lo Ianus. Rimuovere il pericolo esterno, tuttavia, non bastava. Il re temeva che, sottratti alla disciplina della guerra, i Romani si abbandonassero all’ozio e che l’assenza di un nemico indebolisse la coesione della comunità. Cercò quindi di educarli attraverso il timore e il rispetto degli dèi, creando riti, sacerdoti e norme religiose capaci di regolare anche il tempo di pace (Ab Urbe condita, I, 19-20).

Nel racconto delle origini, la prima chiusura delle porte coincideva così con il regno di Numa. Era la prova visibile che il re pacifico aveva compiuto la propria opera: Roma non aveva cessato di essere una città forte, ma aveva imparato che la sua esistenza non poteva essere regolata soltanto dalle armi.

Livio aggiunge però che, dopo la morte di Numa, lo Ianus rimase quasi sempre aperto. Dopo il regno del sovrano, ricorda soltanto altre due chiusure. La prima avvenne nel 235 a.C., sotto il consolato di Tito Manlio Torquato, sei anni dopo la conclusione della prima guerra punica; la seconda dopo la battaglia di Azio, quando la vittoria di Ottaviano pose fine alle guerre civili e fu proclamata la pace per terra e per mare (Ab Urbe condita, I, 19).

A mostrarci quale aspetto avesse il monumento in età imperiale sono soprattutto le monete. Un sesterzio coniato sotto Nerone a Lugdunum nel 65 d.C. raffigura sul rovescio un piccolo edificio rettangolare su cui sono visibili una finestra a grata e, accanto, le porte chiuse e ornate da una ghirlanda. Il santuario doveva avere attraversato nel tempo restauri e trasformazioni, ma la sua immagine rimaneva immediatamente riconoscibile.

Sesterzio di Nerone in oricalco, zecca di Lugdunum, 65 d.C. Al dritto, testa laureata dell’imperatore; al rovescio, lo Ianus Geminus con una finestra a grata e le porte chiuse, ornate da una ghirlanda. La legenda celebra la pace ottenuta per il popolo romano sulla terra e sul mare. RIC I² 438; già collezione Patrick H. C. Tan [Foto: Classical Numismatic Group, via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5]
Sesterzio di Nerone in oricalco, zecca di Lugdunum, 65 d.C. Al dritto, testa laureata dell’imperatore; al rovescio, lo Ianus Geminus con una finestra a grata e le porte chiuse, ornate da una ghirlanda. La legenda celebra la pace ottenuta per il popolo romano sulla terra e sul mare. RIC I² 438; già collezione Patrick H. C. Tan [Foto: Classical Numismatic Group, via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5]Provate a leggere la legenda che corre sul bordo di questo lato della moneta e che spiega il significato della scena: PACE P R TERRA MARIQ PARTA IANVM CLVSIT S C. Sono presenti alcune abbreviazioni, il testo sciolto è il seguente: Pace populo Romano terra marique parta, Ianum clusit. Senatus consulto, che tradotto significa Ottenuta la pace per il popolo romano per terra e per mare, [Nerone] chiuse il Giano. Per decreto del Senato.

La formula impiegata sotto Nerone richiamava da vicino il linguaggio politico di Augusto. La chiusura non indicava soltanto la cessazione momentanea di una guerra, ma pretendeva di annunciare una pace universale, assicurata dall’autorità dell’imperatore in ogni parte del dominio romano. Fu soprattutto Augusto, infatti, a trasformare l’antico rito attribuito a Numa in uno dei simboli del nuovo ordine nato dopo le guerre civili. Livio ricorda esplicitamente che lo Ianus fu chiuso dopo la battaglia di Azio, quando era stata ottenuta la pace sulla terra e sul mare sotto il principato di Augusto (Ab Urbe condita, I, 19). Nelle Res Gestae, l’imperatore tornò personalmente sull’episodio (RG, 13):

Il Giano Quirino, che i nostri antenati vollero fosse chiuso quando in tutto il dominio del popolo romano fosse stata ottenuta la pace per terra e per mare, prima che io nascessi risulta essere stato chiuso due volte dalla fondazione della città; durante il mio principato, il Senato decretò che fosse chiuso tre volte.

La dichiarazione istituisce un confronto deliberato con l’intera storia di Roma. Prima della nascita di Augusto, secondo la tradizione, le porte erano state chiuse soltanto due volte: la prima sotto Numa, la seconda nel 235 a.C., durante il consolato di Tito Manlio Torquato. Augusto sosteneva invece di aver reso possibile per tre volte, nell’arco di un solo principato, una condizione che per secoli era sembrata quasi irraggiungibile.

Le date e le circostanze precise delle tre chiusure augustee rimangono in parte discusse, ma il significato politico dell’affermazione è evidente. Augusto poteva così presentarsi come un nuovo Numa. Come l’antico re aveva ricondotto alla disciplina religiosa la città fondata con le armi da Romolo, così il principe dichiarava di restituire ordine e pace a Roma dopo decenni di guerre civili. La pace augustea non era descritta come il contrario della vittoria: ne costituiva il risultato e la legittimazione.

Ovidio, celebrando il primo mese dell’anno nei Fasti, concludeva il discorso di Giano con un augurio rivolto direttamente al presente (Fasti, I, 281-282):

Sotto il favore di Cesare possa io rimanere chiuso a lungo.

Le porte serrate diventavano così un’immagine dell’eternità del nuovo ordine. Finché fossero rimaste chiuse, Roma avrebbe potuto credere che il tempo della violenza fosse terminato e che la pace ottenuta da Augusto non sarebbe più uscita dalla città.

Ma le porte di Giano non erano destinate a rimanere chiuse a lungo. Alla morte di Numa, la tradizione pose sul trono Tullo Ostilio, un re tanto incline alla guerra quanto il suo predecessore lo era stato alla pace. Con lui il conflitto contro Alba Longa, il duello degli Orazi e Curiazi e la figura tragica di Mezio Fufezio avrebbero condotto nuovamente il racconto nel cuore del Foro, dove la costruzione della Curia Hostilia avrebbe legato il nome del re alla più antica sede del Senato romano. È da qui che riprenderemo il nostro viaggio nel prossimo articolo.

[Maria Teresa Natale]

Giano e la pace di Numa Pompilio


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